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Def, incombe l’aumento Iva. Flat tax ma meno detrazioni

L'Fmi taglia le stime di crescita: «Italia in stagnazione». Il debito pubblico sale al 132,7%. Il giallo della manovra da 133 miliardi. Spunta una banca pubblica per gli investimenti
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Il governo populista, quello che minaccia da sempre di aprire l’Unione europea come una scatola di sardine ( o di tonno), farà un bel regalo a Bruxelles. Dal prossimo anno il contributo italiano alle istituzioni europee dovrebbe aumentare di circa 230 milioni, euro più euro meno. Il valore è scritto fra le righe del Documento di economia e finanza ( Def) discusso ieri sera a Palazzo Chigi. Ovviamente queste cifre non figurano nelle tabelle del testo; già quelle che verranno pubblicate nei prossimi giorni sono particolarmente “urticanti”, soprattutto per i due vice premier che hanno disertato la riunione preparatoria. Ma si intravvedono in controluce.

Proviamo a guardare le anticipazioni, in attesa delle tabelle ufficiali. Innanzitutto, viene ridotta la previsione di crescita. Il pil di quest’anno non crescerà dell’ 1%, ma solo dello 0,1%. Ne consegue che il deficit nominale salirà, con una buona dose di ottimismo, dal 2,04 al 2,4%. Il governo, però è ottimista. E stima che la crescita tendenziale riuscirà a raddoppiare ( cioè, il pil passerà dallo 0,1% allo 0,2%) grazie al decreto sblocca cantieri ed alle misure a sostegno della crescita che il ministro Tria ha in animo di varare, più o meno “salve intese”. Con un particolare. Il Def dice che, da solo, il reddito di cittadinanza contribuisce ad un aumento del pil dello 0,2%. Ne consegue che senza questo intervento l’Italia sarebbe in recessione piena, con una crescita tendenziale del – 0,1%.

I problemi, però, arriveranno il prossimo anno. Secondo le anticipazioni del Def, il deficit del 2020 sarà pari al 2,1% del pil e scenderà all’ 1,8% nel 2021. E qui arrivano i numeri “urticanti”. Nel precedente Documento, il governo aveva previsto per il 2020 un deficit all’ 1,8 ( sarebbe stato dell’ 1,5% nel 2021). Ora invece lo porta al 2,1%.

Piccolo particolare. Per arrivare alla stima di un indebitamento all’ 1,8 ( oggi diventato 2,1%), il governo aveva approvato l’aumento delle aliquote Iva. Il deficit, infatti, si fermava all’ 1,8% proprio perché il prossimo anno sarebbe entrato un gettito aggiuntivo di 23,1 miliardi e di 28,7 miliardi nel 2021. Se il livello di deficit passa dall’ 1,8 al 2,1% (+ 0,3) è evidente che scatta l’aumento dell’Iva; non foss’altro perchè da sola vale 1,3/ 1,4 punti di pil.

Il violento negoziato con la Commissione europea venne sbloccato proprio per la promessa di un aumento dell’Iva. Motivo? L’Iva è l’imposta sul cui gettito si basa il contributo annuale degli Stati a Bruxelles. Ne consegue che se il gettito aumenta di 23 miliardi, gli euroburocrati ( tanto odiati dalla maggioranza gialloverde) incassano dall’Italia 230 milioni in più; euro più euro meno. Nel tentativo di annacquare la realtà dei numeri, Salvini e Di Maio si impossessano degli scarni riferimenti concessi da Tria in materia di “flat tax”. Nel Documento c’è la promessa della “progressiva introduzione della flat tax”. Una misura che “ridurrà il cuneo fiscale sul lavoro e sarà coperta da una riduzione delle spese fiscali, salvaguardando quelle destinate al sostegno della famiglia e delle persone con disabilità”.

Nel linguaggio burocratico per “spese fiscali” s’intendono le agevolazioni tributarie concesse ad imprese e famiglie. Insomma, pare di capire che verrà ridotta la possibilità di detrazioni fiscali dall’imponibile per dare copertura finanziaria al riordino tributario. ( 40) Lo schema di “flat tax” che sembra trasparire è quella di una riduzione a due delle aliquote e degli scaglioni Irpef. Oggi sono cinque. Secondo il nuovo schema, il primo scatterà al 15% fino a 50 mila euro; il secondo al 20% sopra tale imponibile. Di Maio, però, precisa che non si tratta di uno sconto fiscale per i ricchi. In realtà, basta aver compilato almeno una volta una “dichiarazione dei redditi” per capire chi guadagna da questa riforma fiscale. Oggi l’aliquota sopra i 75 mila euro è del 43%. Per non parlare del sistema di calcolo progressivo, dato proprio dalla natura dell’imposta. Come ogni bozza di Def che entra nel consiglio dei ministri, poi, non mancano i “gialli”. Il primo è contenuto a pag. 35 della bozza. Benchè il testo non comprenda le tabelle, si fa capire che nel triennio 2019/ 2021 l’intervento complessivo di finanza pubblica ammonta a 133 miliardi tra minori spese e maggiori entrate. La formula utilizzata comunque è piuttosto criptica. Anche perché, da una parte calcola fra questi 133 miliardi le risorse necessarie a disinnescare le clausole Iva, dall’altra le calcola come maggior gettito. Da qui, il “giallo”.

E’ invece molto esplicita l’intenzione del governo della bozza a pag. 77. Vale a dire: “Verrà istituita una Banca di Investimenti con garanzia esplicita dello Stato, che funga da cabina di regia e promuova la razionalizzazione degli strumenti volti a favorire l’accesso al credito e del fondo di garanzia per le PMI”. Insomma, sembra quasi una ripetizione dell’intercettazione fra Piero Fassino e Giovanni Consorte (“abbiamo una banca?”). Con il particolare che una banca pubblica cozza con un’intera biblioteca di direttive europee. Ed anche questo annuncio potrebbe rientrare fra i “gialli” della bozza. Anche se, da un lato, sembra inseguire vecchie idee di Di Maio, mentre dall’altra sembra un colpo sotto la cintura alla Cassa depositi e prestiti ed alle sue strutture. ( 65) Anche in questo Def viene ribadita l’intenzione del governo di ridurre il debito pubblico, stimato al 132,7% del pil, attraverso le dismissioni immobiliari. Che, come al solito, restano al palo. Giovanni Tria aveva fatto filtrare che con questo Def avrebbe avviato un’operazione “verità” o “trasparenza” sui numeri. E l’ha fatta in modo ruvido. A questo punto, bisognerà capire nei prossimi giorni, quando verranno rese note le tabelle, le reazioni degli azionisti di maggioranza del governo. Tenuto soprattutto conto di un fatto: è vero che il Documento di Economia e Finanza non è una legge, e che dev’essere approvato dal Parlamento con una risoluzione votata a maggioranza. Ma è anche vero che il testo, prima di approdare alle Camere, deve pur sempre essere approvato dal consiglio dei ministri. Insomma, la responsabilità di quel che è scritto nel testo è di tutto il governo; non solo di chi lo ha presentato. l’assenza di Salvini e Di Maio alla riunione preparatoria del consiglio dei ministri dà la misura del tentativo dei due si smarcarsi dai numeri del loro ministro dell’Economia.

 

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