Il Dubbio di oggi

Il Dubbio del lunedì

Quel pasticciaccio brutto sulla monnezza tra la Raggi e l’Ama

Lo scontro sul Bilancio, il licenziamento di Bagnacani e le dimissioni della Montanari: storia e registrazioni finite in procura
Share on facebook
Share on twitter
Share on linkedin

È il 1 febbraio 2019 e Giovanni Vivarelli, responsabile del settore ambiente dell’Acea ( l’azienda romana per l’elettricità e l’acqua) incontra Lorenzo Bagnacani, allora presidente di Ama ( l’azienda dei rifiuti di Roma) e il consigliere di amministrazione Andrea Masullo..

“Ho un accordo con la sindaca Raggi”, esordisce Vivarelli squadernando un luminoso rendering in power point. “Realizzeremo un nuovo impianto di selezione della plastica a Ponte Malnome ( appena fuori Roma, sulla via Portuense n. d. r.). L’Ama raccoglie la plastica, ce la porta, e noi la lavoriamo”.

Bisogna sapere che nel variopinto universo dei rifiuti la plastica è molto preziosa. Se ne ricavano polimeri destinati all’industria dei chips. Così Bagnacani e Masullo rilanciano: “Interessante. Potremmo metter su una società mista. Non può essere che noi dell’Ama raccogliamo la plastica a spese delle tasse dei romani e voi ve la rivendete”. “ Vivarelli esita, e poi: “Non erano questi gli accordi con la sindaca. Arrivederci”.

E allora quali erano? Non si sa. Il progetto è finito nel freezer come in freezer sembra sonnecchiare il futuro dell’Ama, quell’aziendona da 8 mila dipendenti di proprietà di Roma Capitale che col fiato grosso insegue rifiuti e cassonetti per tutta la città, rimanendo sempre un metro indietro e che non risparmia mai colpi di scena, come quelli degli ultimi giorni.

Il problema è che nemmeno il Comune di Roma sembra sapere che pesci prendere, mentre l’Ama soffre con due bilanci ancora da approvare ( 2017 e 2018), le linee di credito delle banche bloccate, e soprattutto una città di tre milioni di abitanti da pulire ogni giorno.

Nell’incertezza del futuro c’è invece un recente e chiaro passato di guerriglia che l’amministrazione di Virginia Raggi ha combattuto contro l’Ama e il suo gruppo dirigente, nominato dalla stessa Raggi a metà del 2017 e licenziato il 18 febbraio scorso, una storia punteggiata da episodi stravaganti e di cui, nonostante i titoloni sui giornali e i talk show televisivi, ancora non si capisce bene il senso. C’è l’idea di affondare l’Ama? di agevolare l’ingresso di nuovi azionisti ( eventualità negata con determinazione in Comune), di lasciarla friggere a fuoco lento? di fonderla con una società più grande, come ( esempio a caso) l’Acea, dove brillano cospicui interessi privati?

Nonostante la scarsa reputazione, l’Ama può far gola a molti se non altro per il contratto di servizio che la lega al Comune di Roma. Il Campidoglio versa all’azienda 780 milioni di euro l’anno, e chi la controlla ha in tasca poco meno di 8 miliardi assicurati per i prossimi dieci anni. E la mole di rifiuti che Roma produce ( 2,3 milioni di tonnellate l’anno), se ben trattati, possono trasformarsi in bei milioni di profitti.

Il nodo dello scontro tra Comune e azienda è nel bilancio di esercizio relativo al 2017 ( per il 2018 c’è ancora un po’ di tempo) che il Campidoglio, azionista unico di Ama, si rifiuta di approvare. Non è un dettaglio da poco, perché in assenza di un bilancio approvato e certificato succedono le seguenti cose: le banche limitano il credito, la crisi di liquidità può mettere a rischio gli stipendi, i fornitori chiedono di essere pagati in anticipo, e non partecipano alle gare d’appalto perché non si fidano, gli investimenti si bloccano, l’azienda si paralizza e la città annega nei rifiuti.

Eppure, almeno fino al maggio del 2018 sembrava che tutto potesse filare liscio. Il presidente Lorenzo Bagnacani, insediato nel 2017, nota sì talvolta episodi un po’ sinistri, come qualche strana verbalizzazione delle sedute del consiglio, ma per un’azienda che è stata al centro degli scandali Mafia Capitale è il minimo sindacale e poi con la nuova assessore all’ambiente Pinuccia Montanari ( nominata dalla sindaca su indicazione di Beppe Grillo) si lavora bene. Così il 23 aprile del 2018 vien convocata l’assemblea societaria per dare disco verde al bilancio.

