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Governo, sgambetti e intese. Il M5S agita la questione morale

Caso Arata, Salvini: «L'ho visto una volta sola sono tranquillo». Di Maio: «La puzza di bruciato si sentiva da lontano». Morra convoca il Ministro dell'Interno in commissione antimafia.
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L’arresto di Paolo Arata, ex consulente della Lega sull’energia, e padre di Federico, assunto a palazzo Chigi, nel dipartimento programmazione economica, da un altro esponente di punta del Carroccio, il sottosegretario Giancarlo Giorgetti, riaccende la polemica tra M5s e Carroccio, dopo i tentativi del premier Giuseppe Conte di calmare gli animi. I grillini tirano di nuovo fuori la questione morale, rivendicando di averci visto giusto quando hanno chiesto – e ottenuto – la cacciata del sottosegretario del Carroccio Armando Siri, indagato per corruzione proprio nell’inchiesta che ha portato all’arresto di Paolo e Francesco Arata. E i leghisti, intanto, rassicurano tutti sulla tenuta del governo.

A partire da Matteo Salvini, che si smarca sminuendo il suo rapporto col principale indagato dell’indagine di Palermo, Paolo Arata. «È venuto a un solo convegno della Lega e poi ho scoperto che era nostro consulente per l’energia, mio personale – dice – Anche i giornalisti dovrebbero fare più attenzione quando scrivono certe cose». Non è preoccupato, assicura, e non commenta le indagini. «L’ho incontrato una volta, vedo centinaia di persone al giorno – aggiunge – Poi non conosco gli atti: se i giudici hanno fatto quello che hanno fatto avranno avuto le loro ragioni». Il suo arresto, in ogni caso, secondo il ministro per le Politiche Agricole, il leghista Gian Marco Centinaio, non avrà «Nessuna ripercussione sul governo».

Ma è il M5s a guidare la discussione, muovendosi secondo due registri. Da un lato c’è il capo politico Luigi Di Maio, che non nomina mai la Lega, né il suo collega vicepremier, ma non rinuncia alla frecciatina. «Rispetto il lavoro della magistratura, non voglio entrare nel merito – dice all’Adnkronos – Certo in questo caso la puzza di bruciato si sentiva da lontano. Ogni volta che c’è un minimo sospetto su qualcosa, in cui emergono legami con la corruzione e la mafia, la politica deve saper subito prendere le distanze». Dall’altro, invece, Alessandro Di Battista, svincolato dalle richieste di Conte, se la prende con la Lega, che avrebbe preso il posto di Forza Italia, non solo acquisendone gli uomini, ma anche i metodi. Contrapponendo a ciò l’azione del Movimento, autrice della «fantastica» legge anti- corruzione con la quale, sostiene, combattere tale «sistema».

Il governo deve andare avanti, mette le mani avanti, e rispettare un contratto che contiene «ottime proposte ancora da realizzare». Ma l’unico baluardo a garanzia dei cittadini, afferma, è il Movimento che «deve continuare a denunciare» il malaffare «reso possibile dalle relazioni pericolose dei partiti». Dal Pd, con il caso Umbria e il caso Lotti- Csm, fino alla Lega, appunto, «un partito che non sta rubando a Forza Italia solo voti. Purtroppo gli sta rubando uomini e dinamiche». E da qui il profilo di Arata, che «prima di diventare ( secondi i giudici) “socio occulto di Vito Nicastri, a sua volta legato al boss di Cosa Nostra Matteo Messina Denaro” e prima di partecipare a convention leghiste sull’energia è stato deputato proprio di Forza Italia.

D’altronde il berlusconismo proverà a sopravvivere allo stesso Berlusconi. Come? Diventando il tratto distintivo di altre forze politiche». Ma è tutto il M5s a sferrare colpi agli alleati di governo. Il senatore e presidente della Commissione antimafia Nicola Morra, poco dopo gli arresti, annuncia la convocazione «urgente» di Salvini a Palazzo San Macuto, affrettandosi, poi, a precisare che risale in realtà al 7 maggio.

Ma l’occasione è buona per evidenziare che «se in certi ambienti politici ( Arata è stato parlamentare di Forza Italia) si dà da lavorare spesso e volentieri alla magistratura, questo non è un merito». E quindi – qui la stoccata al ministro Salvini «quando si scelgono consulenti ed esperti, si faccia attenzione al loro passato politico». La vicenda Siri, dunque, torna a galla dopo qualche settimana di calma. «Avevamo ragione – esulta il sottosegretario del M5s Stefano Buffagni – il governo si è mosso nella giusta direzione». E anche il Pd scende in campo, chiedendo conto al M5s. Ora, esorta, «Chieda le dimissioni del ministro dell’Interno. Altrimenti quella su Siri è stata solo una sceneggiata elettorale» dichiara il deputato dem Carmelo Miceli, componente delle commissioni Antimafia e Giustizia.

 

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