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L’illusione che Lega sia solo un riflusso. Il ceto medio ormai proletarizzato sospinge il partito populista di massa

L’alibi degli sconfitti: la Lega raccoglie il voto "bifolco". In realtà pesca in tutte le classi sociali
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Non sono più solo gli operai delusi dalla sinistra a votare Lega – “La Lega è una costola del movimento operaio” disse D’Alema nel 1995 – o i suprematisti del nord, che pensano la Padania sia una nazione e l’Italia un’invenzione. Non più solo le frange lunatiche della rabbia antisistema.

Quando un partito guadagna il 34% del consenso, arrivando a quasi dieci milioni di voti e sfiorando le percentuali della Democrazia cristiana di una volta, è evidente che si è di fronte a un partito di massa, che non esprime più dei malumori o delle particolari rivendicazioni sociali e territoriali, ma rappresenta o almeno intercetta e organizza una mentalità e un sentimento diffuso.

Insomma la scoperta nella metà degli anni novanta di D’Alema della “fortissima contiguità sociale tra la Lega e la sinistra” se rappresenta per quel tempo un’intuizione che verrà poi confermata negli anni a venire, è ormai molto datata.

E non perché gli operai non votino più Lega – lo fanno ancora e in misura crescente, soprattutto al nord, e lo fanno anche quelli iscritti ai tradizionali sindacati della sinistra – ma perché a votare per il movimento oggi guidato da Salvini non sono solo loro sono anche imprenditori, professionisti, studenti, insegnanti, disoccupati, casalinghe.

E votano Lega anche i romani e gli italiani del meridione. Malgrado per anni siano stati insultati dai dirigenti leghisti con slogan come “Roma ladrona” e cori da stadio contro i terroni. Si, vero, il voto alla Lega si registra più nelle periferie che nei centri storici e più nelle provincie che nelle grandi città, ma questo è un ulteriore dato di consolidamento della Lega, visto che l’Italia è il paese dei campanili e delle provincie oltre che dei campanilismi e dei provincialismi.

Roma, Milano, Torino, Genova, Bologna, Firenze hanno votato in prevalenza Pd eppure la Lega conquista la maggioranza nelle gran parte delle regioni del nord e del centro Italia. Il Lazio, dove a Roma pulsa la politica nazionale, è un esempio paradigmatico: il Carroccio dopo le europee del 26 maggio è il primo partito nella Regione mentre il Pd ha la maggioranza a Roma con il 32,66%.

Di fronte a questi dati se ne deduce – almeno lo fa un certo establishment – che il voto alla Lega dilaghi per colpa dell’analfabetismo funzionale di massa, della scarsa istruzione e formazione. Chi ha visto un po’ di mondo – come gli italiani al’estero per esempio, citati da un noto giornalista come esempio edificante di voto non leghista – chi ha studiato e anche chi è più agiato socialmente e relazionalmente non voterebbe insomma Lega. Ma ammesso che questa sia un’analisi utile a contestare la spinta populista – evidentemente se i disagiati cercano nuove forme di rappresentanza è perché il vecchio establishment politico- culturale non li rappresenta più – il problema è che è un’analisi che rischia di essere clamorosamente sbagliata. Secondo dati di una ricerca Ixòs infatti, condotta alla luce del voto europeo, risulta che la Lega abbia ottenuto il 34% dei votanti tra le classi agiate, il 31% tra quelle serene, ma anche il 40,3% tra quelle disagiate. A dimostrazione che la gamma di consenso raccolta è trasversale, interclassista e interculturale. Laddove il Pd raccoglie il 29% tra le classi agiate, il 27% tra quelle cosiddette serene, il 14% tra quelle di condizioni accettabili e solo il 13,1 tra quelle in gravi difficoltà. La realtà è che per la Lega – come ha rivelato l’Ipsos – vota la maggioranza di ogni settore sociale: dagli insegnanti agli operai, dagli imprenditori ai disoccupati, dai commerciati alle casalinghe delle quali ieri parlava in termini un po’ caricaturali Maurizio Ferrera nell’editoriale del Corriere della Sera. Replicando un po’ il refrain del voto populista come voto di masse non coltivate e appunto casalinghe frustrate. Ma appunto la tesi del voto alla Lega come voto bifolco e irrazionale sembra essere più l’alibi consolatorio e autoassolutorio di chi evidentemente ha smesso di prendere le misure della realtà. Che è il primo atto per smettere di essere intelligenti, come diceva Bernard Shaw, che non a caso riteneva il suo sarto l’uomo più intelligente del pianeta, perché ogni giorno prendeva le misure al suo mondo. No l’entità del voto leghista – che è interclassista, interculturale, ideologicamente trasversale e che fa paradossalmente del Carroccio già secessionista il nuovo partito della nazione – ha altre spiegazioni.

