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Il Sudan infiamma l’Africa: storie di stupri e assassini

Il reportage per il Dubbio dal paese africano, tra massacri di civili e trame della giunta militare
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Il Sudan infiamma l’Africa. Le acque del Nilo Bianco scorrono calme fino alla confluenza nel Nilo Azzurro. I postumi della stagione secca ne hanno mutato l’alveo ma il flusso resta maestoso. Le grandi piogge non sono ancora arrivate. Giorno dopo giorno sulle sponde che si estendono da Nile Street a Kalifa Road si arenano i cadaveri di decine di sudanesi uccisi nell’assalto del 3 giugno davanti al quartier generale dell’esercito. Almeno 118 i manifestanti morti durante lo sgombero del presidio ordinato dalla Giunta militare al potere.

L’ultimo a riemergere, con il toub rosa che ancora la avvolgeva, il corpo di Amal Gous, giovane “signora del te” che vendeva l’infuso durante le manifestazioni per guadagnare qualche pounds con cui sostenere la famiglia.

Orrori impossibili da nascondere. Il fiume che attraversa Khartoum, la capitale del Sudan, appare placido e tranquillo. Nasconde gli orrori che proseguono impunemente nel Paese ma prima o poi emergono e non è più possibile celarli. È la metafora plastica della situazione in Sudan oggi: una calma apparente dopo l’accordo raggiunto il 5 luglio tra la Giunta militare e le Forze della libertà e del cambiamento dopo sette mesi di proteste e un golpe che ha portato alla caduta, l’ 11 aprile scorso, del presidente Omar Hassan al Bashir dopo 30 anni di regime dittatoriale.

Il fantasma islamista, le manovre dei generali fedeli all’ex dittatore e l’incognita dell’intesa sottoscritta ad Addis Abeba, grazie alla mediazione del premier etiope Abyi Ahmed e dei suoi inviati, sono gli elementi che con i massacri delle Rapid support forces, le milizie paramilitari che in passato hanno compiuto crimini in Darfur, segnano e condizionano il futuro e la stabilità del Sudan.

Situazione sospesa. La soddisfazione dell’Associazione dei professionisti, promotrice delle rivolte contro Bashir, che rivendica la vittoria del popolo, è per ora congelata. Dopo l’ottimismo per la fumata bianca manifestata anche del portavoce del Tmc, Shams al Din Kabbashi, che ha parlato di una svolta grazie all’apertura della Giunta dimostrata poche ore prima dell’accordo con la liberazione di 235 prigionieri politici appartenenti ai gruppi ribelli del Darfur, in Sudan la situazione è “sospesa”.

Nonostante gli impegni assunti, a cominciare dall’inchiesta indipendente sullo sgombero del presidio davanti al quartier generale dell’esercito del 3 giugno e sulle violenze di piazza delle ultime settimane che hanno causato numerosi morti, la tenuta dell’intesa è da verificare sul campo.

Le milizie paramilitari, le Rapid support forces, la scorsa settimana hanno sferrato un attacco nel nord del Darfur uccidendo almeno dieci persone e arrestato centinaia di manifestanti scesi in piazza per commemorare le vittime delle rivolte. Stessa violenza nei confronti della folla in strada nello stato sudorientale del Senar, tre i morti e ottanta feriti.

Le violenze. La tensione non è destinata a scemare. Per ora. Soprattutto a fronte della diffusione dei nuovi video arrivati che mostrano la violenza dello sgombero del presidio del 3 giugno e delle dichiarazioni del generale Mohamed Hamdan Dagalo, conosciuto con il soprannome Hemeti, il quale ribadisce che il Consiglio militare non si assume alcuna responsabilità. Un passato da venditore di cammelli, quattro mogli e innumerevoli figli, l’uomo forte della Giunta militare è colui che al momento ha davvero nelle mani il potere in Sudan.

L’asse con le monarchie del Golfo. Una carriera in ascesa, quella di Dagalo nell’esercito, proprio grazie alle repressioni perpetrate dalle milizie che guidava in Darfur. È lui il grande manovratore per rinsaldare l’asse tra Khartoum, le monarchie del Golfo ( Arabia Saudita ed Emirati Arabi) e i loro alleati, in primo luogo l’Egitto. Lo dimostrano i viaggi compiuti in alcuni Stati arabi che hanno deciso di supportare apertamente i generali sudanesi.

Anche quando il protagonista sembrava fosse Burhan, che nelle scorse settimane si è recato a Il Cairo e Abu Dhabi, dove ha incontrato rispettivamente il presidente egiziano Abdel Fattah al Sisi e il principe ereditario Sheikh Mohamed bin Zayed al Nahyan. Le visite del generale che guida la Giunta erano state precedute da quella dal suo vice a Riyad, dove è stato a colloquio con l’erede al trono, il principe Mohammed Bin Salman.

Un’intensa attività diplomatica, che segue la missione a Khartoum di una delegazione congiunta emiratina- saudita subito dopo la destituzione di Bashir, che testimonia una volta di più l’intenzione delle autorità di transizione sudanesi di abbracciare l’asse formato dai paesi del Golfo e Il Cairo, a scapito degli alleati storici, il Qatar e la Turchia. L’operato di Dagalo, vera e propria eminenza grigia del Consiglio, rivela dunque il reale obiettivo dei militari: l’intenzione di consolidare il proprio potere.

Guardando ai fatti, e analizzandoli, la domanda sorge spontanea: alla fine dei 21 mesi di presidenza del Consiglio Sovrano stabiliti dall’accordo di Addis Abeba, i militari saranno davvero disposti a lasciare il passo ai civili? Per chi conosce bene il passato del Sudan e i personaggi che hanno in mano il destino del Paese, le perplessità sono quasi certezza.

 

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