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Libia, allarme di Salvini: «Arrivano i terroristi»

Il ministro firma la direttiva anti Mare Jonio, ma è duello con Di Maio. E dopo l’emergenza a Tripoli e il rischio di infiltrazioni la Francia ha chiesto di prorogare per altri sei mesi la chiusura delle frontiere con l'Italia
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Con il «rischio del terrorismo islamico, i porti restano ancora più sigillati». Il ministro dell’Interno, Matteo Salvini, non indietreggia di un passo neanche di fronte ai venti di guerra che soffiano da Tripoli. «Ci sono 500 terroristi detenuti nelle carceri libiche, non vorremmo che arrivassero via mare», spiega il capo della Lega, prima di annunciare l’emanazione di una direttiva per vigilare sui movimenti della Mare Jonio, la nave della Ong Mediterranea, su cui a breve potrebbe imbarcarsi anche il comandante Gregorio de Falco per salvare vite umane. Del resto a lanciare l’allarme è stato anche il premier Giuseppe Conte, parlando del «rischio dell’arrivo di foreign fighter sul nostro territorio». Un motivo in più per far dire al Viminale: «Approfittando del caos libico centinaia di terroristi islamici potrebbero arrivare in Italia. Non a caso la Francia ha chiesto ufficialmente di prorogare la chiusura delle frontiere con l’Italia per altri sei mesi ( per “emergenza nazionale” legata al terrorismo)», è la premessa da cui parte Salvini per intimare ai vertici delle forze dell’ordine e al capo di Stato Maggiore della Difesa «di vigilare affinché il comandante e la proprietà della nave Mare Jonio» si attengano alle «vigenti normative nazionali ed internazionali in materia di coordinamento delle attività di soccorso in mare e di idoneità tecnica dei mezzi impiegati» per questa attività. Non solo, comandante ed equipaggio dovranno rispettare «le prerogative di coordinamento delle Autorità straniere legittimamente titolate ai sensi della vigente normativa internazionale al coordinamento delle operazioni di soccorso in mare nelle proprie acque di responsabilità dichiarate e non contestate dai paesi costieri limitrofi» , argomenta Salvini nella sua direttiva, dando ancora per scontata l’esistenza di una Guardia costiera libica. A bloccare l’entusiasmo del Carroccio e delle destre per la direttiva anti Ong ci pensa però Luigi Di Maio, che da Abu Dhabi replica: «Credo che se davvero ci sono 800 mila profughi» diretti dalla Libia verso l’Italia «di certo non li fermi con una carta che si chiama direttiva, che nessuno ha mai ascoltato. Lo dico con tutta l’amicizia a Matteo Salvini», dice il vice premier pentastellato, convinto che sul fronte migranti siano state prese «misure emergenziali per il breve termine». Ma uno Stato «serio deve guardare al lungo termine» con una soluzione «che passa attraverso più Europa», insiste Di Maio. «Ma in Europa chi blocca la ridistribuzione dei migranti sono proprio gli alleati di Salvini: direi che non è il caso di allearsi con chi ci sta facendo la guerra», afferma il capo politico 5Stelle, meglio «mollare quei paesi, invece di allearsi con loro, come fa Salvini».

Al ministro dell’Interno risponde anche la Ong finita al centro delle attenzioni. È «come se il governo vivesse in un mondo parallelo», scrivono in una nota i volontari. «Nessun accenno alla guerra che infiamma la Libia e ai corrispondenti obblighi internazionali, o alle migliaia e migliaia di persone torturate negli ultimi anni in quel Paese, né a quelle annegate nel Mediterraneo centrale ( in proporzione in numero sempre crescente, 2.100 nel solo 2018) in fondo al mare», aggiungono i vertici della Ong, in risposta a quella che definiscono una «direttiva ad navem». Ma in campagna elettorale potrebbe non essere l’unica.

 

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