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Deutsche Bank: ascesa e caduta della tedesca che voleva l’America

Il colosso in crisi. Per non finire come lehman brothers, la banca renana si ristruttura e punta a tornare alle origini. Riduzione di 18mila impiegati entro il 2020 e taglio dei costi per 6 miliardi
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Deutsche Bank negli ultimi 150 anni ha rappresentato l’ossatura e l’architrave stessa del capitalismo tedesco. Deutsche Bank è la Germania stessa. Quindi si può immaginare che cosa significherà la pesantissima ristrutturazione che è stata annunciata ed avviata in queste settimane.

Deutsche Bank negli ultimi 150 anni ( 149 per la precisione, essendo stata fondata nel 1870) ha rappresentato l’ossatura e l’architrave stessa del capitalismo tedesco.

E’ stata il fondamento del “modello renano”, ovvero del capitalismo organizzato sulla stretta interdipendenza fra attività industriale manifatturiera e quella del credito. Per lunghissimo tempo è stata l’esempio mondiale della “banca mista”, un po’ banca commerciale ordinaria per i correntisti, un po’ banca di investimento per le imprese produttive.

Deutsche Bank insomma è la Germania stessa, come realtà materiale del capitalismo tedesco e come esempio storico ed anche ideologico di una forma di capitalismo differente da quello dominante in questi decenni, quello borsistico caro agli anglosassoni.

Deutsche Bank è, in poche parole, la storia economica dell’Europa continentale. Nel bene e nel male. Quindi si può immaginare che cosa significherà la pesantissima ristrutturazione che è stata annunciata ed avviata in queste settimane dal vertice della banca per far fronte ai suoi tantissimi problemi.

La ristrutturazione. Il piano prevede una riduzione di 18mila impiegati, su un organico complessivo di 74mila persone. I tagli colpiranno in particolare le sedi di Londra, Tokyo e New York e dovranno essere pienamente implementati entro il 2020. Il management della banca vorrebbe tagliare costi per 6 miliardi di euro. Intanto, per l’immediato, per il secondo trimestre del 2019, si prevede una perdita netta di bilancio di 2 miliardi e 800 milioni di dollari.

Il piano fa capire immediatamente gli oggetti della ristrutturazione della grande banca: la limitazione dell’investiment banking, il trading negli Stati Uniti, il trading sui mercati azionari, il core business del sistema finanziario di matrice anglosassone da un lato; la modernizzazione della rete commerciale per rispondere alla rivoluzione tecnologica che investe il settore del credito dall’altro lato.

Deutsche Bank infatti, nonostante la sua lunghissima tradizione ben diversa, voleva entrare nel club ristretto delle potenze finanziarie anglosassoni. Anche dopo la gravissima crisi globale del 2008, Deutsche Bank scelse di rimanere con una forte presenza a Wall Street, al contrario di altri importanti istituzioni finanziarie europee.

Ora tutto questo cambia. «Abbiamo annunciato la trasformazione più fondamentale di Deutsche Bank degli ultimi decenni», dicono. «Abbiamo deciso di concentrare le nostre risorse sulle imprese in cui i clienti hanno più bisogno di noi, stiamo creando una banca dedicata a prodotti finanziarie e ad operazioni di cuoi hanno bisogno le imprese per sostenere commercio ed investimenti a livello mondiale». E’ stato deciso un vero e proprio ritorno alle radici.

Vicende opache. In questi ultimi decenni, Deutsche Bank, nella sua avventura di stile anglosassone, è stata al centro di numerosissimi affaires ed indagini che le sono costati molto caro. Nel gennaio 2017 Deutsche Bank e il Dipartimento della giustizia degli Stati Uniti hanno raggiunto una intesa per una multa di 7 miliardi e 200 milioni concernente la vendita di titoli non “regolari” avvenute prima della crisi Lehman.

Pochissime settimane dopo, la banca aveva dovuto accettare un’altra multa ( per riciclaggio connesso alla Russia) per 630 milioni di dollari. Nel 2015, Deutsche Bank era stata sottoposta ad una sanzione di ben 2 miliardi e mezzo di dollari per aver partecipato alla manipolazione del regime tassi di interesse del sistema internazionale.

