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Tria canta vittoria. La crisi si allontana, fino a quando?

Il premier e il ministro dell’Economia soddisfatti. Evitata la procedura, siamo in riga con la manovra da 8 miliardi. I proclami anti Bruxelles e le promesse fantasmagoriche non avranno più molto spazio. Quanto reggeranno i vicepremier?
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Tria canta vittoria. Il ministro dell’Economia e delle Finanze, Giovanni Tria, dice che non c’è stata manovra correttiva ma una forte correzione al bilancio «che ha portato ad un aggiustamento tra lo 0,3 e lo 0,4 per cento, il più forte degli ultimi anni».

«L’aggiustamento è stato fatto senza nessun taglio ai programmi di spesa già decisi, ma con una conduzione attenta e prudente della finanza pubblica», ha aggiunto prima di precisare che non si è trattato di «una manovra correttiva nel senso tradizionale del termine Evitata la procedura di Bruxelles Conte e Tria sono più forti.

La manovra

La manovra travestita da 7 mld nominali e oltre 8 mld reali e a maggior ragione la lettera del governo italiano alla commissione europea che ha accompagnato la manovra segnano una svolta radicale nella parabola del governo gialloverde.

Quelle due mosse hanno evitato all’Italia un pesantissimo commissariamento ma il prezzo è stato la fine dell’anomalia italiana. E Tria annuncia trionfante: non è stata una manovra ma «una correzione molto forte che ha portato ad un aggiustamento tra lo 0,3 e lo 0,4 per cento, il più forte degli ultimi anni». «L’aggiustamento è stato fatto senza nessun taglio ai programmi di spesa già decisi, ma con una conduzione attenta e prudente della finanza pubblica».

Con i cannoni della procedura per debito puntati, Conte e Tria si sono rassegnati a fare quel che avevano evitato persino nella difficilissima trattativa del dicembre scorso sulla legge di bilancio.

Hanno messo nero su bianco il riconoscimento formale della logica di Maastricht. Hanno accettato senza remissioni o distinguo gli imperativi di Bruxelles. Hanno rinunciato a ogni velleità di sfida nei confronti dell’Europa.

Non significa, sia chiaro, che tra Italia e Ue non ci saranno in futuro tensioni e frizioni. Ma saranno giocate sul piano delle trattative estenuanti, egli ‘ 0,’ rosicchiati, degli scambi come quello che fece Renzi tra migranti e flessibilità e come probabilmente ha fatto anche Conte negoziando le nomine.

Se sarà confermato l’asse europeo tra destra del Ppe, liberali e paesi sovranisti, è anche possibile che l’Italia strappi qualche margine di manovra in più. Ma sempre all’interno di un quadro segnato dall’accettazione totale dei vincoli e della logica della Ue.

In questo senso, appunto, l’anomalia italiana è finita con la saga della procedura d’infrazione conclusasi ( felicemente) due giorni fa. Da un quadro simile emergono due vincitori, il premier Conte e il ministro Tria, e due vinti, i vicepremier Salvini e Di Maio.

Se la partita si gioca con le regole della democrazia fine, del conto puntiglioso delle percentuali, sul mercanteggiamento discreto, il timone non può essere nelle mani dei capipopolo che, anche solo per ruolo in commedia, sono costretti a ruggire e strepitare. Salvini e Di Maio sono stati, sino al dicembre scorso, gli uomini dello scontro con l’Europa.

Quelli della trattativa sono i tecnici, quelli abituati al tono soffusi, ai conti al millesimo e se del caso anche ai cavilli. Tanto più che sono loro a poter contare sul non trascurabile sostegno del Quirinale.

Si allontana la crisi

Lo stesso quadro premia la stabilità e allontana, senza escluderla, l’eventualità di una crisi di governo a breve. Certo, in una situazione così fragile l’incidente può sempre capitare. Ma nel caso si tratterebbe appunto di un incidente, non voluto né cercato da nessuno.

In una situazione ‘ normalizzata’, Salvini non ha alcun interesse nel dover gestire in prima persona un percorso che passa per vie opposte a quelle che esalta quotidianamente nella sua campagna elettorale permanente. Il solo modo di cui il leader leghsta dispone per continuare a battere sui tasti che si sono già dimostrati elettoralmente redditizi è al contrario proprio evitare di assumersi la responsabilità diretta. Quando ai 5S, evitare il ritorno alle urne è stata e resterà, a ragion veduta, la loro stella polare dalla sera delle elezioni europee in poi.

Sulla carta la ‘ normalizzazione’ dovrebbe costare a D Maio meno che a Salvini, essendo l’antieuropeismo dei 5S molto meno fragoroso e identitario di quello leghista. Non a caso il pentastellato, a differenza del socio leghista, ha largheggiato in complimenti rivolti al presidente del consiglio e alla sua maestria nel condurre le trattative. La temperie positiva sui piani dell’economia e soprattutto dell’occupazione dovrebbe spingere il Movimento di Di Maio.

Ma per una forza politica che si è qualificata nell’arco di oltre 10 anni molto più sul piano dell’identità e delle parole d’ordine che su quello dei provvedimenti concreti, l’obbligo di piegarsi alla tirannia delle cifre europee da un alto e al peso soverchiante degli alleati leghisti dall’altro rischia invece di rivelarsi più che esiziale.

Il momento della verità arriverà probabilmente con la decisione finale sulla Tav, quando il dna del Movimento entrerà in conflitto anche simbolico frontale con le esigenze sia dell’Europa che della Lega e Di Maio sarà costretto a una scelta senza appello. Inoltre, uno dei costi principali della normalizzazione accettata dal governo gialloverde è proprio dover fare i conti con la penuria di risorse.

A differenza che nel 2018, stavolta la lotta per aggiudicarsi le scarse spese possibili sarà inevitabile e nella sfida la Lega, lievitata secondo alcuni sondaggi sino al 38%, parte senza dubbio avvantaggiata.

Il quadro che vede Conte e Tria al timone nella sostanza, Salvini relegato per nella parte, peraltro redditizia, del propagandista e Di Maio costretto a lottare per la sopravvivenza presenta però un punto debole vistoso. Salvini deve le sue fortune all’immagine bellicosa che è riuscito a imporre. Neppure volendo potrebbe oggi ripiegare verso una sceneggiatura più moderata.

Sarà costretto a mantenere altissimi i toni, senza che alle apparenze possa però corrispondere una vera sostanza. Quanto possa reggere il gioco senza che Salvini sia costretto a forzare la mano per non perdere la faccia o, in alternativa, senza dover subire un crollo di credibilità è l’incognita che pesa sulla stabilità del governo.

 

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