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Caso Tolmezzo, la direttrice si difende ma il Garante conferma l’esposto

Ha inviato una lettera a GNews, il sito di informazione del ministero della Giustizia. Nella sostanza la dirigente non smentisce i fatti riportati da “Il Dubbio”: l’uso di idranti nei confronti del detenuto e il fatto che è stato lasciato in cella con l’acqua per una notte
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Irene Iannucci, direttrice della Casa circondariale di Tolmezzo, replica all’articolo uscito nei giorni scorsi sul quotidiano Il Dubbio con un messaggio inviato a GNews, il sito ufficiale di informazione quotidiana del ministero della Giustizia. La replica non fa altro che confermare tutto quello che è stato riportato da Il Dubbio.

È vero che sono stati usati gli idranti nei confronti del detenuto chiuso dentro la cella, è vero che l’intervento di contenimento è durato più di un’ora (dalle ore 20: 15 alle 21: 45), così com’è tutto vero che il detenuto è stato lasciato dentro nella cella, con l’acqua, durante la notte.

Ma non solo, tutto ciò trova conferma nel video della sorveglianza (citato dal direttore del carcere nella sua replica) e proprio per questo motivo il Garante Nazionale delle persone private della libertà ne ha chiesto copia per mandarlo in allegato all’esposto in Procura. Che sia stato tutto regolare, sarà la magistratura a valutarlo.

Nell’articolo del Dubbio è stato riportato il motivo dell’esposto presentato da una persona autorevole come il Garante Nazionale Mauro Palma, così come non ci si è sottratti nel descrivere il comportamento del recluso: “Il detenuto, preso da una evidente esagitazione – così si legge nell’articolo de Il Dubbio – aveva rotto il portellino dello spioncino e loro (ndr: gli agenti) volevano che lui consegnasse il pezzo di ferro e il fornelletto che aveva in dotazione. Siccome lui non aveva eseguito l’ordine, gli agenti avrebbero aperto l’idrante, indirizzando il getto d’acqua in ogni angolo della cella”.

La direttrice del carcere di Tolmezzo ha pienamente ragione nel dire che non abbiamo riportato la generalità del detenuto. Ma c’è un motivo. Se in merito al detenuto, che a gennaio aveva denunciato di essere stato vittima di un pestaggio, Il Dubbio ha potuto parlare con il suo avvocato che ci ha dato il via libera per indicarne il nome ed il cognome, per la persona in questione – che la direttrice segnala essere recluso per reati di terrorismo nazionale, come indicato nella replica – la menzione non si è fatta per evidente esigenza di privacy, vista la tipologia di reato contestato e l’impossibilità di sapere se avesse o meno prestato il consenso alla individuazione per nome.

Del resto, il diritto alla privacy – così come il diritto alla dignità – vale anche per il peggior delinquente. Nulla è stato riferito sulla sua posizione personale, perché anche inconferente per chi scrive. Sulle ragioni dell’intervento non si può tacere che in termini di contemperamento delle esigenze, l’una di tutela della sicurezza e l’altra di custodia della salute e dignità del detenuto, la prima non debba necessariamente escludere la seconda, salvo che le ragioni non siano di livello elevato.

Ci si è solo chiesti, visto anche l’esposto in Procura del Garante, se non fosse stato il caso di aprire la cella e di non lasciare “Caino” a mollo per tutte quelle ore. Resta il fatto che nell’articolo è stato reso noto quanto riferito dal Garante Nazionale sulla vicenda, ovvero dall’Istituzione che è preposta alla tutela del detenuto. Ciò, per buona pace della contestazione sollevata dalla direttrice, di non aver contattato l’Istituto. Piacerebbe a chi scrive di poter rivendicare la scelta di dare voce al Garante e all’esposto che ha depositato in Procura.

Per concludere, suscita stupore leggere nella replica che l’articolo de Il Dubbio delegittimerebbe l’intera istituzione penitenziaria, quando al contrario. Il Dubbio è l’unico giornale che ha provato a portare all’attenzione delle cronache le problematiche degli internati al 41 bis e dei detenuti, che si sono ritrovati ridotte le ore di lavoro a causa dei pochi soldi (poi fortunatamente arrivati): circostanze queste che inevitabilmente mettevano in difficoltà gli stessi agenti penitenziari, i quali ne subivano indirettamente quelle condizioni.

Così come, non può tacersi che, a proposito della difficoltà nel gestire i detenuti con evidenti problematiche psichiche, il nostro giornale abbia affrontato quotidianamente la necessità di rispolverare il decreto attuativo della riforma dell’ordinamento penitenziario, che non era stato approvato e che avrebbe introdotto nuove misure, più efficaci, per ridurre le problematiche legate ai detenuti con problemi psichiatrici: ciò soprattutto, come più volte detto, anche per il benessere stesso degli agenti penitenziari, che non possono, e non devono, sopperire alle lacune legislative attraverso sacrifici che non spetterebbero loro, visto che sarebbe invece compito dei medici, infermieri e operatori sanitari in generale.

 

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