Un vera sequenza di scandali e di sanzioni che ha pesantemente intaccato la banca stessa: anche altre importantissime imprese tedesche in questi ultimi anni sono state “colpite” da “attenzioni” da parte di autorità americane: basta pensare alla Volkswagen, ma mentre le grandi aziende manifatturiere della Repubblica Federale avevano una struttura efficientissima e quindi molto resistente, Deusche Bank è subito apparsa meno robusta.

Basta ripercorre le cronache degli ultimi anni, per capire meglio la situazione reale: spessissimo il nome della gloriosa banca tedesca era arrivato all’onore delle prime pagine. L’ultimo, in ordine di tempo, è stato l’affaire Danske Bank.

Affaire Danske Bank. Un grande istituto di credito danese, una importante banca per clienti, conti di risparmio, crediti personali e al consumo del Nord Europa. Le sue ramificazioni vanno dall’Estonia all’Ir-landa. La sua filiale estone è stata coinvolta in una vasta rete di sospetto riciclaggio di denaro russo potenzialmente proveniente da attività illecite russe.

Un affaire da 150 miliardi di dollari che avrebbe visto coinvolte a vario titolo e per differenti periodi banche dell’importanza di Bank of America, Jp Morgan e Deutsche Bank, in particolare la sua filiale statunitense. Si tratta, secondo alcune ricostruzioni, del più ampio scandalo di riciclaggio della recente storia finanziaria europea. C’è poi l’affaire delle attività che riguarderebbe l’attuale presidente americano Donald Trump e esponenti della sua famiglia. «La natura delle transazioni – scrive il New York Times – non è chiara».

Ma la questione più rilevante, almeno sul piano globale, riguarda il ruolo della banca tedesca nel settore di quei prodotti del mondo finanziario che sono chiamati “derivati” e che governano l’intero sistema bancario ed economico occidentale ormai da alcuni decenni, cioè dall’inizio della globalizzazione di stile anglosassone.

I derivati. Nel 2018, secondo alcune stime ( i calcoli riguardanti i derivati sono sempre da prendere con cautela anche per le caratteristiche di questi prodotti e per la loro complessità quanto a meccanismi tecnici e a contabilità di bilancio), Deutsche Bank avrebbe una esposizione sul mercato dei derivati pari a oltre 43mila miliardi di dollari.

Si tratterebbe di uno degli istituti maggiormente esposti in questo mercato: Jp Morgan Chase, Goldman Sachs e Citigroup, ovvero il cuore e cervello del capitale finanziario americano, avrebbero anch’esse esposizioni superiori ai 40mila miliardi di dollari.

E’ facile comprendere l’enormità dell’intero mercato mondiale dei derivati, frutto anche delle politiche monetarie non convenzionali particolarmente permissive di questi anni in un contesto ancora dominato dagli istituti finanziari americani.

Sia come sia, Deutsche Banks spessissimo è stata sotto accusa a livello di opinione pubblica, in particolare negli Stati Uniti, per questa sua esposizione che ne avrebbe fatto un istituto pericoloso per la stessa stabilità economica occidentale, tanto che molte volte qualcuno evoca Lehman per la crisi di Deutsche Bank.

Ovviamente, come si comprende immediatamente anche da quei numeri semplicistici, il cuore del mercato dei derivati e degli eventuali rischi sistemici è nel cuore della finanza americana, ma comunque una partecipazione così ampia e ingente della banca tedesca a quel settore è il pilastro di una precisa scelta aziendale e strategica di Deutsche Bank: quella di cercare di diventare una delle colonne della finanza neoliberistica in questi decenni, affiancando questa attività a quella tradizionale rivolta alla clientela di famiglie e imprese.

Ritorno al passato. Ora Deutsche Bank si lascia alle spalle questa formula di combinazione fra banca d’affari all’anglosassone e banca commerciale mista per tornare a privilegiare questo secondo aspetto con forme ed organizzazioni adeguate alla rivoluzione tecnologica di internet. Deutsche Bank peraltro per decenni, è stata una “cosa” precisa nel capitalismo europeo.

