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Caso Siri, ancora veleni Giallo sull’intercettazione

L'intercettazione che fa tremare il governo sarebbe in un'informativa della Dia. Ma secondo quanto confidato da un magistrato anonimo a La Verità quella frase, nelle carte, non esisterebbe
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L’intercettazione che fa tremare il governo diventa un giallo. Perché stando a quanto scritto ieri dal quotidiano La Verità, non esisterebbe o, per lo meno, i giornali non avrebbero potuto ancora avere l’informativa nella quale è contenuta. Quel che è certo, al momento, è l’accusa di corruzione a carico del sottosegretario alle Infrastrutture Armando Siri. Mentre è meno chiaro se qualcuno abbia mai detto o meno la famosa frase «questa operazione ci è costata 30mila euro», captata dalle cimici, stando ai giornali, durante una conversazione tra Paolo Franco Arata, ex deputato nazionale di Forza Italia, e il figlio Francesco. «Le intercettazioni sui giornali? Sono false – avrebbe confermato un inquirente rimasto anonimo al cronista del quotidiano diretto da Belpietro -. Quelle frasi non ci sono nel fascicolo».

Insomma, un bel pasticciaccio. Quella frase riassume il senso dell’indagine sulla cui base i pm capitolini hanno firmato, nei giorni scorsi, un decreto di perquisizione, con il quale il sottosegretario Siri ha scoperto di essere indagato. L’accusa è quella di aver asservito la propria funzione pubblica «ad interessi privati», agevolando l’impresa di Arata nel campo dell’eolico con provvedimenti favorevoli in cambio dei quali «riceveva indebitamente la promessa e/ o la dazione di euro 30.000 da parte di Paolo Franco Arata», che da tali «provvedimenti avrebbe tratto benefici di carattere economico». E lo avrebbe fatto inserendo tali incentivi al minieolico «in provvedimenti normativi di competenza governativa» – cioè il decreto interministeriale in materia di incentivazione dell’energia elettrica da fonte rinnovabile – «e di iniziativa governativa di rango legislativo» – ovvero nel mille proroghe, nella legge di stabilità e in quella semplificazione – o proponendo emendamenti.

E qui entra in gioco la frase misteriosa. Che dovrebbe essere contenuta in un’informativa della Dia depositata il 29 marzo 2019, ancora coperta da segreto, «da cui si evince lo stabile accordo tra il corruttore Paolo Arata» ed «il sottosegretario di Stato e senatore Armando Siri (di cui l’Arata è stato anche sponsor per la nomina proprio in ragione delle relazioni intrattenute)», il quale si sarebbe impegnato «costantemente», in ragione del proprio ruolo politico, nel «promuovere provvedimenti regolamentari o legislativi che contengano norme ad hoc tese a favorire gli interessi economici dell’Arata, ampliando a suo favore gli incentivi per l’energia elettrica da fonte rinnovabile a cui non ha diritto». La presunta mazzetta da 30mila euro, stando al decreto di sequestro, emergerebbe proprio «dal contenuto di alcune conversazioni tra l’indagato Paolo Franco Arata ed il figlio Francesco ( alla presenza anche di terzi) nelle quali si fa esplicitamente riferimento alla somma di denaro pattuita a favore di Armando Siri per la sua attività di sollecitazione dell’approvazione di norme che l’avrebbero favorito». E in mezzo c’è pure la puzza di mafia: Arata è infatti socio di Vito Nicastri, il “Re dell’eolico”, arrestato a Palermo con l’accusa di aver finanziato la latitanza del boss Matteo Messina Denaro e per il quale nei giorni scorsi i pm di Palermo hanno chiesto una condanna a 12 anni per associazione mafiosa.

Gli investigatori avrebbero registrato numerosi incontri tra gli indagati, segnalando «l’incessante attività» promossa da Siri per l’approvazione delle norme, come emergerebbe da ulteriori conversazioni tra Arata e i suoi «familiari e sodali nell’impresa, quanto con collaboratori del Siri e con altre persone coinvolte ( con ruoli istituzionali e non) nella redazione delle stesse».

L’audio di quella conversazione, secondo La Verità, però non esisterebbe. E nelle carte non ve ne sarebbe traccia. La domanda, dunque, è da dove sia venuta fuori, dato che è diventata la bomba deflagrata sul governo Conte, diviso tra chi, come il ministro dell’Interno Matteo Salvini, si schiera con il sottosegretario leghista e chi, come il collega del Lavoro Luigi Di Maio, applica il codice giustizialista del M5s chiedendone la testa. Sulle sue sorti toccherà decidere al presidente del Consiglio Giuseppe Conte, che deciderà dopo averci parlato «guardandolo negli occhi».

Siri, tramite il suo legale, Fabio Pinelli, intanto smentisce tutto. «È pronto a dimostrarlo – ha spiegato ma prima dobbiamo leggere gli atti. Non c’è stata alcuna contestazione, soltanto una proroga di indagine». E anche lui, dal suo profilo Facebook, ribadisce di essere innocente. «Sono consapevole di aver sempre svolto il mio lavoro nel pieno rispetto della legge e continuerò a farlo – ha scritto – Ho piena fiducia nel lavoro della magistratura e sono certo che tutto potrà risolversi al più presto».

 

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