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Cassese: «Banalizzano e fanno decidere gli incompetenti: perciò sono contro i referendum»

Secondo il costituzionalista, gli strumenti della democrazia diretta semplificano e «non sono adatti a prendere decisioni complesse»
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«Noi siamo a una svolta, con il passaggio in secondo piano delle due forze politiche che hanno dominato la scena dell’ultimo quarto di secolo. Questa svolta avviene senza che siano attive le forze di opposizione. Più forte, quindi, l’esigenza di tolleranza e misura. Rinnovato il Parlamento, ora va rinnovato il governo». Compito indifferibile degli intellettuali è, per Sabino Cassese, quello di farsi sentire, «per mostrare di essere capaci di interpretare la società in cui vivono». Nel suo nuovo saggio, intitolato significativamente La svolta. Dialoghi sulla politica che cambia (Il Mulino Editore), il noto giurista – docente presso la School of Government della Luiss, già ministro e giudice costituzionale – ci consegna, in forma di dialogo, pensieri e suggestioni incentrate sulla nuova fase politica dischiusa dal biennio 2017- 2018 e tuttora in corso.

Prof. Cassese, lei scrive che «oggi l’evocazione di forme di democrazia diretta nasconde per lo più tentazioni bonapartiste» : quali sono, a suo avviso, le principali criticità relative all’effettivo esercizio della democrazia diretta? Per quale motivo, in altri termini, il governo del popolo, veicolato da strumenti informatici, potrebbe non funzionare?

Perché lo strumento referendario comporta decisioni semplici, costrette nel binomio si/ no, e non è quindi adatto a prendere decisioni complesse. Perché coinvolge tante persone e richiederebbe una informazione e conoscenze che queste non possiedono. Perché nella esperienza pratica diffusa ha trovato attuazione solo a livello sub- statale ( cantoni svizzeri, California). Perché l’esperienza insegna che i referendum e le relative campagne sono facilmente preda di gruppi lobbistici.

Il referendum, e in particolar modo il dispositivo del referendum senza quorum, costituisce realmente la più valida espressione della volontà popolare?

Può riproporre la contraddizione nella quale è oggi il M5S: proclama che il popolo viene prima di tutto, ma, quando si fanno i conti, il Movimento ha solo 112 mila iscritti certificati, circa la metà dei quali vota per la scelta dei candidati, e i candidati vengono selezionati con un numero di voti che oscilla intorno a 1- 3mila.

«L’instabilità governativa è la sagra delle corporazioni». Ne registra una presenza invasiva nell’indirizzo dell’operato istituzionale?

Si, il nostro populismo dichiara a gran voce di voler dare spazio al popolo, ma pratica di fatto il corporativismo. Legga soltanto i tanti decreti legge convertiti in legge e vedrà che sono la somma di “regali” o “concessioni” fatte a questo e a quello.

Lei scrive che «la nostra Costituzione usa una decina di volte, insieme, diritti e doveri. Abbiamo perso la prima parte, dimenticato la seconda». Ritiene che sia in corso uno spiccato disaccoppiamento di diritti e doveri?

È una delle più gravi dimenticanze. Il diritto al lavoro è stato invocato mille volte. Il dovere di lavorare, che è consacrato subito dopo nella Costituzione, come contributo al progresso sociale, nell’articolo 4, è stato dimenticato.

Di recente il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha elogiato l’attività dei corpi intermedi della società civile. Pensa che la politica – e più nello specifico le forze al governo – attribuisca loro giusta considerazione?

Attenzione per i corpi intermedi vuol dire pluralismo. Il governo in carica è invece attento ai gruppi di pressione, a chi porta voti: è corporativo, non pluralista Oltre al contrasto tra democrazia rappresentativa e democrazia diretta, si sta diffondendo a livello internazionale la competizione tra regimi democratici e regimi autocratici. Con quale incidenza, a suo avviso, i secondi stanno guadagnando terreno sui primi?

I sistemi autoritari e quelli semi- autoritari presentano un vantaggio rispetto a quelli democratici: i processi di decisione sono più rapidi, coloro i quali decidono sono pochi e non debbono preoccuparsi di tutelare diritti individuali e collettivi. Mostrano, tuttavia, subito la corda, così come i sistemi che si proclamano democrazie illiberali: una contraddizione in termini, perché non può esservi democrazia senza libertà. La democrazia è semplicemente un completamento degli edifici statali liberali.

Trova che oggi le varie componenti dello Stato da lei indicate – autoritaria, liberale, democratica, sociale o socialistica – si trovino oggi a confliggere in maniera particolare le une con le altre?

Come hanno osservato Aldo Moro e Massimo Severo Giannini, questi ideali hanno trovato una convergenza nella Costituzione, armonizzandosi. Non vi sono tensioni o conflitti. Piuttosto vi sono parti dimenticate della Costituzione: partecipazione dei lavoratori alla gestione delle imprese, valore del lavoro al di sopra degli altri, ordinamento democratico interno dei sindacati, favore per l’accesso del risparmio popolare alla proprietà dei grandi sistemi produttivi. Pensi a quanto avrebbe potuto essere diversa l’Italia se le norme costituzionali riguardanti questi punti avessero avuto attuazione, se non fossero state dimenticate.

Pensa che la narrazione del Paese stia prevalendo sulla realtà delle cose? La comunicazione sta avendo la meglio sul messaggio?

Non c’è dubbio che viene “narrato” un Paese aggredito dagli immigrati, preoccupato dalla criminalità, povero, piegato su sé stesso, che deve difendersi, svuotato. Ma questo non è solo responsabilità di chi governa, è anche responsabilità delle opposizioni, che non sanno proporre altre idee, muovere altri sentimenti, nutrire altre idealità.

 

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