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«Per quarant’anni ho curato gli ultimi nelle carceri italiane»

Oggi si presenta a Pisa il libro di Francesco Ceraudo, pioniere della medicina penitenziaria. Adriano Sofri ha scritto la prefazione al volume, nel quale si racconta anche di detenuti famosi: da Francesca Mambro e Valerio Fioravanti a Mario Moretti
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“Uomini come bestie, il medico degli ultimi”, è il libro che verrà presentato – con interventi del calibro di Adriano Sofri – venerdì alle ore 17 e 30 a Pisa, presso l’Istituzione Cavalieri di Santo Stefano, a Piazza dei Cavalieri. L’autore è il professore Francesco Ceraudo, pioniere della Medicina Penitenziaria Italiana, che per 40 anni ha diretto, da medico di primissimo ordine, il centro clinico del carcere Don Bosco di Pisa. Un uomo che si era sempre distinto per la sua indipendenza, anche al costo di entrare in rotta con le autorità. La prima volta dopo la morte del giovane anarchico Serantini, quando si accertò che il medico del carcere di Pisa l’aveva visitato in ritardo e frettolosamente. Al giovane che lamentava un malessere generale con forti dolori alla testa prescrisse unicamente una borsa di ghiaccio. Quel medico venne allontanato dal servizio e fu chiamato proprio Ceraudo a sostituirlo. All’epoca il centro era importante e da lì erano passati tutti, dai detenuti “ultimi della terra” a quelli cosiddetti “eccellenti”, dai mafiosi come Brusca e Liggio, a ex terroristi. Sì, perché il carcere ammala e Ceraudo lo sa benissimo.

«Il carcere – spiega il professore è un fondo d’imbuto in cui scivolano fatalmente tutte le malattie del nostro tempo e del nostro mondo. La malattia è la manifestazione più sbrigativa della povertà e dello sradicamento contemporaneo». Dagli anni bui del terrorismo fino alle carceri superaffollate. È il doloroso percorso cronologico che Francesco Ceraudo compie in quest’opera, unica nel suo genere.

Professore, dopo 40 anni di esperienza perché ha sentito la necessità di scrivere questo libro?

La definizione di “necessità” è corretta. Avevo acquisito dei documenti, fatto valutazioni, vissuto esperienze e mi dispiaceva che andasse tutto disperso. Nel frattempo sono intervenute delle modifiche legislative nell’ambito della medicina penitenziaria e certe circostanze ed esperienze furono cosi prorompenti da meritare di non passare in sordina. Inizialmente è stato un cammino, lungo e faticoso: ho avuto delle resistenze, soprattutto da parte delle grandi case editrici. Mi rispondevano che il carcere non ha mercato, non interessa come argomento.

Secondo lei hanno ragione a dire che la tematica carceraria non è adatta al mercato?

Bisogna vedere come ci si pone. A Pisa ci sarà la presentazione del libro e c’è già tanta attesa, ma anche tanta curiosità. Quando andai alla casa editrice Ets di Pisa, che lo ha pubblicato, forse proprio perché il carcere era quello di Pisa, ne ho riscontrato subito la massima disponibilità. Ci sono argomenti che riguardano tematiche, tra cui la strage di Bologna, la rivolta di Porto Azzurro, dove peraltro fui coinvolto anche personalmente. Nel mio libro non faccio interpretazioni, fornisco i fatti: lascio le interpretazioni al lettore. Sulla strage di Bologna racconto dei fatti. A mio avviso Francesca Mambro e Valerio Fioravanti non c’entrano nulla. Lo dico dopo aver passato in rassegna alcuni elementi e circostanze e la mia conclusione è che loro sono estranei ai fatti. Se mi si chiede chi è stato, rispondo che non sono io a doverlo dire; posso dire invece che sia Mambro che Fioravanti sono stati sinceri nelle loro dichiarazioni ammissive rese a processo. Per esempio, su Francesca Mambro, che è stata mia paziente per tanti anni a Pisa e che ha riferito con molta chiarezza ciò di cui è stata responsabile, penso che a proposito della strage di Bologna sia estranea. Fui anche chiamato come testimone al processo sulla strage di Bologna: a dire il vero non ero contento di dover andare a rendere testimonianza. Un’amica mi anticipò infatti che in Procura a Bologna si vociferava che avrei potuto essere in pericolo per delle dichiarazioni che potevo rendere. Sono dovuti arrivare alla quarta citazione di testimone per portarmi con accompagnamento coattivo innanzi alla Corte: come testimone raccontai quello che sapevo, parlando per sette ore e venendo ascoltato. Alla fine fui sorpreso nel leggere in sentenza che come teste ero stato ritenuto assolutamente inattendibile. Fu un fatto per me eclatante, ma forse mi consentì di non diventare un bersaglio.

Nel suo libro passa in rassegna dei personaggi che ha potuto incontrare. Tra questi c’è anche Angelo Siino, il “ministro dei lavori pubblici” della mafia.

