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Il grande risiko sulla via della Seta. Israele fa affari con Pechino e l’America di Trump mastica amaro

la cina è diventata un partner strategico in oriente per gerusalemme: garantisce rapporti e parnership con paesi arabi, iran, turchia ed egitto mega affari su infrastrutture e tecnologie avanzate
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Gli ebrei sono giunti in Cina in tempi antichissimi. I seguaci di Mosè e Abramo hanno una lunga storia con l’Impero di mezzo. È una vicenda poco conosciuta che oggi, al tempo della nuova globalizzazione “made in Asia”, ritorna di stretta attualità. Alcune cronache parlano di una presenza di coloni ebrei nella Cina del VI o VII secolo, o forse addirittura nel 230 a. c.

Comunità isolate di ebrei sono segnalate all’epoca delle dinastie imperiali Tang e Song. Kaifeng, capitale dell’Impero al tempo dei Song, fu il centro di insediamento della comunità ebrea cinese antica. Il loro era un ebraismo intriso di confucianesimo. Essi entrarono in contatto con Padre Matteo Ricci, ma poi la loro vicenda si perde nella lunga crisi dell’epoca mancese. La presenza ebraica in terra di Cina ritorna con forza nel 1906, quando un gruppo di ebrei russi in fuga dalla rivoluzione del 1905 arriva in Manciuria, e si insedia ad Harbin.

Un altro folto gruppo di profughi ebrei prevenienti dall’Austria, dalla Polonia e dalla Russia giunse e si insediò nel distretto di Hongkou, non lontano da Shanghai. La Cina divenne così terra di accoglienza di ebrei che fuggivano dall’Europa dei nazionalismi prima, e dei fascismi poi. I visti di entrata spesso erano rilasciati da funzionari consolari dell’Impero giapponese che disobbedivano alle disposizioni governative.

Molti devono la loro vita a questa politica di Pechino e alla disobbedienza di funzionari dell’amministrazione di Tokyo. Anche la famiglia di un noto esponente politico del futuro stato di Israele, Ehud Olmert, primo ministro dal 2006 al 2009, scappò dalle persecuzioni in Ucraina ed arrivò ad Harbin.

Quella fra gli ebrei e la Cina dunque è una storia lunga ed affascinante. D’altra parte i cinesi non possono non apprezzare un popolo come quello ebraico: loro stessi, i cinesi immigrati durante l’epoca della dinastia Ming nei paesi del sud est asiatico, spesso sono chiamati “gli ebrei dell’Asia sud- orientale”. I cinesi in quei paesi, proprio come gli ebrei in Europa, costituiscono la borghesia dei commerci e delle professioni. E come gli ebrei d’Europa, spessissimo quando ci sono gravi crisi sociali, diventano i capri espiatori di quelle crisi e delle conseguenti sofferenze.

Come accadde, tanto per non andare lontano, nel 1997- 1998 in Indonesia alla fine del regime dittatoriale di Suharto. Cinesi ed Ebrei, dunque, hanno un rapporto storico importante che non fa dimenticare, ovviamente, il forte legame politico e civile che la Cina ha con il mondo musulmano del Medio Oriente, i fortissimi collegamenti storici ed economici con l’antica Persia, il rapporto politico dei giorni nostri con la causa palestinese. Tutti questi contatti sono estremamente importanti oggigiorno anche dal punto di vista geopolitico.

Ma nonostante la strettissima partnership della Cina con l’Iran degli ayatollah, Repubblica Popolare e Stato ebraico in questi anni stanno sviluppando una relazione strategica crescente e sempre più interessante. Tanto interessante da aver più di una volta fatto emergere preoccupazioni ed ostacoli da parte americana.

Israele ha una caratteristica primaria che è molto apprezzata a Pechino: è uno snodo nevralgico di una delle grandi rotte della Via della Seta e come si sa, i progetti della Belt and Road Initiative, la Via della Seta moderna di Xi Jinping, è particolarmente importante a Pechino. Israele assai probabilmente, secondo alcune stime, potrebbe raddoppiare la sua popolazione nei prossimi trenta anni.

È facile immaginare la fame di infrastrutture materiali e immateriali che ciò significa. Si parla di investimenti necessari dell’ordine di qualcosa come oltre 200 miliardi di dollari, per trasporti, telecomunicazioni, energia e quant’altro. Senza dimenticare la rete digitale prossima ventura. Israele è un punto chiave fra Asia ed Europa. Dal prossimo decennio, la 2000MW EuroAsia Interconnector Underwater Electric Cable collegherà Israele, Cipro e Grecia e quindi l’Europa. Israele a quel punto potrebbe diventare esportatore di elettricità verso l’Europa, ed è un grande produttore di energie pulite.

Israele, inoltre, è al centro di una partnership energetica per le risorse di gas sottomarino assie- me a Cipro e Grecia. La cooperazione della Cina con Gerusalemme apre a Pechino e alla sua Via della Seta una serie impressionante sia di potenziali investimenti e sbocchi per le proprie imprese di costruzione, sia di connessioni con l’Europa di importanza eccezionale.

La relazione strategica di Israele con la Repubblica Popolare si fonda in primissimo luogo con una lunga serie di progetti infrastrutturali. La lista comprende porti, ferrovie leggere, linee ad alta velocità, centrali elettriche, impianti di desalinizzazione.

Nell’aprile di quest’anno, con un bel fiocco rosso che cinge la motrice, dallo stabilimento cinese di Changchun, della CRRC Changchun Railway Vehicles, esce il primo treno leggero per la Tel Aviv Red Line Light Rail. Il contratto firmato nel dicembre 2015 prevede la consegna da parte dei cinesi di novanta treni e l’organizzazione del relativo servizio di manutenzione.

