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Lucano torna a Riace: «L’umanità è stata la nostra opera pubblica più grande»

Il comizio del sindaco sospeso nel suo Comune, nel quale non può mettere piede da ottobre. «Chiedo scusa a tutti, ma me ne vado a testa alta»
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«Riace è stata un’icona nel mondo e questa è l’opera pubblica più straordinaria che abbiamo potuto fare: una terra che è ultima, è prima in umanità. Non basta un dissesto, anche milionario, per stabilire il fallimento. La ricchezza più straordinaria è che Riace ha potuto trasmettere al mondo un messaggio di umanità e sarà per sempre questo».

La voce roca, lo sguardo pieno di lacrime, specie quando parte, come immancabile colonna sonora della sua vita, “Bella ciao”. Le tre ore di Mimmo Lucano a Riace scorrono così, con un discorso pronunciato a braccio, «perché mi piace stare in mezzo alla gente, guardarla negli occhi e farmi guidare da ciò che mi trasmettono».

È il racconto «di una straordinaria esperienza, un viaggio lungo 15 anni, una vita», che negli ultimi otto mesi ha soltanto passato al setaccio da lontano, costretto a stare fuori da Riace, perché sottoposto al divieto di dimora. Non inizia rivendicando la sua innocenza, che pure sostiene parola per parola, sotto traccia, puntando sulla sua buona fede, sul sogno di una convivenza senza limiti, ma chiedendo scusa «per gli errori commessi, perché non si deve mai avere la presunzione di dire che non si può sbagliare».

Non è una strategia per recuperare o ottenere maggiori consensi, dice, lui che afferma di non volere posti in giunta o fare il sindaco ombra, «ma una condizione dell’anima». Poi l’elenco delle cose fatte in 15 anni, non solo opere materiali, come l’intervento capillare, centimetro per centimetro, nel centro storico, uscito completamente riqualificato, ma soprattutto l’opera immateriale dell’accoglienza. Immateriale, ma presente in ogni angolo di quel paese quasi vuoto, rianimato in extremis. Quella delle sue amministrazioni, spiega il sindaco sospeso, «è un’azione partita dalla periferia, dai luoghi non luoghi», una strategia politica intenzionata a ripopolare i luoghi abbandonati.

«Le opere pubbliche, quando si limitano ad essere solo strutturali, possono diventare anche inutili – racconta – Provocano danni all’ambiente e attirano le attenzioni di chi controlla il territorio, perché ci sono inevitabili risvolti economici. Quindi devono essere finalizzate a creare opportunità di lavoro, vero problema delle nostre realtà». L’accoglienza, da questo punto di vista, «è stata emblematica», così come l’utilizzo dei beni confiscati, per «ribaltare il paradigma che vuole che ad avere i benefici siano in pochi o persone legate all’amministrazione».

Ovunque, dice, ma non a Riace, dove la comunità è stata protagonista di un processo collettivo. «Io ho fatto il sindaco così – spiega – Tutti sono stati coinvolti, anche nei processi d’accoglienza: siamo arrivati ad avere 100 persone che, direttamente o indirettamente, hanno fatto parte di questo processo collettivo. Ma è inutile fare un elenco: abbiamo fatto il massimo».

Un’accoglienza nata per una casualità, per uno sbarco, nel lontano 1998, prima ancora che la politica entrasse nella vita di Lucano, folgorato dalla storia di Peppino Impastato e dalle finestre serrate di Cinisi. «Ho sempre avuto questo sogno: immaginare il riscatto della mia terra e anche trasmettere un messaggio politico. La mia scelta è stata sempre di essere vicino alle persone che rappresentano il livello più basso delle categorie sociali e ho fatto il sindaco con la minore autorità possibile», spiega.

Così le finestre le ha riaperte a Riace, che è diventato il suo regno, ma rifiutando ogni forma di potere. Che la magistratura, che da lì vuole tenerlo lontano, gli attribuisce al punto tale da immaginarlo burattinaio di quella che, se verrà eletta, sarà la sua erede, Maria Spanò. È «impossibile», dice rivendicando quella che definisce «l’anarchia» della sua amministrazione.

L’accoglienza, per tanti anni, è stata un lavoro da militanti e volontari e l’accoglienza, anziché essere un problema, piano piano è diventata «un’occasione straordinaria di ripopolamento dei luoghi abbandonati, di rigenerazione sociale, anche per costruire attività e servizi». C’era una piccola comunità globale, spazzata via dall’esclusione di Riace dallo Sprar da parte del Viminale, poi ritenuta illegittima dal Tar. Ed è stata spontanea, fino a quel momento, la convivenza, «nel segno di una normalità dei rapporti umani che ha fatto incantare il mondo. Sono opere che non possono conoscere rovine – dice Lucano portandosi la mano alla fronte, quasi a volerlo imprimere nella sua testa – è una cosa che rimarrà per sempre».

Mimmo “il curdo” non sarà più sindaco, dunque, «e me ne vado a testa alta», dice. Ma nonostante questo Riace è diventata un problema. «Stava raccontando al mondo che l’immigrazione non è un dramma sociale – sottolinea – Questa equazione sulla quale sono state costruite le fortune anche dell’attuale governo, ma non solo, Riace, nella sua concretezza, l’ha dissolta, dimostrando che, invece, semplicemente rispettando le persone che sono vicine a noi, poteva rinascere ed ha avuto un’occasione che rimarrà nella storia».

C’è chi, dell’accoglienza, ha voluto anche approfittare, «trovandosi ad avere ruoli e possibilità per farlo». Ma il vero problema, ammette forse amaramente, è stata forse quella fiction sulla sua storia, che avrebbe raccontato a milioni di persone che non c’è da aver paura dello straniero. «A qualcuno del luogo questo non è piaciuto», dice sommessamente.

Ma ciò non può essere un alibi. «È stata distrutta una piccola comunità. Rimane quasi il silenzio, questo spettro che si aggira come prima, questo senso di rassegnazione sociale. Ho dedicato la mia vita a questo, senza in cambio avere nulla. La fine di Riace era segnata, abbiamo fatto un lavoro straordinario per farlo diventare un luogo di vita, di scambi culturali, di relazioni con il mondo. Noi vogliamo che questo possa ancora accadere e la decisione del Tar è l’inizio di una giustizia che deve riportarci a ricostruire quella comunità globale. Di una cosa sono certo – conclude – il mio impegno sociale non finirà mai, perché non saprei vivere in un altro modo. Tutti i cittadini possono sbagliare, è giusto che io sia indagato e il processo stabilirà se sono colpevole o innocente. Non voglio avere alibi».

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