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Assolto Garavaglia, condannato Mantovani. Ma il reato non c’era

Il viceministro leghista era accusato di turbativa d’asta. Questo genere di processi nascono negli anni in cui i magistrati preferiscono lottare contro i fenomeni piuttosto che contro i crimini
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Assolto Massimo Garavaglia, condannato Mario Mantovani
Per una presunta turbativa d’asta che in realtà non c’è stata perché la gara era stata già annullata quando i due ( allora) assessori regionali erano intervenuti con telefonate al direttore della Asl 1 di Milano che stava organizzando un servizio di trasporto dei dializzati.

Che il reato non ci fosse lo dimostra proprio l’assoluzione di Garavaglia, cioè di colui che, assessore al bilancio, prese per primo l’iniziativa di chiedere su quel servizio sociosanitario l’intervento del collega Mantovani, assessore alla sanità. Ma non fu un vero input, dicono oggi i magistrati. Esatto, proprio come non lo fu quello del collega che in seguito alla telefonata ricevuta chiamò il direttore della Asl.

Una sentenza politica
Se pensassimo che il tribunale di Milano abbia inteso lanciare una ciambella di salvataggio al viceministro per sostenere la Lega o il governo, saremmo fuori strada. Se non altro perché Giulia Turri, la presidente del tribunale, è una delle tre che Berlusconi definì “comuniste e femministe”, quando lo condannarono al primo grado del “processo Ruby”.

Ma l’aspetto politico della sentenza è un altro. E’ l’aver messo un punto fermo, aver semplicemente portato a compimento un’azione di indagine, iniziata in modo artificioso otto anni fa e finalizzata all’esame del sangue di un unico personaggio, il senatore Mario Mantovani. Un’azione decisamente di sapore politico. Che non poteva concludersi, nell’auspicio di chi questo processo ha voluto, altro che così.

Sembra preistoria, quella degli anni 2011, 2012 e 2013, quando a Milano imperversava il processo Ruby, che terminerà con la condanna in primo grado di Silvio Berlusconi a sette anni di carcere. Presidente del tribunale era appunto la stessa dottoressa Giulia Turro che ieri ha condannato Mantovani, in procura c’era il pm Robledo e davanti al palazzo di giustizia c’era ogni giorno il senatore Mantovani che, in piedi su un trabiccolo improvvisato, davanti a grandi folle, si esponeva con grande coraggio spiegando ai cittadini che quello era il palazzo dell’ingiustizia.

Le indagini sul parlamentare di Forza Italia cominciano da lì, con quella procedura che i tecnici del diritto definiscono del “tipo d’autore”. Oppure, per l’uomo della strada, si potrebbe anche metterla così: rovista, rovista, qualcosa salterà fuori. Così, nei secoli in cui il magistrato, invece di aprire l’indagine quando gli arriva la notitia criminis, preferisce lottare contro i fenomeni, individuare i personaggi giusti e poi andare a cercare gli eventuali reati, nascono processi come quello che si è concluso ieri nel suo primo grado di giudizio.

Una lunga indagine
Otto anni di indagini, poi l’arresto per concussione ( reato rispetto al quale tra l’altro Mantovani oggi viene assolto ), oltre sei mesi di reclusione, sessanta udienze processuali, la condanna a cinque anni e sei mesi di carcere. E un deserto probatorio, come ha detto l’avvocato Roberto Lassini al termine della sua arringa.

Ma soprattutto vent’anni di carriera politica setacciati sotto il microscopio: sempre il più votato, alle elezioni europee come a quelle regionali, e mai un’ombra nella sua vita politica. Ma qualcosa avrà ben fatto… E così succede che un pubblico ministero comincia a indagare su di te e pazientemente mette insieme episodi non collegati l’uno all’altro, ma che messi insieme individuano quel tipo d’autore di reati che crea il colpevole.

In questo puzzle è entrato così anche il viceministro Garavaglia, della cui assoluzione siamo tutti contenti, ma da cui aspettiamo oggi una sorta di “chiamata in correità” al contrario, una “chiamata di co- estraneità” nei confronti del suo ex collega di giunta alla Regione Lombardia.

E ci tocca aspettare il processo d’appello, nella certezza che questa sentenza verrà ribaltata almeno quanto lo fu, in secondo e terzo grado di giudizio, quella contro Silvio Berlusconi per il “caso Ruby”.

 

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