L’azionista, ovvero il Comune della sindaca Raggi, non si presenta. Silenzio. E’ l’inizio della guerriglia. Prima voci, poi qualche telefonata, all’Ama arriva la notizia che il Comune ( assessore al bilancio il 5 Stelle livornese Gianni Lemmetti) non vuole pagare a Ama 18 milioni di euro. Si tratta di soldi che Ama chiede per “servizi cimiteriali”, voce funesta che comprende la costruzione di tombe e loculi, la manutenzione dei cimiteri di Roma, le cremazioni ( nel bilancio 2016 si registrano 33mila 631 romani defunti e 14.322 cremazioni, in lieve aumento sul 2015), tutto ciò che gira intorno all’industria dei decessi.

Il Comune è irremovibile: non ti pago. Lorenzo Bagnacani e il resto del consiglio di amministrazione ( Vanessa Ranieri e Andrea Masullo) rimangono interdetti. Ma come? Il bilancio è stato certificato dalla società di revisione Ernst & Youg, lo stesso Collegio sindacale ( presidente Mauro Lonardo) ha dato il suo benestare, i 18 milioni di credito erano già presenti nei bilanci precedenti e non sono mai stati contestati da nessuno. Perchè dunque eliminare questa posta, mandando così il bilancio in rosso?

Su questi 18 milioni si innesta una commedia tra il tragico e il ridicolo. Per un bel po’ nessuno, dal Comune, contesta il debito con comunicazioni ufficiali. Girano solo voci di corridoio. Un giorno però il direttore generale del Campidoglio Franco Giampaoletti apostrofa la consigliera di amministrazione Ama Vanessa Ranieri: “Dottoressa. Dobbiamo metterci d’accordo sui numeri”. Ranieri: “In che senso? Se avete numeri diversi venite a spiegarceli in assemblea dei soci”. Giampaoletti, che è tipo ruvido replica: “Dottoressa Ranieri, lei forse è più intelligente di me, ma io sono più vecchio e ho anche la prostata”. Ranieri, allibita, incassa la battuta sessista.

Respinto, Giampaoletti non si arrende e mette sotto pressione quotidiana la dirigente del dipartimento Tutela Ambiente, Rosalba Matassa, che lavora con l’assessore Pinuccia Montanari. Telefonate nervose, estenuanti riunioni per trovare il modo di eliminare i 18 milioni dal bilancio. Giampaoletti ordina militarmente a Matassa di firmare una lettera ufficiale di contestazione del bilancio indirizzata all’Ama e la Matassa risponde “la firmi lei che è il mio capo, io non sono d’accordo”. Toni alti, sempre più aspri, e alla fine di una telefonata tempestosa Ma- tassa va all’ospedale San Giovanni a farsi misurare la pressione a mille. Poi, a dicembre, se ne va. Dimissioni. Per tutta l’estate e fino all’autunno la marea monta. Lorenzo Bagnacani sente puzza di bruciato e si convince che, per qualche motivo, in Comune si lavori affinchè il bilancio 2017, che dovrebbe chiudere con un attivo per circa 650 mila euro chiuda invece in rosso. Rassicurati da pareri legali di luminari del diritto societario e contabile, nonché dalla società di revisione Ernts & Young, i consiglieri di amministrazione tengono la linea e così, dopo estenuanti tira e molla, propongono di sospendere la questione dei 18 milioni creando nel bilancio un fondo rischi da sottoporre poi, a bilancio approvato a una analisi più meticolosa. E qui, una piccola astuzia contabile. Il fondo figurerà nello stato patrimoniale e non nel conto economico dell’anno 2017. In Comune sono tutti felici e partono comunicati alla stampa che annunciano l’approvazione del bilancio. Poi qualcuno capisce. Collocare la posta dei crediti cimiteriali nello stato patrimoniale della società e non nel conto economico dell’esercizio 2017, lascerà inalterato il risultato in utile. E invece in Campidoglio vogliono il risultato in rosso.

Il Campidoglio dice niet. E perfino il collegio sindacale, che fino a quel momento aveva confermato la sua appr0vazione, fa marcia indietro. Il presidente del collegio, Mauro Lonardo cambia improvvisamente opinione dopo aver preso un caffè col direttore generale di Roma Capitale Franco Giampaoletti. Ed è riconfermato nel suo incarico ( nel frattempo scaduto). La battaglia continua.

A fine 2018 viene presentata alla sindaca la bozza del nuovo piano industriale Ama. Un piano ambizioso che prevede fino al 2021 la realizzazione di 13 impianti di smaltimento e riciclo, da finanziare con l’emissione di “green bond” ( approvati dalla consulenza di J. P Morgan). Nel progetto c’è anche la realizzazione di due centri di digestione anaerobica dei rifiuti organici con cui produrre oltre 20 tonnellate l’anno di metano con cui si potrebbe coprire il 70 per cento del fabbisogno di carburante degli autobus della città. Il piano prefigura una Ama del tutto nuova, completamente pubblica, dotata di impianti di lavorazione dei rifiuti, in grado di diventare un player di assoluto rilievo nel campo del “waste management” e di far concorrenza ai più importanti poli industriali. Forse qualcuno comincia a preoccuparsi. Anche l’Acea ( posseduta al 51 per cento da Roma Capitale, ma con azionisti privati pesanti come la società franco belga Suez e il costruttore Gaetano Caltagirone) ha programmi simili.

