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Dall’omicidio stradale al femminicidio: vince il populismo penale

Nuovi reati e pene sempre più dure. Ma la ricetta è sbagliata. Che si tratti di delitti contro le donne o di incidenti stradali, la soluzione offerta è sempre la stessa: galera, galera e galera
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Dall’omicidio stradale al femminicidio. Sono decenni che in Italia i temi più scottanti vengono affrontati sempre allo stesso modo, creando nuove fattispecie di reato oppure chiedendo, e ottenendo, l’aumento delle pene. Ma è davvero la strada giusta da percorrere? E perché si è scelta proprio questa direzione?

Prendiamo due esempi lontani tra loro, se si pensa alle motivazioni che ci sono dietro, ma che hanno in comune la richiesta di più galera per chi viene coinvolto. Sono due fatti legati alla cronaca di questi giorni: da una parte i femminicidi, dall’altra gli omicidi stradali. La soluzione per questioni così complesse, e diverse, è sempre la stessa: galera, galera e ancora galera.

A pochi ormai viene in mente di affrontare i problemi ponendoli sul piano della cultura, della prevenzione, del cambiamento sociale. Eppure i dati dimostrano che aumentare le pene non sia un deterrente e che il problema va affrontato alla radice se davvero lo si vuole risolvere.

Deborah è l’ultimo caso, l’ultimo femminicidio. E’ stata uccisa dall’ex, già condannato per stalking, mentre cantava in una serata dedicata al karaoke. Si sentiva braccata, ma in quel momento forse era felice, faceva una cosa che le piaceva. Il suo ex la ha uccisa davanti a tutti, una vendetta consumata fredda e che almeno per una volta leva a diversi giornali la possibilità di scrivere che è stato un raptus, una follia, e non una premeditazione.

Chi lavora nei centri anti violenza sa bene che dietro un femminicidio ci sono, quasi sempre, anni e anni di violenze fisiche e psicologiche. Non si tratta di episodi isolati. Dietro a Deborah, come a tutte le altre di cui apprendiamo i nomi e le storie una volta che non ci sono più, ci sono sofferenze, solitudini, impossibilità di rifarsi una vita. Per questo i centri antiviolenza, che sono il cuore della lotta alla violenza contro le donne, non chiedono aumento delle pene, ma aumento dei fondi da investire per prevenire.

Se una donna, decide di sporgere denuncia o di lasciare la casa che condivide con il marito o compagno violento deve essere messa nelle condizioni di rendersi autonoma da tutti i punti di vista, a partire da quello economico. Servono strumenti, mezzi, risorse. Invece sui soldi si continua a non investire il necessario per fare una seria campagna di informazione, formazione, aiuto alle donne in difficoltà. I stessi centri antiviolenza D. i. Re hanno espresso il loro dissenso rispetto alle misure del “Codice rosso” là dove si parla di aumento delle pene perché in generale non è interesse delle donne che certo non cercano pene esemplari, ambiscono piuttosto a vivere libere dalla violenza.

Nonostante l’introduzione della nuova legge sull’omicidio stradale, tanto criticata dai penalisti e da una parte dell’opinione pubblica, ogni qualvolta che si assiste alle stragi del sabato sera la reazione è la stessa. Non basta aver aumentato le pene, si vuole di più. Sempre di più. A tal punto che il vicepremier Luigi di Maio in un post su Facebook sembra voler invocare la pena di morte, perché – ha detto la prigione non basta.

Anche in questo caso la carta della prevenzione e del cambiamento viene tenuta fuori gioco, come se fosse una chimera, un sogno impossibile. Dieci ragazzi morti nel week end, più i due cugini nel ragusano, davvero sarebbero ancora vivi se si potesse applicare una pena ancora più severa? Nel 2017 i morti su strada sono aumentati rispetto all’anno precedente, senza contare che la nuova legge ha – purtroppo – visto aumentare anche i casi di omissione di soccorso con conseguenze spesso letali.

Se davvero dovesse interessare che i morti diminuiscano, si dovrebbero prendere ben altre iniziative: per esempio fare informazione soprattutto per le giovani generazioni, aumentare i controlli su strada, migliorare la viabilità che in alcune parti del Paese è ferma all’anno zero. Invece davanti a fatti che indubbiamente lasciano sgomenti e addolorati, si sceglie la strada più breve, quella che parla non alla razionalità ma alla pancia delle persone.

IL POPULISMO PENALE

Secondo il professor Giovanni Fiandaca il populismo penale è la «strumentalizzazione politica del diritto penale e delle sue valenze simboliche in chiave di rassicurazione collettiva rispetto a paure, allarmi a loro volta indotti, o comunque enfatizzati da campagne politico- mediatiche propense a drammatizzare il rischio- criminalità».

Nel caso dei femminicidi ciò a cui non si vuol mettere mano è il rapporto uomo donna, la sua matrice comune a tutte le relazioni. Si ha cioè paura di affrontare il nodo principale mettendo in discussione ruoli, stereotipi, abiti culturali che tutti e tutte abbiamo assunti. Si ha cioè paura di mettere in discussione se stessi e la società intera. Meglio invocare l’aumento delle pene che è appunto rassicurante, perché sposta sul singolo e la sua punizione, quella sfida che dovremmo fare nostra in prima persona.

Meno complesso il discorso della risposta populista all’omicidio stradale dal punto di vista delle dinamiche psicologiche e storiche. La legge e le reazioni di questi giorni sono però pur sempre emblematiche di una società che invece di ragionare e cambiare, preferisce mettere in atto riti ancestrali fondati sulla vendetta. Non si tratta di essere buonisti o innocentisti ma di capire quale sia la miglior risposta per problemi che assumono valenze spesso così tragiche. Rispondere: più galera, non è una soluzione. E’ una sconfitta.

 

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