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«Mio figlio sta male e non può stare in carcere: lo stanno uccidendo»

La denuncia di Vincenzo Messina, il padre di Tiziano detenuto a Rebibbia. Il ragazzo dopo un intervento ha contratto un batterio ospedaliero. La corte d’appello ha ordinato i domiciliari, ma il Dap non ha indicato la struttura
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«Mio figlio rischia di morire, è gravemente malato ed è ancora in carcere perché ancora non hanno individuato una struttura sanitaria in grado di ospitarlo». È il grido di dolore di Vincenzo, il padre di Tiziano Messina, un ragazzo di 27 anni in carcere dal 2017 accusato di tentato omicidio e in attesa della sentenza di Cassazione. Ma in carcere è incompatibile a causa di un batterio che ha contratto in ospedale durante un intervento urgente che ha subito a dicembre.

Il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria è obbligato a trovargli una struttura idonea a curare la sua patologia, perché in carcere rischia di non farcela più. Attualmente è recluso nel reparto G14 di Rebibbia, una sezione per i detenuti malati. Ma l’ambiente non è assolutamente compatibile con la sua patologia. È dimagrito a dismisura, sanguina e può muoversi solo attraverso una sedia a rotelle. «Ogni volta che lo hanno portato in ospedale – denuncia a Il Dubbio il padre di Tiziano – noi familiari non venivamo mai avvertiti e lo apprendiamo solamente quando andiamo a fare il colloquio».

Tiziano Messina entra in carcere che sta bene, dopodiché a dicembre scorso ha un episodio di aritmia, il cuore gli pulsa fortemente, una tachicardia che ha messo in allarme gli operatori del carcere tanto da mandarlo urgentemente all’ospedale Pertini per una visita. I medici scoprono che ha una patologia al cuore e lo operano tramite un sondino. Durante questo intervento contrae un batterio ospedaliero, resistentissimo agli antibiotici e gli ha creato dapprima problemi intestinali, poi con il passar del tempo dei forti dolori al petto. Fanno l’ecografia e scoprono che è dovuto da una piccola perdita del pericardio, la quale ha creato un ematoma. Passa qualche mese e la sua situazione non migliora. Anzi, si aggrava.

Siamo a febbraio quando il suo avvocato, Domenico Pirozzi, visto l’aggravarsi delle condizioni di salute di Tiziano, ha chiesto alla Corte d’Appello di Roma di autorizzare il suo trasferimento in struttura specialistica: i giudici rispondono alle istanze della difesa disponendo che la Direzione di Rebibbia inviasse una relazione in tempi brevi, 7 giorni, e si determinasse sulla compatibilità del detenuto e della sua malattia rispetto a quanto poteva offrire la struttura carceraria alla sua guarigione.

Il 13 febbraio, scaduto il termine, la Corte ha ricevuto la relazione, ma «al fine di escludere eventuali profili di incompatibilità» ha nominato un perito perché predisponesse la perizia medica, con lo scopo di «accertare se sussistono patologie che rendono incompatibile la detenzione di Messina Tiziano con il regime carcerario e anche se dette patologie possano essere adeguatamente trattate e curate presso la struttura del carcere». All’esito della perizia emerge che Tiziano non ha ricevuto alcun giovamento dai trattamenti sanitari, anzi le patologie si moltiplicano aumentando di intensità. L’aggravamento delle condizioni è la ragione per cui il difensore chiede un nuovo accertamento sulla compatibilità.

Dopo un continuo ping pong, arriviamo così alla fine di aprile, quando il difensore propone nuova istanza di sostituzione della misura chiedendo gli arresti domiciliari nella casa della famiglia di Tiziano. «A seguito del colloquio avuto oggi si evidenzia un ulteriore perdita di peso, riferiva 43 kg ma dice che il medico indicasse fossero 51 spiegando che la bilancia era tarata male», scrive l’avvocato alla Corte nella sua richiesta.

Sembrava che questa richiesta avesse dato finalmente l’esito sperato, cioè quello di mandare Tiziano agli arresti domiciliari in una struttura di cura adeguata alle sue specifiche patologie: la Corte ha disposto nuova perizia e il perito ha osservato che la patologia può sì essere farmacologicamente controllata, ma che l’intervento terapeutico sarebbe stato di difficile attuazione in ambiente penitenziario, così da rendere attuabile solo una detenzione in struttura ospedaliera adeguata alla stabilizzazione del quadro clinico.

Il 22 maggio la Corte ha ordinato i domiciliari presso una struttura adatta e il Dap avrebbe dovuto individuarla. Ma nulla di fatto. Siamo così arrivati all’ 11 giugno e il difensore ha presentato istanza alla Corte per sostituire la misura con gli arresti domiciliari: la Corte deciderà domani se lasciare Tiziano ad attendere in carcere di essere curato in modo adeguato, oppure se mandarlo a casa agli arresti domiciliari. Ma nel frattempo Tiziano peggiora sempre di più.

 

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