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Senza un piano d’azione nel Mediterraneo e in Africa inutili i muri e i respingimenti: bisogna incalzare la Ue

LO SCHEMA FRANCO- TEDESCOBRITANNICO È FALLITO: VEDERE IL MARE NOSTRUM COME UNA FRONTIERA È PURA CECITÀ, COME ANCHE PENSARE A RICOLONIZZARE IL CONTINENTE AFRICANO.
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Senza un piano. “La Capitana ( della Sea Watch) contro il Capitano ( della Lega)”, a questo è ridotto il dibattito sulla questione migratoria in un paese ormai prigioniero di due retoriche infantili e assolutamente inconcludenti: quella dei respingimenti incondizionati in nome dei confini e della sovranità nazionale e quella dell’accoglienza indiscriminata in nome dell’umanità.

Uno spettacolo avvilente, da asilo Mariuccia della storia alimentato da una grancassa mediatica tesa a capitalizzare umori, like e click più che interessata a portare un contributo di razionalità e di analisi.

Uno schema destinato a ripetersi come in una coazione seriale – perché funzionale alle due parti in causa – fino a quando non si avrà la responsabilità e la dignità politica di sollevare lo sguardo e tornare a pensare.

A pensare l’origine e il contesto del fenomeno migratorio, a prendere le misure delle sue proporzioni e delle sue cause che è poi dire tornare a pensare il Mediterraneo e più ancora il Continente africano insieme al Medio Oriente.

E’ su questo tema evidentemente che si decide davvero la partita epocale delle migrazioni: su questo scenario geopolitico immenso per implicazioni e complessità. Come sia possibile del resto immaginare in Europa e soprattutto in Italia di affrontare la spinta migratoria dall’Africa senza porsi in termini sistemici il tema della questione africana e mediterranea – spinta che aumenterà con gli anni in progressione geometrica – è qualcosa che né le curve del sovranismo né quelle dei liberal o della sinistra immigrazionista sono in grado di spiegarci. Perché in nome dell’ideologia hanno smesso di pensare.

Altrimenti non si spiegherebbe come sia possibile che esistano persone che credono che l’Europa possa difendersi dalla pressione migratoria con i respingimenti e i muri o che viceversa non debbano esistere regole, stati e confini in nome dell’accoglienza indiscriminata, della libertà di spostamento e della cittadinanza globale.

Un collasso cognitivo collettivo che rende grottesca una situazione drammatica. Eppure il varco che consente di uscire da questa coazione a ripetere, da questo ottuso, inconcludente e seriale confliggere sull’ordine del giorno imposto dal fenomeno migratorio, è evidente: agire come si diceva sulle cause del fenomeno riattivando le leve della politica estera e immaginando un piano d’azione sul Mediterraneo e sull’Africa. E’ su questo punto focale che l’Italia, se vuole modificare gli assetti attuali e tutelare l’interesse nazionale, deve portare l’ordine del discorso in Europa. Rimettendo in discussione assieme agli altri paesi del Sud Europa l’attuale schema franco tedesco che tende a vedere il mediterraneo come una frontiera, un’area remota dal centro economico europeo e l’Africa come una terra al limite da ricolonizzare economicamente.

Certo, rispetto all’ultimo dopoguerra il mondo è cambiato, ma fino agli inoltrati anni novanta l’Italia è stata capace, pur nell’alternanza dei governi, di esercitare nel Mediterraneo una politica di equilibrio volta a salvaguardare l’interesse nazionale. Un esponente di punta della classe dirigente italiana di allora Enrico Mattei riuscì, in collaborazione con lo Stato italiano, a esercitare un’influenza politico economica considerevole nel Mediterraneo senza con ciò rinunciare allo schieramento atlantico ma anzi riuscendo a far da ponte tra l’area del nord Africa, il Medio oriente e l’estremo occidente americano. Un’intuizione quella di Mattei che le classi dirigenti italiane hanno proseguito anche dopo la sua morte – dovuta a un attentato – stringendo accordi con l’Algeria, stabilendo un asse con la Libia di Gheddafi, diventando con Aldo Moro uno dei più significativi rappresentanti della comunità europea nella regione nordafricana. Un epoca che cominciò a tramontare negli anni ottanta – malgrado i tentativi di Bettino Craxi di tenere la rotta – e che si è definitivamente chiusa con gli anni novanta e duemila, con lo smottamento della classe dirigente della prima Repubblica e poi con l’esplosione delle cosiddette primavere arabe. Una fase nuova che ha consentito in particolare alla Francia di entrare prepotentemente in scena con l’attacco alla Libia voluto da Sarkozy ma supportato da gran parte delle potenze europee – prima la Gran Bretagna – con il lasciapassare della Germania. Un’iniziativa che non ha solo indebolito l’influenza italiana ma ha anche aperto il vaso di Pandora africano senza curarsi delle conseguenze che si mettevano in moto. Come del resto sono paesi europei come la Francia e l’Inghilterra ad essersi ripetutamente opposti a risoluzioni che chiedevano alle multinazionali che operano in Africa di reinvestire nei paesi africani una quota parte significativa di profitto da destinarsi allo sviluppo ordinato del continente. Se l’Italia ha una carta da giocare in Europa e sul piano internazionale oggi è proprio questa: una politica per l’Africa e una strategia di equilibrio nel Mediterraneo. Un’iniziativa che oggi vedrebbe il sostegno di Stati Uniti e Russia assai preoccupate per il saldarsi dell’asse franco- tedesco e interessate alla posizione geopolitica dell’Italia. E’ questo il punto di intervento reale come sanno bene gli esponenti più accorti dello stato profondo italiano che conserva dalla sua storia – che non è acqua – i riflessi del passato e una memoria operativa. Nel 2016 si è tenuta a Roma la prima conferenza ministeriale Italia- Africa, alla quale hanno partecipato rappresentanti di 52 paesi africani. E ultimamente si sono moltiplicate le visite ufficiali a molti stati africani tra cui Libia, Niger, Senegal, Guinea, Tunisia e Algeria. Ciò che ancora manca è però ancora l’assunzione di una coscienza geopolitica del nostro paese che gioca questa partita in difesa, contestando l’Europa di Dublino e dividendosi sull’immigrazione. L’Italia, come ha detto una volta il direttore di Limes Lucio Caracciolo, è un paese strategico che rifiuta di esserlo. Invece è arrivato il tempo di assumersi le proprie responsabilità se non si vuol continuare a ballare la musica che suonano gli altri.

 

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