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“Ciaone Matteo!” Gli amici sovranisti snobbano Salvini

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La lettera di richiamo alla quale il ministro Tria ha risposto ieri, pur se presentata in Italia come un ultimatum, era in realtà piuttosto blanda. Anche perché l’oggetto, cioè gli obiettivi non raggiunti dall’Italia in materia di riduzione del debito nel 2018, rasenta la pretestuosità. E’ molto difficile, per non dire impossibile, immaginare una procedura d’infrazione per debito, ben diversa da quella per deficit, di fatto un commissariamento per cinque anni, proposta davvero da una commissione in scadenza. Si spiega così la relativa tranquillità con la quale missiva è stata accolta dal governo e dalle istituzioni italiane. Tranquillità permeata però da massima preoccupazione. La mannaia non dovrebbe scattare il 9 luglio, data nella quale Ecofin potrebbe discutere l’eventuale proposta di procedura per debito della commissione in materia, ma il segnale è comunque da allarme rosso. Si tratta di un segnale politico, esaltato ulteriormente proprio dalla scarsa consistenza dell’addebito per il quale viene ventilata una procedura mai comminata nella storia dell’Unione europea.

La partita decisiva di Salvini, considerato all’estero il vero capo del governo italiano, la giocherà in Europa ed è una partita che affronta, almeno per ora, con pochissime carte vincenti. Quando pensano al leader della Lega, dunque al governo italiano, Merkel e Macron hanno in mente soprattutto i loro nemici interni, il Rassemblement National di Marine Le Pen e l’AfD tedesca. Dicono ‘ Salvini’ ma intendono un’onda sovranista che è stata arginata ma non sconfitta e che mette in pericolo la stabilità nei loro Paesi. Sono proprio i partiti con i quali Salvini ha scelto di allearsi in Europa: l’anatema è scattato di conseguenza. La lettera di Bruxelles ne è un segnale. Ma lo è anche la scelta degli esponenti interni al Ppe più vicini al leghista di rompere i ponti con quello che sino a ieri consideravano un prezioso alleato: l’ungherese Orbàn, il bavarese Seehofer, l’austriaco Kurz. Il ministro degli Interni italiano, a Strasburgo, è più che isolato: si trova nella peggiore compagnia immaginabile quanto a posizionamento nella scacchiera della Ue.

Le cose potrebbero cambiare se al capo leghista riuscisse il colpo a cui mira: la formazione di un gruppo parlamentare sovranista unico, forte di un numeroso plotone di europarlamentari, tra i 100 e i 150. Sarebbe sempre un gruppo tenuto ai margini e oggetto di ostracismo da parte del grosso del Parlamento di Strasburgo. Ma sarebbe comunque una forza troppo consistente per non tenerne conto, tanto più che, con la pistola della brexit ancora carica e puntata alla tempia, le istituzioni europee non vedono certo con sollievo l’apertura di un secondo e anche più incandescente fronte con l’Italia. Solo che quel gruppone, per ora, è un miraggio, Farage con i suoi brexiteers non ha chiuso tutte le porte ma non ha neppure scelto di aderire. Insomma, nulla garantisce che alla fine Salvini ce la farà. La risposta di Tria, dettata almeno nei ton trionfalistici dallo stesso Salvini, addossa alla crisi globale il mancato raggiungimento degli obiettivi e punta tutto su una crescita che dovrebbe diventare impetuosa da giugno. Ma la previsione è già stata smantellata proprio ieri dal governatore di Bankitalia Visco e dai dati Istat che segnalano la più grave frenata dal 2013. La previsione è diametralmente opposta: crescita zero.

Le divisioni interne al governo, peraltro, sono destinate a frenare anche le misure, giuste o sbagliate che siano, sulle quali conta la Lega per accelerare sulla crescita. Conte ha gelato ieri Salvini sia sulla Flat Tax, negando che esista ancora un progetto in materia, sia e soprattutto sul colpo d mano dell’emendamento che mira a sospendere per due anni il codice degli appalti: ‘ Gli emendamenti governativi si discutono nella sede del governo, a palazzo Chigi’. La forza costituita da una maggioranza ampia nel Paese rischia così di rovesciarsi in una debolezza, date le divisioni tra due soci di governo che ormai si odiano.

Dunque se anche Salvini riuscirà a rinviare l’ora della verità fino all’autunno, subito dopo la pausa estiva i nodi verranno al pettine e il vincitore delle elezioni europee dovrà fare i conti con un ciclone composto da una manovra che, se davvero dovesse prevedere la Flat Tax e nessun aumento dell’Iva, lieviterebbe oltre i 50 mld, da uno spread all’arrembaggio, da una Ue pronta a colpire l’Italia per affondare i sovranismi tutti e da una maggioranza formata da due partiti che mirano solo ad assassinare il socio.

Il vero rischio di elezioni anticipate è qui. Far saltare il tavolo potrebbe rivelarsi per Salvini provvidenziale. Offrirebbe un alibi per rinviare all’anno prossimo la Flat Tax. Gli permetterebbe di chiudere i conti con un alleato ormai più che infido. Rafforzerebbe le sue posizioni nella trattativa con la Ue, che avrebbe a che fare con un premier a pieno titolo. Limiterebbe le spese, non essendo più necessario ‘ pareggiare’ qualsiasi misura targata Lega con un’altra di peso uguale dei 5S.

La nota dolente è che, se il governo Conte cadesse, le elezioni non sarebbero affatto automatiche. I 5S farebbero di tutto e si alleerebbero con chiunque pur di evitarle. Renzi, sinora il principale ostacolo a un’alleanza tra Pd e M5S, ha oggi lo stesso interesse dei pentastellati: frenare la corsa alle urne. Il problema sarebbe Zingaretti, che invece ha bisogno del voto per recuperare il controllo su gruppi parlamentari ancora fortemente renziani. Ma sulla capacità e possibilità di resistere alle pressioni del Colle, della Banca centrale, della Ue e dei mercati del segretario del Pd Salvini preferirebbe non scommettere. E una strada per uscire dal labirinto ancora non la ha trovata.

 

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