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Senada: «Li perdono, ma questa adesso è casa nostra»

La magistratura apre un fascicolo contro chi ha impedito l’accesso in casa alla famiglia assegnataria i reati contestati: istigazione all'odio razziale e violenza privata
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«Perdono tutti. Voglio solo fare una grande festa coi vicini, come fanno tutte le persone normali». Senada si avvolge nel suo golfino, lungo fin sotto i fianchi, mentre tra le sue gambe spunta Violetta. Alza gli occhi azzurri, nei suoi vestitini rosa, per osservare tutti quelli nella stanza, addentando il suo gelato alla fragola. Ha lo sguardo più sereno di quello immortalato dai flash il giorno in cui ha fatto ingresso per la prima volta nella sua nuova casa, al secondo piano di una palazzina di via Satta, a Casal Bruciato. Saluta con la mano e chiacchiera da sola, spingendo una sediolina azzurra per la stanza, come fosse una macchinina. «Non ha giocato e dormito per tre giorni», dice con lo sguardo velato di tristezza Imer Omerovic, suo padre. La quarta notte nella nuova casa è stata la prima in cui hanno dormito per davvero. Su due materassi buttati in uno stanzone, sui quali hanno tirato su due coperte. Insieme a loro c’è un altro dei loro 12 figli, Londos, di 11 anni. Va a scuola e gli piacciono le lingue, spiega. Sorride, fin quando non gli si chiede come si è sentito quando la gente ha urlato contro la sua famiglia di tutto. A quel punto solleva le braccia e gira lo sguardo altrove, per non incrociare più gli occhi di nessuno. Ogni tanto si affaccia alla finestra assieme al padre e osserva un capannello di gente, poca, convinta ancora che «gli zingari ci hanno rubato la casa» e che «fanno figli solo per mandarli a rubare».

Quelli di CasaPound, che due giorni fa avevano promesso un presidio permanente, non si vedono. «Il gazebo non c’è più e gli Omerovic sono in casa loro. Abbiamo vinto su tutta la linea», dice orgoglioso Marcello Zuinisi, dell’associazione Nazione Rom, che sale e scende dall’appartamento freneticamente come una vedetta. Lì dove prima c’erano le bandiere dell’estrema destra ora rimane la polizia, a controllare che tutto sia a posto. Dentro quella grande casa senza mobili, Imer e Senada sono più tranquilli e dicono di volerci restare. Ogni angolo è pieno di buste con cibo e roba da bere, portati fin lì da un poliziotto che ha fatto loro la spesa. «Lo ringraziamo tanto», dice Imer, che ringrazia anche il Papa, che di lì a poco li riceverà. «Noi siamo musulmani, ma pregheremo insieme», sussurra carico di riconoscenza.

A prendersi cura di loro c’è Patrizia, operatrice sociale, che dirige il traffico di giornalisti e assistenti sociali del Comune, venuti a vedere come vanno le cose. Come una mamma orsa difende Senada e la sua famiglia, soprattutto i bambini, «che non devono subire questa violenza psicologica», esordisce sulla porta. E qualche vicino prova a smorzare le polemiche, dopo quel «ti stupro» lanciato in mezzo alla folla come una bomba. «Ma mica le hanno dette davvero quelle parole», accenna. Intanto, però, ci sono i primi denunciati. Tra questi anche chi ha urlato quel «ti stupro» al passaggio di Senada. Le accuse al vaglio degli investigatori sono minacce, istigazione all’odio razziale e violenza privata. «Ma non vogliamo denunciare nessuno», dice Imer. Che ha solo un sogno: «Che io e la mia famiglia possiamo integrarci» .

Imer, com’è stata la quarta notte nella nuova casa?

Migliore. Avevamo paura i primi giorni, tantissima. Oggi la situazione si è calmata, la nostra paura è passata. La bambina non giocava da quattro giorni. Era troppo stressata, le era anche venuta la febbre. Ora sta bene qui. Adesso sto meglio – aggiunge Senada, ndr – Ieri ho visto i nostri parenti e ci siamo tranquillizzati. La casa è bellissima. Pensiamo di restare, siamo decisi a restare.

Non denuncerete nessuno per le parole che vi sono state dette quando siete arrivati?

No – risponde Imer, ndr – non vogliamo. Anche loro, alla fine, hanno visto chi siamo e sono andati via. Adesso staremo un po’ in pace e in tranquillità. Abbiamo parlato con alcuni vicini, ci hanno detto che possiamo stare tranquilli. Io voglio iscrivere i miei figli a scuola, voglio che studino coi loro figli. Avevamo pensato di fare una festa giù in cortile, quando ci hanno detto che ci avrebbero dato questa casa. Volevamo che tutti i bambini del palazzo giocassero insieme e mangiassero insieme ai nostri e che ci fossero anche i vicini. Volevo sedermi con loro un attimo e parlare, come fanno le altre persone.

Volete farlo ancora?

Certo – dice Senada, ndr – voglio portare dei tavoli giù e invitare tutti. Dobbiamo stare tutti bene, tutti uniti.

Cosa direte al Papa?

Gli diremo grazie – dice Imer,

ndr – Ci hanno detto che dobbiamo mangiare insieme, sederci e pregare. Ieri è venuto il vescovo ausiliare e anche per questo ringraziamo Papa Francesco.

Vi ha fatto piacere la visita della sindaca Raggi?

Sì, tanto. Ci ha detto che la legge si rispetta ed è uguale per tutti.

Secondo voi quello che è successo è razzismo?

Sì, grande razzismo. I miei figli avevano troppa paura, anche mia moglie. Anche io ne avevo. Ma per fortuna ora siamo tranquilli. Stamattina sono anche sceso a prendere un cornetto alla bambina.

Non avete pensato di chiedere un’altra sistemazione?

No, perché questa è casa mia. Anche se ancora è senza mobili e senza cucina. Non potevamo portare niente, solo due materassi e una coperta. Abbiamo dovuto fare velocemente, perché non ci facevano nemmeno entrare. E abbiamo dormito su questi materassi.

Ma prima o poi uscirete, vero?

Sì. Vogliamo che i bambini giochino fuori, che vadano a scuola, io e mia moglie vogliamo andare a fare la spesa. Penso che saremo tutti più tranquilli.

Senada, perdona chi le ha urlato quelle parole?

Lo perdono. Ma non solo lui, tutti quelli che hanno sbagliato quel giorno.

Come si è sentita?

Troppo male, è stato molto brutto. Avevo molta paura e anche i miei figli. Non so perché siano stati così cattivi.

Dove sono gli altri figli?

Stanno al campo de La Barbuta, da un mio cugino ( di Imer, ndr).

Li porterò presto qui. Sei di loro vanno a scuola, la più piccola, Violetta, ha 3 anni, il più grande Clinton, 21.

Riuscirete a stare in 14 qui?

Sarà facile, è una grande casa. Al campo abitavamo in due container, con quattro camere e due bagni. Abbiamo aspettato per tanto tempo una casa e cambia davvero molto.

Qualcuno vi accusa di vivere rubando…

Non sono un ladro, nella mia vita ho sempre lavorato. Pulisco le cantine e poi vendo roba vecchia al mercatino a Boccea. Ho la partita iva, compro e vendo macchine usate, non rubo nulla. Vogliamo solo una cosa: essere integrati e diventare cittadini italiani, proprio come lo sono i miei figli più grandi.

 

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