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Il Dubbio del lunedì

La sottile, irricevibile ironia sugli avvocati che spiega la scelta di riconoscerne il ruolo

Nel provvedimento con cui un giudice ha “liquidato” i difensori come ricchi e abituati ai ritardi dei tribunali, c’è l’eco del disconoscimento di tutte le istituzioni. E c’è anche il senso di un ddl costituzionale sulla professione
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In fondo la pagina qui riprodotta, pubblicata nell’edizione di sabato scorso, contiene tutto. Tutte le ragioni per cui è nato il Dubbio. L’affermazione costituzionale, e cioè “politica” in senso lato, del ruolo dell’avvocatura: è richiamata nella “scatola” in alto, dove si annuncia la cerimonia inaugurale dell’anno giudiziario del Cnf prevista per oggi a Roma.

Nell’apertura, cioè sotto al titolo principale, l’incredibile storia del giudice che con la sua pronuncia, invece, disprezza quel ruolo, e con il ruolo degli avvocati mette in discussione anche il principio della tutela dei diritti. Nel taglio, cioè nel titolo in basso, l’evento a cui sabato è intervenuto a Modena il direttore del Dubbio Carlo Fusi, organizzato dalla Camera penale del capoluogo emiliano per chiarire agli studenti delle superiori che nel processo esistono garanzie, e che in quello mediatico la persona viene fatta a pezzi.

Tre eventi lontani tra loro, all’apparenza. Ma che sono invece collegati: perché quel giudice della Corte d’appello di Napoli che ha scritto un decreto di rigetto in cui spiega il suo no al risarcimento per l’eccessiva durata del processo col fatto che a ricorrere fossero due avvocati dotati di studio «nel centro elegante della città» e «abituati», per il fatto stesso di esercitare la professione legale, alle «lentezze del sistema giudiziario» (tra virgolette passaggi testuali del decreto, non sue fantasiose ricostruzioni), quell’incredibile storia tiene veramente dentro tutto. Sembra conclamare una sorprendente diffidenza per il ruolo dell’avvocatura.

Ecco, qui le virgolette non ci sono perché simili parole di disprezzo non le ha messe nero su bianco un giudice. Però è chiaro che alcuni, anche tra i magistrati, la pensano davvero così E pensarla così è la malattia del nostro Paese. È il disprezzo per le istituzioni e per i diritti che corrode il principio di rappresentanza da una parte, le garanzie dall’altra. Tutti ladri, tutti imbroglioni, tutti impostori. Alla fine la profezia rischia di autoavverarsi: non nel senso che siamo davvero tutti corrotti, ma perché il Paese stesso, di questo passo, finisce per essere davvero buttato a mare.

Dopo la inaugurazione dell’anno giudiziario di oggi, il presidente del Cnf Mascherin ha previsto una tavola rotonda, dal titolo “Garantismo: un’idea di Stato”. Ecco, è proprio l’idea rovesciata rispetto allo spirito distruttivo di cui sopra. Il garantismo è proprio il terreno sul quale tutte le presunzioni sono sempre di non colpevolezza, lo Stato si fida del cittadino, non lo tiene sempre d’occhio con smorfia sospettosa, e le istituzioni vengono onorate dall’opinione pubblica con incondizionato rispetto persino quando a rappresentarle sono persone ritenute non del tutto degne, perché quella stessa opinione pubblica sa che la democrazia è così forte da consentire, alla prima occasione, di votare per qualcun altro e liberare lo Stato da chi non ne è all’altezza.

Garantismo è il contrario di quel paradosso in cui può capitare che un giudice liquidi gli avvocati come “ricchi” e “abituati alle lungaggini dei processi” con un provvedimento che andrebbe incorniciato. In modo che ogni giorno proprio quel giudice rifletta sul rischio di aver contribuito a maltrattare il Paese. E venga anche a lui, come a tanti altri, voglia di rimetterlo un po’ in piedi. Anche con l’aiuto degli avvocati.

 

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