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Migranti, sfruttati e odiati ma senza di loro affondiamo

I dati di Bankitalia dimostrano che meno immigrati vuol dire meno crescita. Non è vero che tolgono lavoro agli italiani
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Migranti, sfruttati e odiati. Due episodi di questi giorni ci fanno riflettere su come l’odio contro i migranti, istigato dalla politica e da una parte della informazione, abbia superato l’asticella del virtuale e stia diventando sempre più una triste realtà. Lunedì, vicino a Foggia, due giovani migranti, che si recavano al lavoro nei campi, sono stati presi a sassate da alcuni ragazzi. Ne avranno per una settimana.

Le ferite dell’anima saranno molto più difficilmente sanabili. Venire colpiti da tanto odio, solo per il fatto di esistere, ti fa sentire un “diverso”, uno non uguale agli altri. Una “persona non persona” che non gode degli stessi diritti degli altri.

Qualche ora prima a Treviso una donna di 35 anni è stata colpita e insultata solo per aver suonato il clacson. «Nessuno – ha raccontato – mi ha difeso». E perché avrebbero dovuto, visto che la maggior parte degli italiani, abilmente persuaso, continua a pensare che gli immigrati siano il nemico pubblico numero uno. Qualsiasi cosa si dica o si faccia, c’è la convinzione che vengano prima gli italiani. Senza considerare che mettere prima – in astratto – gli italiani, vuol dire mettere invece tra parentesi l’umanità.

Non c’è ragione che possa far scolorire un principio così importante come il fatto che siamo tutti e tutte uguali a prescindere dal luogo in cui siamo nati.

I dati economici. Il ragionamento non tiene neanche dal punto di vista strettamente economico. Leggendo i dati concreti si scopre che meno migranti, vuol dire anche meno pil. Se infatti il calo demografico non viene compensato dall’arrivo di uomini e donne da altre parti del mondo, si riduce la produzione e la nostra economia arranca. Quando si dice che i migranti rubano il lavoro agli italiani è quindi una sonora fesseria. Perché il loro lavoro è necessario a far crescere il pil e perché fanno lavori che gli italiani non fanno più. E li fanno venendo spesso sfruttati.

Lo sono sicuramente coloro che, nelle mani del capolarato, lavorano nei campi per pochi euro al giorno e che, anche dopo quello che è avvenuto a Foggia, hanno occupato a Bari la basilica di San Nicola. Sono i nuovi schiavi, i dimenticati, rappresentano la cattiva coscienza del mondo occidentale. Ma invece che piangere per loro, vengono presi di mira. Presi a sassate, accusati di tutti i mali.

I dati dicono appunto altro. Luigi Cannari, vicecapo del dipartimento economia e statistica della Banca d’Italia, partecipando a una convegno alla Camera dei deputati è stato molto chiaro: «Gli studi condotti in parte da Banca d’Italia, università e centri di ricerca ci dicono che gli immigrati tendono a svolgere attività lavorative diverse da quelle che svolgono i lavoratori nativi che tendono a spostarsi su lavori che hanno un maggiore grado di qualificazione». E ha sottolineato come l’ingresso delle donne nel mondo del lavoro sia facilitato dal fatto che il lavoro di cura è oggi quasi totalmente nelle mani dei lavoratori immigrati. Ci hanno levato le castagne dal fuoco, offrendoci l’alibi per non aprire un contenzioso sul welfare o per una equa divisione del lavoro domestico tra donne e uomini.

Ma non gli diciamo grazie. Anzi. Si continua ad alimentare l’odio contro di loro. Forse anche prima questo sentimento era diffuso, ma non si aveva il coraggio di esibirlo con orgoglio. Oggi accade il contrario. Non si ha più timore a mettere in mostra la propria violenza nei confronti di persone che oggi sono più deboli e indifese.

Ma i più esposti siamo noi, non solo perché la nostra economia senza migranti va sempre peggio, ma perché stiamo, a poco a poco, peggiorando dal punto di vista civile, culturale, politico. Il futuro, se c’è, non è nell’odio diffuso, ma in quel ragazzino che, cacciato di casa dalla polizia, va via con i libri sulle braccia. La foto, circolata in questi giorni, è straziante, perché quel ragazzino e le altre 300 persone che stavano nella scuola occupata in via Capranica a Roma non hanno più una casa. Ma è anche una foto bella, perché in quei libri, in quel ragazzino, c’è un po’ di speranza.

 

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