La principale, perché in fondo contiene le altre, è che è scomparso il centro. Il centro non solo inteso come categoria politica, già reso residuale dal bipolarismo, ma come categoria sociale. La globalizzazione ha prodotto in vent’anni la polverizzazione sociale e culturale del vecchio ceto medio, aggravando la sperequazione e polarizzando sempre di più la dialettica sociale tra alto e basso. Il ceto medio si è sempre più proletarizzato e ha cominciato ad esigere, proprio come i ceti più disagiati, maggiore sicurezza e protezione, avvertendo sulla propria pelle con l’erosione del welfare la minaccia e il pericolo di annientamento economico e sociale. E allo stesso modo i ceti produttivi hanno imparato che la competizione globale non è l’opportunità che era stata promessa ma l’arena dove la concorrenza è spesso sleale e letale grazie al dumping sociale e all’aggressività politica di paesi emergenti.

A queste domande di sicurezza, piaccia o no, la Lega ha saputo finora dare una risposta. Retorica quanto si vuole ma non ha derubricato questa paura montante a reazione isterica di chi non comprende le magnifiche sorti e progressive del Nuovo mondo.

Salvini insomma ha intuito che la sua Lega poteva intestarsi la rappresentanza delle ragioni della rivolta. Una rivolta confusa, come tutte le rivolte, e che rischia di avere come risposta la demagogia. Ma una rivolta maggioritaria – e questo è il dato inedito – che è montata in un periodo lungo abbastanza per accorgersi che sarebbe arrivata la crisi del vecchio ordine. Ma è proprio quello che il ceto intellettuale non ha visto. Non ha visto arrivare la crisi del 2008 – celebrando ancora nei primi duemila la net- economy, non ha capito che la crisi economica avrebbe generato la crisi sociale e questa la crisi politica e oggi continua a non capire che l’onda del dissenso non si ferma con le giaculatorie della scomunica morale e politicamente corretta. Perché la maggioranza che ha dato il suo voto al fronte populista – Lega e Cinquestelle – non è un’onda in riflusso, continuerà a crescere, magari con altre forme, perché continuerà a sentirsi minacciata. Spaventata dallo scivolamento nella piramide sociale, dalla deprivazione valoriale che garantiva, a torto o ragione, un orizzonte di senso e un’identità personale e sociale. Spavantata da un’immigrazione su cui la Lega ha investito grossa parte della sua propaganda, soffiando su serpeggianti istinti xenofobi, ma cogliendo il dramma epocale di un fenomeno che non ha inoculato Salvini nella percezione allarmata degli italiani.. Tanto che a tentare di far fronte a questo problema – tra gli insulti e gli attacchi della sua area di appartenenza – era stato, con toni diversi da quelli del capo leghista, il ministro del governo Renzi Minniti. Preoccupato della diffidenza e dalla paura che un’immigrazione fuori controllo costituiva e costituisce per la tenuta sociale di un paese, ritenendola se non governata, una componente di dissoluzione sia del perimetro culturale entro cui un popolo storicamente vive sia del perimetro delle regole sociali. Perché anche in questo caso lo slogan “fanno i lavori che gli italiani non vogliono più fare” ha cominciato a suonare ipocrita quando in fondo alla gerarchia sociale si è cominciato ad avvertire il dumping prodotto da quello che Marx, non Borghezio, aveva chiamato l’” Esercito industriale di riserva”. E poi certo la risposta leghista è superficiale, perché non basta chiudere i porti per dichiarare risolto il problema senza immaginare una politica sul Mediterraneo e in Africa. E tuttavia come negare che proprio in Africa, ex potenze coloniali che oggi predicano l’integrazione mentre blindano le loro frontiere, continuano a esercitare una politica neocoloniale e neo imperialista? Ecco, l’altro grande motivo del voto populista di massa è il divorzio tra popolo e media e cultura mainstream. Una rottura di fiducia nata dal fatto che anche di fronte a macroscopiche contraddizioni del sistema, come quella sopra rilevata, si taccia o al limite si forniscano narrazioni sedative.

