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Ue, il governo italiano naviga nella palude

L’Ue ci gela, è il pil più basso: + 0,1. Le previsioni della Commissione condannano il nostro paese alla stagnazione
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Ue e governo. È un classico bicchiere mezzo pieno e mezzo vuoto ed è ovvio che chi governa l’Italia si concentri sulla prima metà.

Conte, il premier che ha portato a casa un risultato indiscutibile: l’aver evitato una procedura d’infrazione che sembrava già scritta in virtù della «solidità dei conti pubblici», cita proprio lo spread, eterna bestia nera ma stavolta in calo, a riprova del trend positivo dell’economia italiana.

I dati consolanti, sia pure di poco, sull’occupazione fanno il resto e quasi si respira un clima da piccolo ” miracolo italiano”.

La «crescita resta la nostra stella polare», annuncia sprizzando ottimismo il capo del governo e quando in agosto Fitch eviterà il downgrade del Belpaese, come di fatto ha già annunciato tra le righe, il tripudio raggiungerà le stelle.

La mazzata della Commissione

E’ un trionfalismo poco giustificato.

Le previsioni della Ue di ieri confermano la crescita 2019 italiana allo 0,1%, un altro pianeta, anzi un altro sistema solare rispetto all’ 1,5% fissato dal governo meno di 7 mesi fa.

Le previsioni per l’anno prossimo, 0,7% in più, sono appena meno plumbee ma nella situazione atttuale il dato è incerto e volatile e in ogni caso l’Italia si confermerebbe nel 2020, come nell’anno corrente, fanalino di coda della Ue.

Inoltre, e forse soprattutto, la partita tra Roma e Bruxelles non si è affatto conclusa e la prossima mano, quella che si giocherà in autunno sulla legge di bilancio, non permetterà nuovi rinvii.

In un modo o nell’altro metterà fine al confronto che dura dalla Finanziaria scorsa, a volte conclamato, in altri momenti latente e sotterraneo però mai davvero risolto.

Economia stagnante

«Le cose in Italia non sono andate come si voleva», ha sentenziato Moscovici: «L’Italia ha lasciato la recessione tecnica ma l’economia è stagnante.

Speriamo che la terza volta sia quella giusta, con una legge di bilancio complessivamente conforme al patto di stabilità e una politica economica favorevole alla crescita».

La Commissione uscente, insomma, non ha rinunciato all’obiettivo di una inversione radicale nella politica economica italiana e le ‘ raccomandazioni’ di Ecofin di alcun giorni fa sostanziano l’invito con richieste precise: aggiustamento del deficit strutturale dello 0,6%, uso di qualsiasi risorsa per la diminuzione del debito pubblico, recupero pieno della Fornero, spesa concentrata sugli investimenti per la crescita.

La ricetta può essere discutibile, ricalcata com’è sugli eterni dogmi dell’Unione.

Ma sulla diagnosi non ci sono ombre. L’Italia resta ferma, senza riuscire a venire fuori dalla situazione in cui ristagna.

Non potrebbe essere diversamente. Al di là dei meriti o demeriti dei governanti, giocano infatti a favore della palude due elementi convergenti ed entrambi potenti.

Modelli di sviluppo

Al momento della stesura del Contratto, Lega e M5S hanno scelto di glissare sull’unico punto di divisione quasi insanabile: i modelli di sviluppo non diversi ma opposti ai quali i due partiti facevano riferimento.

L’escamotage ha permesso di siglare un’alleanza che, entrando nel merito, sarebbe probabilmente naufragata prima ancora di essere varata.

In compenso ha poi reso impossibile la navigazione. I partiti della maggioranza si limitano da un anno a impallinarsi vicendevolmente rendendo impraticabile qualsiasi strategia coerente per uscire dalla stagnazione.

Neppure la vittoria della Lega alle elezioni europee è valsa a sbloccare la situazione, proprio perché la distanza tra i due soci, su questo fronte, chiama in causa più di ogni altra il dna e la stessa ragion d’essere sia della Lega che del M5S.

A questo già difficilmente sormontabile scoglio si è aggiunta la partita a rimpiattino che è in corso da un anno tra Roma e Bruxelles.

La doppia esigenza di tenere il punto quanto meno sul piano dell’immagine e della propaganda e di evitare allo stesso tempo la procedura minacciata già due volte dalla commissione finisce per aggiungere un ulteriore effetto paralizzante, come esemplificato dalla parabola del Reddito di cittadinanza, che da un lato ha impedito di concentrare la spesa sugli investimenti ma dall’altro, in nome del rispetto dei conti, è stato scarnificato al punto tale da vanificare anche i possibili effetti positivi in termini di sostegno alla domanda interna.

E non è affatto detto che basti a evitare la procedura in autunno.

In questa situazione di stallo permanente. Salvini ha scelto di puntare tutto sulla propaganda e i soci a cinque stelle arrancano inseguendolo.

Sul piano dei consensi la strategia per ora funziona. Su quello della sostanza, nonostante l’ottimismo obbligato di Conte, significa condannarsi alla paralisi.

 

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