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Ma il Meazza non è mica il Colosseo Demolirlo? C’è sempre chi fa catenaccio

All’estero funziona così: si erge il nuovo monumento allo sport tifoso, si piazza una bella targa che ricorda i nomi dei nostri eroi e le coppe vinte, si intitola a Cruijff o a chi volete voi, e si celebrano le Olimpiadi invernali o quelle estive con un biglietto da visita che fa bene alla città.
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Dev’essere colpa del morbo italico che avversa ogni modernità, protettore del conservatorismo, nutrito e ingrassato dallo status quo, senza nemmeno bisogno di scomodare il Gattopardo e la decadenza che sempre più ci circonda.

Scambiamo il vecchio e il vetusto con il reperto storico, tanto è scrostato e sgarrupato il nostro presente, fatiscente e impuzzonito da mondezze d’ogni genere. Ora, da milanista, noto che c’è una Milano che si straccia le vesti per la demolizione dello stadio di San Siro, poi ribattezzato Meazza, in attesa, tra cent’anni s’intende, che magari si chiami Rivera o Gullit& Van Basten. Mettiamolo subito in chiaro: lo stadio non è mica il Colosseo.

E non è stato neanche testimone di tutte le grandi e gloriose vittorie internazionali, se non quelle più modestamente italiche. In tutto il mondo calcisticamente moderno gli stadi vengono ricostruiti a misura di tifoso: negozi, comode vie di accesso con grandi parcheggi che impediscono gli ingorghi estenuanti, meno posti – in questo caso 60 mila – ma comodi e controllati, argini tecnologici contro gli ultras, sistemi di riconoscimento, diavolerie mediatiche e chi più ne ha più ne metta.

All’estero funziona così: si erge il nuovo monumento allo sport tifoso, si piazza una bella targa che ricorda i nomi dei nostri eroi e le coppe vinte, si intitola a Cruijff o a chi volete voi, e si celebrano le Olimpiadi invernali o quelle estive con un biglietto da visita che fa bene alla città. Peraltro, con quelle colonne a tortiglione, il Meazza è abbastanza cupo e, non dovrei dirlo, ma in buona sintonia con il presente rossonero. Dice: intanto costruiamo quello nuovo e lasciamo in piedi il vecchio. Spazio sprecato.

Sono decenni a Roma che lo stadio Flaminio giace lì abbandonato, inutilmente ingombrante. I parcheggi, quelli sì, sono comodi per chi va all’Auditorium. Per non parlare del nuovo stadio della Roma “americana”, insabbiato nella palude della decrescita infelice. Wembley, e dico Wembley, fu demolito nel 2003. Il nuovo Camp Nou è mostruoso, ma non c’è bisogno di farlo così grande. Il Valencia e il Chelsea aspettano i loro gioielli architettonici. Gli architetti di mezzo mondo costruiscono meraviglie. Noi nostalgici delle gradinate, del sedere piatto, e del calcio che fu, infatti facciamo catenaccio.

 

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