Alle parole “nuovi siti” però, la sindaca Raggi sobbalza e spiega a Bagnacani: “Per carità, che non si parli di nuovi siti e nuovi impianti fino alle elezioni europee di maggio”. Altrimenti gli elettori si innervosicono.

Lo showdown ha luogo l’ 8 di febbraio 2019. Quel giorno sono in programma una riunione della Giunta comunale in Campidoglio e contemporaneamente l’assemblea dei soci di Ama. Pochi minuti prima della giunta, l’assessore Pinuccia Montanari si vede porgere dal direttore Franco Giampaoletti una delibera bell’e pronta in cui si boccia definitvamente il bilancio Ama che Montanari, in qualità di assessore all’ambiente, dovrebbe firmare.

Lei si rifiuta. “Ma volete scherzare? Ora sospendiamo per quattro cinque ore, io chiamo i miei consulenti e me la leggo parola per parola. Non firmo al buio”. Letto e digerito, Montanari conferma il suo dissenso. La sindaca Raggi: “O sei fuori o sei dentro e se non firmi sei fuori”. Montanari molla tutto e va a scrivere la lettera di dimissioni immediate.

Nella sede dell’Ama, poco più tardi, ha luogo un siparietto gustoso. Comincia l’assemblea societaria e telefona un collaboratore di Giampaoletti, il responsabile delle società partecipate Giuseppe Labarile, e dice: “Sono io che rappresento il Comune in assemblea. Posso farlo in teleconferenza telefonica?”. “Veramente dobbiamo identificarla con un documento di identità”, è la risposta. “Allora un momento che vedo come fare”.

La telefonata viene messa in attesa ma qualcuno, invece di premere il tasto giusto, schiaccia quello del viva voce. Così, i consiglieri di amministrazione Ama ascoltano un dialogo surreale: “Questi mi chiedono il documento, che devo fare? Il documento qui non ce l’ho, l’ho lasciato nella pratica della promozione”.

L’assemblea Ama, boccia dunque il bilancio, che rimane sospeso. La situazione non può che precipitare. Il 18 febbraio 2019 Lorenzo Bagnacani e gli altri consiglieri di amministrazione Vanessa Ranieri e Andrea Masullo vengono revocati dai loro incarichi. In Campidoglio c’è molto nervosismo. Si sa che Bagnacani in novembre, visto come si mettevano le cose, è andato in Procura della Repubblica a presentare un esposto. Non vuole trovarsi invischiato in un eventuale falso in bilancio. Ricevuto dal procuratore Giuseppe Pignatone, e dalle due sostitute Luigia Spinelli e Claudia Terracina, Bagnacani comincia a illustrare la sua denuncia, ma Pignatone nemmeno lo lascia finire: “Lei mi sta dicendo che a suo giudizio vogliono mandare la società in rosso, vero?”. “Esatto”, replica Bagnacani. E questo è dimostrato con sufficiente evidenza dai fatti. Ciò su cui ancora non c’è chiarezza sono i motivi di questa scelta, difesa strenuamente e forse imposta dall’assessore al bilancio di Roma Capitale Gianni Lemmetti. Cosa c’è sullo sfondo? Se i due bilanci ancora da approvare il 2017 e il 2018 chiudessero entrambi in rosso, Ama potrebbe essere dichiarata in qualche modo antieconomica per Roma Capitale che la controlla al 100 per cento. In questo caso si aprirebbero nuove prospettive, come l’eventuale ingresso nel capitale di Ama di soci privati che ovviamente porterebbero in azienda i loro interessi. Non si può dimenticare che Ama incassa e incasserà nei prossimi dieci anni circa 8 miliardi di euro, ovvero i corrispettivi del contratto di servizio che la società ha con Roma Capitale. E a chi non dispiacerebbe disporre di 8 miliardi di euro garantiti fino al 2029?

La scena è ancora in movimento, ravvivata in queste dai dialoghi di Lorenzo Bagnacani e Virginia Raggi pubblicati dall’Espresso. Fino a ieri, l’ultimo fotogramma ritraeva l’assessore al bilancio Gianni Lemmetti, il direttore generale di Roma Capitale Franco Giampaoletti e il presidente del Collegio Sindacale di Ama Mauro Lonardo che, all’indomani della defenestrazione del consiglio di amministrazione Ama, si sono presentati nella sede dell’Ama, si sono fatti accompagnare nell’ufficio di Lorenzo Bagnacani e lo hanno smontato pezzo per pezzo cercando qualcosa.

Cosa, non si sa.

 

Ultime News

Articoli Correlati