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Pd e 5S, in Rai va in onda la prova generale della nuova maggioranza

Le polemiche sulla censura a Fabio Fazio hanno unito dem e Movimento. E intanto Berlusconi offre un “contratto” al conduttore oscurato
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La Rai è lo specchio d’Italia e l’immagine che riflette è quella di una paralisi totale. Determinano lo stallo permanente di viale Mazzini, proprio come quello dell’intero Paese, lo stato di conflittualità endemica e permanente tra i soci di maggioranza e i giochi di avvicinamento tattico e distanziamento ricattatorio tra i due partiti di governo, in odor di divorzio, e i rispetti papabili come futuri partner, il Pd per i 5S, Fi per la Lega. Contribuiscono infine a far impazzire la crema del servizio pubblico radiotelevisivo i giochi di potere, le rivalità, le tensioni personali.

Il caso della “censura” contro Fabio Fazio non ha neppure in minima misura creato questa situazione. La ha però portata alla luce. Parlare di censura, in questo caso, implica una certa iperbole. Due delle tre puntate ‘ cancellate’ di Che tempo fa sono in realtà saltate per le elezioni europee e sarebbe successo probabilmente con qualsiasi direzione di rete. Dell’eliminazione di quelle due puntate l’ad Salini, quota M5S, era al corrente e pare avesse approvato. Il problema si è posto per la terza trasmissione, in realtà non prevista e decisa per rimpiazzare quella saltata per Pasquetta. In questo caso, invece, l’ad non era stato messo al corrente della cancellazione decisa dalla direttrice di Raiuno Teresa De Santis, quota Lega pur essendo sempre stata una donna di sinistra, prima per una quindicina d’anni redattrice del manifesto, poi donna- Rai da manuale ma vicina al Pd. Dati i numerosi precedenti attacchi di Salvini rivolti al “golden boy” di Raiuno, le accuse di censura politica sono state immediate e riprese, oltre che dall’Usigrai, dai partiti d’opposizione ai massimi livelli: il capo del Pd, Zingaretti, e per Fi Berlusconi in persona.

I 5S tengono un profilo basso non volendo esporsi troppo a favore di un conduttore superpagato, considerato di area Pd e dunque non troppo gradito al loro elettorato. Ma è su questo terreno che procede la marcia di avvicinamento tra il partito di Zingaretti e quello di Di Maio: verso una possibile alleanza futura smentita con indignata virulenza da entrambi ma che secondo moltissimi osservatori rischia di rivelarsi invece prima o poi inevitabile. Il calcolo di Berlusconi è diverso: dimostrare anche nel laboratorio di viale Mazzini, dopo le elezioni siciliane, che senza Fi al fianco la Lega non può andare troppo lontano. Dunque non solo Berlusconi solidarizza con Fazio definendo ‘ grave’ la censura nei suoi confronti, ma Gasparri annuncia che voterà per l’incompatibilità delle cariche ricoperte da Marcello Foa, quota Lega: presidente del cda Rai nominato anche presidente di Raicom. I 5S si erano scagliati contro il doppio incarico, sembravano decisi a votare la mozione del Pd sull’incompatibilità. Ieri hanno frenato, puntando a rinviare il voto a dopo le elezioni ma nel frattempo Fi era uscita allo scoperto. Tanto per ricordare a Salvini quanto ancora abbia bisogno del partito azzurro.

Tra l’ad e la direttrice, sul caso Fazio, sono volate parole molto forti, i toni si sono alzati di parecchi decibel. Non si è sfiorata la rissa fisica come era successo qualche tempo prima tra il direttore del Tg1 Giuseppe Carboni, targa 5S, e il suo vice Angelo Polimeno, indicato dalla Lega ma quasi solo in omaggio al gentil sesso della peraltro grintosa direttrice di rete. La durezza del confronto si spiega in realtà con la tensione preesistente tra i due: Salini boccia la programmazione estiva ideata da De Santis, in particolare non vuole l’arrivo di Pierluigi Diaco, considerato in quota Lega. Ma neppure il braccio di ferro sull’estate televisiva basta a rendere conto di un Vietnam combattuto soprattutto sul fronte dei palinsesti delle diverse reti.

Gli episodi incandescenti sono numerosi ma il più clamoroso è probabilmente il ‘ prestito’ a Mediaset di due star della prima rete Rai come Raffaella Carrà e Mara Venier. Scappatelle da contratto, sia chiaro, e da contratti firmati non da Salini ma, nella precedente era Rai, dai renziani Orfeo e Teodoli. Solo che il prestito è piombato sulla serata più combattuta, quella del sabato, e ha siglato la vittoria di Mediaset nell’eterna battaglia dello share. Ma soprattutto c’è il nodo dei vicedirettori vacanti: sono sei, più una capostruttura pensionata di fresco. Le nomine sono in sospeso da mesi e probabilmente, dopo la zuffa tra Salini e De Santis slitteranno ancora, sempre sino a dopo le fatidiche elezioni di maggio.

Ma se l’attacco alla Lega passa per l’offensiva contro Raiuno, la campagna leghista cinge invece d’assedio proprio Salini. La dichiarazione di guerra del consigliere d’amministrazione, quota Lega, Igor De Biasio, appena un paio di giorni prima che esplodesse la grana Fazio, non poteva essere più esplicita: “Salini non ha cambiato le vecchie politiche di gestione del personale. Ma il tempo della fiducia a priori è finito”.

Con questo clima si capisce perché muoversi in qualsiasi direzione diventi un’impresa. E’ la Rai bellezza. Anzi, è l’Italia.

 

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