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A Tolmezzo manca il lavoro. Il Sappe: «Si rischia la rivolta»

La denuncia del sindacato degli agenti sulla precarietà nel carcere friuliano. I detenuti hanno iniziato la protesta dopo il cospicuo taglio dei fondi per il pagamento dei compensi
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Al carcere di Tolmezzo la situazione sta degenerando sempre di più e si teme la rivolta. Questa volta a dirlo non è Il Dubbio, che ha più volte denunciato tramite gli avvocati che seguono la situazione precaria dei loro assistiti, ma il sindacato della Polizia Penitenziaria (Sappe). In una nota indirizzata ai vertici dell’amministrazione penitenziaria italiana e al ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, il segretario generale del Sappe, Donato Capece fa presente che i detenuti del carcere di massima sicurezza di Tolmezzo hanno iniziato la protesta dell’astensione dalle attività lavorative dopo il cospicuo taglio dei fondi per il pagamento dei compensi ai detenuti che lavorano e la riduzione delle ore lavorative per gli addetti alla cucina, i detenuti impegnati nella distribuzione del cibo, nelle pulizie e nella manutenzione dei fabbricati.

«Ne consegue – spiega il segretario del Sappe auspicando un intervento urgente che non vengono cucinati i pasti, le immondizie non vengono ritirate, non vengono compiute le pulizie e non viene consegnata la spesa in un clima di tensione crescente che starebbe creando serie criticità nella gestione del carcere».

Una situazione sempre più degradante che mette, quindi, in difficoltà gli stessi agenti penitenziari i quali devono far fronte alle problematiche sempre più stringenti, ora accentuate dal tal taglio al fondo per il lavoro, indispensabile per i detenuti e l’ambiente carcerario stesso. Un carcere che teoricamente è anche una “casa lavoro” per gli otto internati trasferiti proprio a Tolmezzo perché c’è una serra. Ma da mesi che non è in funzione. A causa di ciò gli otto internati avevano anche intrapreso uno sciopero della fame, ma sono poi stati costretti a riprendere a mangiare perché rischiavano la vita.

Ma perché questa esigenza? È perché senza il lavoro il magistrato di sorveglianza non ha gli strumenti per valutare la mancata cessazione della pericolosità sociale. La figura dell’internato, che teoricamente è diversa da quella di detenuto, è un argomento spesso affrontato da Il Dubbio. Per l’internato, di fatto, c’è una pena prolungata nonostante sia già scontata e con poche concessioni rispetto ai detenuti. Parliamo della cosiddetta misura di sicurezza che risale al codice Rocco che ha come impronta il retaggio fascista che considera il lavoro come misura correzionale. Tolmezzo, formalmente, è una casa lavoro pensata proprio per queste persone che, appunto, pur avendo terminato di scontare la pena, non vengono rimesse in libertà in quanto ritenute “socialmente pericolose”.

Senza lavoro, l’istituto rischia di diventare per gli internati un luogo di disperazione. A Tolmezzo gli internati stanno scontando la misura di sicurezza in regime di 41 bis, parliamo sostanzialmente di persone che hanno finito di scontare il regime duro, ma di fatto ci rimangono. Teoricamente dovrebbero lavorare per essere proiettati verso la libertà.

«Questa serra che viene presentata come uno specchietto per le allodole – aveva denunciato l’avvocato Michele Capano e attivista dei radicali italiani -, in realtà non è in funzione da moltissimi mesi e quindi accade che la misura di sicurezza si svolge quasi interamente al 41 bis come gli altri detenuti» . Ma ora il problema si è esteso anche per i detenuti, non solo gli internati, visto che il lavoro minimo, quello nemmeno professionalizzante, è stato ridotto a poche ore al mese. Lo ha denunciato a Il Dubbio l’avvocato Maria Teresa Pintus che è anche la referente della Sardegna per l’Osservatorio Carcere dell’Unione delle camere penali. E sarà proprio l’osservatorio nazionale dell’Unione delle camere penali italiane a sollevare a breve il problema direttamente al ministro della Giustizia Bonafede.

 

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