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I cavalli di battaglia di Ursula: il salario minimo e le parità

Chi è la Von der Leyem, in corsa per dirigere la commissione Ue
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di ALESSANDRO DI LELLIS

Grande attenzione a ovest, cioè alla Francia, sua sostenitrice, e ai Paesi dell’Est. Alzando la voce, se necessario, contro la Russia di Putin. In campo sociale, impegno per il salario minimo e la parità femminile. E’ quanto è possibile aspettarsi dalla tedesca Ursula von der Leyen, presidente in pectore della Commissione Ue, se l’Europarlamento accetterà la designazione fatta dai leader nazionali in Consiglio europeo. Una conferma che non è affatto scontata.

Figlia d’arte in politica ( il padre, Ernst Albrecht, cristiano- democratico, fu capo del governo regionale della Bassa Sassonia; von der Leyen è il suo cognome da sposata), la attuale ministra della Difesa tedesca ha assunto ruoli di rilievo federale grazie ad Angela Merkel, con la quale ha avuto per un lungo periodo un sodalizio politico stretto, tanto da essere considerata la sua possibile delfina. Quando, nel 2005, l’allora neo- cancelliera venne accusata da un avversario di non avere alcuna sensibilità sociale perché priva di figli, Merkel non disse una parola, ma poco dopo nominò al ministero della Famiglia la von der Leyen, che di figli ne ha sette. E che rivoluzionò la politica retrograda del partito Cdu, promuovendo gli asili nido e gli assegni familiari. Successivamente, come ministra del Lavoro, dal 2009 al 2013, si è battuta per il salario minimo e per la parità di genere negli organi direttivi delle società quotate in borsa.

Tuttavia, il grande salto di questa sessantenne elegante ed energica alla guida della Commissione di Bruxelles non è stato proposto dalla cancelliera, bensì dal presidente francese Macron. Il capo dell’Eliseo ha prima bocciato Manfred Weber, presidente dei popolari europei ( PPE), cristiano- sociale bavarese, dal quale lo dividono vecchie incomprensioni e soprattutto l’opposta concezione del futuro della Ue, che Macron vuole fondata sugli Stati e non sul rafforzamento dell’Europarlamento, come invece vorrebbe il leader del PPE; quindi, per non apparire anti- tedesco, ha calato la carta di von der Leyen. «E poi, parla perfettamente francese», avrebbe detto il presidente, tessendo le sue lodi. Nata in Belgio, la ministra ha frequentato la scuola a Bruxelles. Soprattutto, nel suo dicastero, che dirige da sei anni, si è molto impegnata per la cooperazione militare con la Francia ( tra i progetti, la costruzione di un caccia, in cooperazione a tre con la Spagna), è europeista in un senso che piace a Macron, con un forte accento sull’asse franco- tedesco, e si è battuta per un maggior impegno militare della Germania nella Nato, con una presenza alle esercitazioni nei Paesi Baltici e l’invio di droni nell’Ucraina impegnata contro i ribelli sostenuti dalla Russia. Non a caso la sua candidatura è stata sostenuta anche dall’Est, Ungheria in primis. Il suo bilancio come ministra della Difesa è contestato: i suoi progetti di ammodernamento della Bundeswehr hanno fatto salire le spese da 30 a 45 miliardi di euro: la Corte dei Conti tedesca vuole vederci chiaro.

Paradossalmente Merkel non ha potuto votare per lei. Ha dovuto astenersi, per la rivolta dei socialdemocratici tedeschi, i quali hanno visto nella designazione un atto di arroganza che scavalca il principio delle candidature alla luce del sole. Ora la parola passa all’Europarlamento.

 

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