Un’altra compagnia cinese, la China Railway Tunnel Group, deve invece costruire il segmento occidentale della linea di Tel Aviv. SinoHydro, consociata dal colosso cinese PowerChina, ha in appalto assieme ad altre aziende organizzate in consorzio la costruzione della centrale idroelettrica di 344 MW a Kochav HaYarden vicino al Kibbutz Gesher, nella Valle del Giordano. «Siamo molto interessati alle grandi opportunità del mercato energetico israeliano», spiega un funzionario cinese.

La PMEC, sussidiaria della China Harbor Engineering Company, nel giugno del 2014 vince un altro appalto, quello per la costruzione del nuovo porto di Ashdod. Quella dei porti fra Cina e Israele è una parte importantissima e molto istruttiva della questione.

Nel marzo del 2015, la Shanghai International Port Group vince la gara per operare nel grande porto di Haifa, il più importante sulla costa mediterranea di Israele. Il ministro dei trasporti del governo di Gerusalemme dell’epoca esulta: «questo è un giorno storico per Israele… Il gruppo cinese che ha vinto la gara porterà la concorrenza nel settore. I nuovi porti creeranno migliaia di nuovi posti di lavoro e porteranno a una diminuzione del costo della vita.

È un’espressione di fiducia nello Stato di Israele da parte di una superpotenza, che ha deciso di investire miliardi di shekel in Israele e trasformarlo in un centro cargo internazionale per tutto il mondo». Haifa è un porto commerciale e civile, ma è anche un’importante installazione utilizzata dalla Sesta Flotta della Marina americana quando opera nelle acque del Mediterraneo orientale.

La scelta dell’azienda cinese non è passata attraverso gli scrutini del Gabinetto israeliano per la sicurezza nazionale. La decisione provoca subito fortissime reazioni e scatena le preoccupazioni americane: gli Stati Uniti temono per la sicurezza delle attività della Sesta Flotta. Gli Stati Uniti sono un alleato chiave per Israele e il governo di Gerusalemme decide di congelare la situazione.

Non è la prima volta che Washington si mette di traverso rispetto alla cooperazione tecnologica e infrastrutturale fra la Repubblica Popolare e lo stato di Israele, anzi sembra proprio che sia un’abitudine delle amministrazioni americane.

Durante l’amministrazione di Bill Clinton, Washington chiese e ottenne dal governo israeliano di Ehud Barak la cancellazione di un accordo che prevedeva la fornitura alla Cina di una tecnologia avanzata di carattere militare, il sistema radar Phalcon. Era un’intesa da un miliardo di dollari e fu bloccata proprio quando un caccia cinese era giunto in Israele per avere la controversa tecnologia. Avrebbe alterato la bilancia militare negli stretti di Taiwan a favore della Repubblica Popolare, argomentò l’amministrazione americana.

Sia come sia, Washington intervenne con forza per bloccare quell’aspetto della cooperazione sino- israeliana. L’amministrazione Usa chiese ed ottenne le dimissioni del direttore generale del Ministero della Difesa, il generale Amos Yaron, che aveva autorizzato la fornitura. Da allora Gerusalemme ha bandito la fornitura di tecnologie militari o “duali” ( tecnologie civili che possono avere anche un uso militare) alla Cina. Ciò nonostante, la cooperazione fra i due paesi evidentemente continua in altri ambiti non meno importanti.

Le ragioni sono presto dette: la Cina ha interesse a sviluppare relazioni e contatti con un paese come Israele che ha una posizione geografica importantissima per alcune delle grandi rotte della Via della Seta. Israele d’altra parte è anche un alleato fondamentale degli Stati Uniti.

La Cina da tempo ha un approccio molto ampio verso alcuni alleati chiave di Washington, dalla Corea del sud alla Thailandia, dalla Gran Bretagna alla Colombia per finire appunto ad Israele. Sembra quasi che Pechino voglia “penetrare” economicamente e strategicamente in alcune roccaforti del sistema di alleanze di Washington. Israele oltretutto presenta un’altra risorsa per Pechino: a Washington c’è un influente gruppo di amici di Israele che difende la relazione speciale Usa- Israele. Avere dalla propria parte un settore di quel gruppo di amici sarebbe per la Cina un fattore politico importantissimo.

Ma anche Israele ha le sue buone ragioni: la Cina è ormai un grande attore politico mondiale e Gerusalemme ha bisogno di cercare l’appoggio di Pechino per i delicatissimi dossier strategici mediorientale. La Cina in questi anni ha creato una rete imponente di rapporti e di partnership con tutti i paesi della regione: è un partner strategico dell’Iran; ha relazioni strette con l’Arabia Saudita e con gli Emirati, ma allo stesso tempo ha contatti molto stretti con il Qatar, senza contare Turchia e Egitto.

È una delle poche grandi nazioni del mondo che riesce a mantenere ed allargare relazioni e partnership con tutti questi paesi, al contrario ad esempio degli Stati Uniti. Forse solamente la Federazione russa riesce oggi ad avere analoghi rapporti in Medio Oriente, ma con un maggiore impegno militare. E poi ci sono i fattori economici: non solo perché Israele abbisogna di infrastrutture enormi per i prossimi anni, ma anche per la sua avanzatissima industria tecnologica per il cui futuro l’Asia in generale, la Cina in particolare, sono il mercato ovvio.

Insomma, i motivi della cooperazione fra Cina e Israele sono tanti e molto solidi: è facile supporre che nonostante le pressioni americane, Gerusalemme sarà perfettamente in grado di bilanciare la relazione con Washington con la cooperazione con Pechino. Alla fin fine, è l’ennesimo ritorno della storia di questo periodo: gli ebrei si riprendono il loro posto sulla storica Via della Seta.

 

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