Deutsche Bank fu fondata a Berlino il 10 marzo del 1870. Uno dei suoi fondatori fu Georg Siemens, patron dell’omologa enorme conglomerata manifatturiera. Lo statuto della banca parlava chiaro: compito di Deutsche Bank sarebbe stato quello di fare attività bancaria in tutte le sue forme e in particolare quella di facilitare commercio e investimenti fra la Germania e gli altri paesi europei e i mercati oltremare.

Deutsche Bank doveva supplire ad una gravissima deficienza del nascente capitale tedesco: quella di dipendere dalle istituzioni finanziarie francesi e inglesi, un handicap politico e strategico che poteva diventare cruciale nella competizione mondiale di quell’epoca in Europa. Prime sedi della banca furono Brema, Amburgo, Londra e Shanghai. Il mercato domestico; la capitale del capitalismo moderno; Londra e – guarda caso fin da allora – la capitale economica della Cina ancora governata dalla dinastia mancese ma già sottoposta al regime delle concessioni internazionali dalle potenze coloniali.

Progetti grandiosi. Tra i primi grandi progetti infrastrutturali assistiti dalla neonata Deutsche Bank ci sono idee grandiose come la celeberrima Ferrovia di Baghdad in Medio Oriente. Deutsche Bank fu molto importante fin dall’inizio della sua storia per il colosso dell’industria siderurgica della Germania, Krupp. Da subito Deutsche Bank intrecciò la sua storia sia con i grandi programmi di infrastrutture sia con la nascente grande industria manifatturiera dell’allora Impero germanico.

La banca fu pesantemente coinvolta nel regime nazista ad iniziare dalle sue campagne antisemite. A guerra finita, Deutsche Bank fu spaccata dalle autorità alleate di occupazione nel 1948 in dieci banche regionali. Nel 1952 la situazione iniziò a mutare profondamente: i dieci istituti furono riorganizzati in tre banche; poi nel 1957 accade l’inevitabile, ovvero la rinascita di Deutsche Bank mediante la fusione dei tre istituti sovra- regionali. La logica del capitalismo tedesco, assai probabilmente, spingeva quasi inesorabilmente verso le banche miste. Deutsche Bank riprese rapidamente il suo posto nell’economia manifatturiera tedesca.

Nel 1989 si posero le basi per una ulteriore trasformazione. L’allora presidente dell’istituto Alfred Herrahusen, una delle figure più importanti e affascinanti del capitalismo tedesco moderno, voleva fare della sua banca il crocevia della trasformazione postcomunista delle economie dell’est Europa e della Russia: nuovi progetti infrastrutturali e credito per economie e imprese industriali nell’intera regione ad est di Berlino sarebbero state le sue coordinate.

Purtroppo questo grande programma fu stroncato da un attentato terroristico: un commando della RAF uccise il banchiere, amico personale strettissimo dell’allora Cancelliere Helmut Koh, nel novembre del 1989, prima che tenesse un importantissimo discorso ad una platea di grandi banchieri anglosassoni. Anche a causa della sua morte, l’Occidente prese un’altra strada: prese la via della globalizzazione deregolamentata e speculativa, quella delle grandi banche di investimento di Wall Street. Deutsche Bank a quel punto ha cercato di entrare nel Gotha di quel capitalismo globale. Ma scandali, affaires, indagini e sanzioni ne hanno scandito la storia recente.

Fino al gigantesco piano di ristrutturazione di questi giorni, deciso dopo il fallimento dell’ipotesi di fusione con un’altra grande banca tedesca, Commerzbank. Ora Deutsche Bank cerca di ritornare alle radici, ma con una struttura organizzativa innovativa adeguata alla rivoluzione tecnologica: Deutsche Bank intende ritornare alla funzione di facilitare commercio e investimento per le aziende produttive. Guarda caso, i concetti richiamati dal management di oggi ricalcano le parole del primo statuto della banca. Rinasce il capitalismo renano nel cuore dell’Europa renana?

 

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