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Le ragioni del garantismo grazie a “Un giorno in pretura”

Forti polemiche sulla puntata dedicata al caso di Marco Vannini. La conduttrice Roberta Petrelluzzi si schiera con coraggio contro la gogna che che ha colpito la famiglia Ciontoli, non per innocentismo, ma per distinguere tra giustizia e giustizialismo
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Quello che è successo domenica, dopo la visione di “Un giorno in pretura” dedicata al processo di secondo grado contro la famiglia Ciontoli per l’omicidio di Marco Vannini, è un esempio lampante di tutte le fasi del processo mediatico, a tal punto che andrebbe studiato nelle scuole, di ogni ordine e grado, e nelle università di giurisprudenza.

La conduttrice Roberta Petrelluzzi, prima della messa in onda del programma, tra i più equilibrati del panorama televisivo, ha fatto una dichiarazione per noi garantisti dovuta, ma che ha suscitato polemiche ( ben vengano, se non sono violente) ma soprattutto insulti contro di lei. Petrelluzzi ha detto che “solo le vittime hanno il diritto alla protesta, anche quella più rumorosa. Ma crediamo che il clamore porti a radicalizzare il proprio convincimento e non contribuisce a fare giustizia. Tanto più che sarà la Cassazione a dare la parola definitiva su questo caso”. Parole di buon senso, rivolte contro il processo mediatico, contro la gogna, ma che non si sostituiscono alle decisioni dei giudici. Ma i tifosi, che a casa guardavano la trasmissione, non hanno gradito e hanno letto la preoccupazione della conduttrice e ideatrice del programma come se fosse una assoluzione.

Il caso è tristemente noto. In primo grado Antonio Ciontoli era stato condannato a 14 anni per l’omicidio volontario di Marco Vannini, il fidanzato della figlia Martina, a sua volta condannata con la madre e il fratello a tre anni per omicidio colposo, condanna confermata per loro tre anche in Appello. In una tragica sera del 17 maggio 2015 il ragazzo viene colpito dai proiettili dell’arma di Ciontoli, allora sottufficiale della Marina militare in distacco ai servizi segreti. Il ragazzo, dopo due telefonate piene di contraddizioni al 118, condotto troppo tardi in ospedale muore. Il caso diventa subito mediatico anche per una intercettazione ambientale dei Ciontoli che dai computer degli inquirenti finisce, a tempo di record, negli studi televisivi.

Quando in secondo grado Ciontoli viene condannato a 5 anni invece che a 14 diventa un rumore assordante di proteste, appelli, insulti, minacce, una gogna mediatica che ha colpito tutta la famiglia a partire da Martina, la giovane a cui Roberta Petrelluzzi si è rivolta prima della messa in onda di “Un giorno in pretura” con un post su facebook: “Cara Martina Ciontoli, ti vogliamo far sapere che siamo assolutamente in disaccordo con questo accanimento mediatico che, non si capisce perché, vorrebbe la vostra morte civile. E’ un segno dei miseri tempi che stiamo vivendo, dove l’odio e il rancore prendono il sopravvento su qualsiasi altro sentimento. Ci auguriamo che il nostro lavoro riesca a riportare la tragedia vissuta ( perché tragedia è) alle sue reali dimensioni”. Non stupisce che questa attenzione alla giustizia contro il giustizialismo venga da “Un giorno in pretura”. E’ il primo programma che introduce le telecamere dentro il processo. Il successo, dopo un inizio in sordina nel 1988, arriva con Tangentopoli e il caso Cusani- Enimont. Ma quella che all’inizio poteva apparire – e forse lo era – la prima trasmissione del processo mediatico, negli anni è diventata una sorta di baluardo del “garantismo”: il processo è filmato, non viene mimato come negli altri programmi. Non si sostituisce né alle procure, né ai giudici E’ un racconto molto puntuale di ciò che accade in aula. L’esatto contrario della maggior parte delle trasmissioni dedicate ai casi di cronaca nera: una vera e propria ossessione che ha trasformato la televisione italiana e il pubblico. Gli spettatori si sentono come giudici implacabili in dovere e in diritto di stabilire la giusta sentenza. E’ una conseguenza nefasta, per la giustizia e per la stessa società, che però continua a essere sottovalutata. C’è un caso si cronaca, ci sono tanti programmi che soffiano sul fuoco e c’è un’opinione pubblica che ha come unico metro di misura la quantità delle pene inflitte. Il senso di giustizia si misura non sul piano del diritto, ma della vendetta.

Questa cultura, ormai radicata nella comunità e nei suoi valori, ha come “braccio armato” i social. Quando si dissente da una sentenza, anche perché i profeti della condanna esemplare protestano per primi in tv, si usano facebook e twitter non per ragionare, non fare un discorso magari dopo avere letto attentamente le motivazioni dei giudici. Si usano i social per offendere, insultare, minacciare. E’ la cultura dell’odio e del rancore, come giustamente dice Petrelluzzi. Si accusa chi chiede di abbassare i toni di non avere pietà per le vittime. Ma è un’accusa campata in aria come dimostra il caso di “Un giorno in pretura”. Anzi l’impressione, a volte drammatica, è che i parenti delle vittime vengano sfruttati da chi dice di sostenerli per interessi di Auditel, in un gioco al massacro dei loro sentimenti e dei diritti costituzionali. Qualcuno prima poi, anche in ambito televisivo, doveva dire basta. Con coraggio, Petrelluzzi lo ha fatto.

 

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