E del resto si può essere degli analfabeti funzionali ma si arriva a capire che c’è qualcosa che non funziona se la classe colta degli intelligenti non aveva visto arrivare il disastro e dopo che era arrivato ha cominciato a chiamarlo in un altro modo. Magari spiegandoti che in cinese Crisi significa opportunità. Il tradimento delle elite, prima ancora di essere percepito come atto di fellonia di un ceto privilegiato, è stato percepito come dimostrazione di incapacità. Insomma gli intelligenti sono apparsi nel migliore dei casi degli stupidi, nel peggiore dei pifferai delle classi dominanti padrone del discorso pubblico.

E’ questo che ha sancito negli Stati uniti la vittoria di una figura come Donald Trump, ed è lo stesso meccanismo che ha portato Salvini ad essere il leader del primo partito italiano, e a determinare l’avanzata dei populisti in Europa. “Che però non hanno sfondato” spiega chi attende ancora che le cose riprendano come prima. Infine c’è forse da aggiungere un’ultima considerazione: Salvini e Di Maio non nascono come due funghi nella penombra d’un bosco, all’improvviso, dopo una pioggia estiva. A preparare questa sorta di demopatia mediatica, a tracciarne il solco, è stato un ventennio di prassi e retorica politica diversa per grado ma non per natura da quella dei populisti attuali. Prima Berlusconi e poi, in misura se possibile ancora maggiore Matteo Renzi, hanno costituito un prologo perfetto all’entrata in scena di Salvini e Di Maio. L’idea della disintermediazione, l’illusione che si possa fare una buona politica senza ascoltare e rappresentare i corpi intermedi, il mito della velocità decisionale, dell’uomo solo al comando, del partito come contorno del leader tuttofare ( premier, mattatore televisivo, front man onnipresente e onnisciente) è qualcosa che vediamo in scena da anni. Con esiti ora grotteschi ora drammatici. E del resto le percentuali che oggi hanno la Lega e i Cinquestelle sono generate dal consenso espresso dalle stesse persone che ieri votavano Berlusconi e Renzi e che domani, consumate queste leadership, voteranno chiunque altro sia in grado di portare un metro più in là la rivolta contro uno status quo ritenuto eversivo. A dimostrazione che non si tratta di folle fantizzate ma anzi molto smagate e disilluse capaci, come è accaduto con Renzi, di innalzare e precipitare un leader nell’arco di pochi anni, dopo averne messo alla prova la tenuta e la solidità. La speranza di questa maggioranza non silenziosa è tornare a latitudini lontane da quello che Giulio Tremonti, in un libro di due anni fa, ha chiamato mundus furiosus. Il mondo della paura e dell’incertezza generato da una globalizzazione che ha distrutto istituzioni, consuetudini, svuotato democrazie. Forse allora il voto ai populisti è un segnale, un ripetuto messaggio di avvertimento rivolto a svegliare una classe dirigente, se ancora esiste, che ha smarrito il suo ruolo. Che ha dimenticato a memoria la cultura politica con cui sono stati plasmati gli stati nazionali e di cui era tessuta l’immaginazione dell’Europa delle patrie dei padri fondatori.

 

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