Siino era un tipo molto attento e prudente, poi è divenuto un collaboratore. Era una persona che sapeva destreggiarsi, che aveva la fiducia di Totò Riina, ma anche di altri che potevano essere in contrapposizione. Nel libro, a proposito di lui, racconto di un attacco ischemico che ebbe. Ricoverato al centro clinico, mi resi conto della cosa e lo dissi all’autorità giudiziaria. Fu così che da Roma Nicolò Amato, allora Capo del Dap, mandò un’ispezione a Pisa per verificare se quello che avevo scritto fosse vero. Vennero i medici ispettori e accertarono che era tutto realistico. Amato aveva ipotizzato che ci fosse stata una tresca tra me e il Siino. Poi, un giorno, dopo qualche anno, andai al carcere e incrociai Nicolò Amato: scoprii che nel frattempo era diventato l’avvocato di Siino.

Ci sono altri personaggi che cita nel suo libro?

Il più complicato era Vittorio Mangano. Prendeva aria vicino al mio studio. Ho avuto modo di parlargli in quelle passeggiate. Disse che era lui l’uomo più amato e cercato dai magistrati; disse che lui era stato scelto da Dell’Utri e che doveva stare attento ai figli di Berlusconi, che non fossero sequestrati. Disse anche che non avrebbe mai parlato e che sarebbe stato “come un pesce”: muto. Incontrai anche Mario Moretti. Lui veniva dal carcere di Novara, era stato aggredito e aveva un problema all’articolazione della mano sinistra. Arrivò per un intervento di chirurgia plastica. Prima dell’intervento mi volle parlare: in maniera minacciosa, mi disse di stare attento a quello che avrei fatto e che in sala operatoria non ci sarebbe dovuto entrare nessuno. Poi capii che lui aveva saputo che sarebbe arrivato il generale Dalla Chiesa e per questo motivo temeva che quest’ultimo potesse entrare in sala operatoria e approfittare dell’anestesia per farlo parlare. Alla fine l’intervento riuscì molto bene al punto che Moretti si complimentò con me e lo staff. Uno che mi ha lasciato il segno fu invece Francis Turatello, detto “Faccia d’angelo”. Un personaggio che ci sapeva fare. Racconto nel libro di un episodio particolare. Un giorno ci fu un ammutinamento nella cella di una degenza: sei detenuti si barricarono e minacciarono di dar fuoco ai materassi e al resto. Nel momento in cui venivo avvertito della vicenda stavo parlando con Turatello. Lui sentì la cosa e mi disse “dottore mi dia l’autorizzazione, che ci vado a parlare io”. Ero sempre stato prudente, ma credevo anche nelle iniziative. Andai a comunicare la sua disponibilità e stranamente il comandante mi dette il nulla osta: tutti conoscevamo il grande carisma di Turatello. Andammo alla cella e appena lo videro, rimasi basito: si inginocchiarono per baciargli la mano. Lui disse “ragazzi non ci si comporta così” e in due minuti risolse il problema.

La prefazione del suo libro è scritta da Adriano Sofri, uno scritto lungo ben 17 pagine.

Con Adriano Sofri ho passato dieci anni come medico penitenziario. Lo considero uno scrittore, anzi un poeta quando parla di carcere. Ho scelto lui per la prefazione del mio libro e sono rimasto allibito di quanto fosse corposa. Ha parlato di ogni capitolo, in ogni capitolo c’è lui.

Il suo libro affronta anche il diritto all’affettività negata e l’ergastolo ostativo.

Certamente. La negazione dell’affettività in carcere è la conseguenza di malattie, fisica e psichica. All’estero, perfino in Albania, hanno le camere dell’amore, in Italia ancora non ci sono. C’è ovviamente anche un capitolo sull’ergastolo. Posso solo ricordare da medico che dopo un certo periodo di anni noi cambiamo le nostre cellule cerebrali, come ha ben evidenziato lo scienziato Umberto Veronesi

Uno dei capitoli più attuali è quello di Stefano Cucchi.

Luigi Manconi venne nominato Presidente della Commissione Parlamentare e mi chiese una consulenza sul caso. La vicenda di Stefano non è stato gestito bene dai medici. Nel film, che è indubbiamente bello, si chiude una porta ma non si capisce che cosa sia successo e si lascia all’immaginazione, ovviamente anche perché era in corso il processo. A questo punto, sorge il problema: anche tenendo presente che il medico di guardia del carcere non fece il suo dovere fino in fondo non capendo che gli ematomi evidenti non potevano essere dovuti alla caduta delle scale, come aveva dichiarato Cucchi. Dal primo minuto che fu portato all’Ospedale Pertini il primario sarebbe dovuto intervenire, ma non ha mai visto né visitato Cucchi. All’ospedale Stefano presentava una glicemia altissima. È stato completamente abbandonato dal punto di vista terapeutico: da medico penso che si sarebbe dovuti intervenire immediatamente e fare un certificato di incompatibilità con la carcerazione, così che il magistrato avrebbe potuto mandarlo agli arresti domiciliari.

Come vede il futuro del carcere?

Lo vedo nero, il governo non fa altro che chiedere più carcere per tutto. Ho avuto la fortuna di conoscere Vassalli e Conso, non ci sono paragoni con il governo attuale. Basti ricordare che il capo del Dap ha negato contro ogni evidenza il sovraffollamento in carcere seppur persino il ministro stesso abbia dovuto ammetterlo. Per la mia esperienza ritengo che il carcere non debba essere la prima soluzione, ma una extrema ratio, per questo è importante valorizzare le pene alternative. Ma soprattutto bisogna mettersi in testa che la pena non può che essere riabilitativa e non afflittiva.

 

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