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Governo, stallo sui rimborsi: un “ginepraio tecnico” impedisce i pagamenti

Gli avvertimenti del Tesoro e le regole Ue bloccano la soluzione a Palazzo Chigi. Il problema è evitare la restituzione diretta perché, senza un arbitrato, i funzionari rischierebbero di rimettere i soldi di tasca propria
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L’accordo per risarcire i risparmiatori resta al palo. Il Consiglio dei ministri s’è arenato, non sulla volontà politica di risarcire i risparmiatori truffati, raggirati, turlupinati dalle banche successivamente fallite, ma sul modo e sui controlli per fare tutto ciò in modo trasparente e “legale”. Quello che viene definito ora come un “problema tecnico”, evidentemente non trascurabile.

La storia la conosciamo. Sia i Cinque Stelle sia la Lega si sono sempre battuti in campagna elettorale per ottenere un rimborso per quei sottoscrittori di bond emessi da banche come l’Etruria o dalle Venete. Ed hanno anche costretto il Tesoro ad inserire nella “finanziaria” misure che solo apparentemente garantivano ( attraverso la creazione di un fondo) il ristoro per i risparmiatori che si sono sentiti truffati. Il problema ( per la maggioranza) è stato che le norme- ombrello che autorizzano il decreto di rimborso hanno caveat talmente ampi che nemmeno i loro esperti li hanno intercettati.

Uno su tutti. Il ministero dell’Economia può autorizzare il rimborso secondo le linee stabilite a livello europeo. E qui nascono i problemi. Le norme europee presuppongono che il via libera possa essere autorizzato solo dopo un arbitrato che stabilisca se il risparmiatore abbia o meno diritto al rimborso. Di questo principio giuridico, la Lega ed i Cinque Stelle hanno fatto finta di non accorgersene. Ma evidentemente è un nodo che pesa.

La maggioranza prevede che chiunque si dichiari “risparmiatore truffato” possa essere rimborsato dallo Stato; e, possibilmente, entro il 26 maggio. Il funzionario pubblico chiamato ad autorizzato il pagamento, però, difficilmente potrà farlo. Se lo facesse senza un arbitrato riconosciuto, sarebbe passibile di danno erariale. Insomma, dovrebbe mettere i soldi di tasca propria.

L’idea di Tria era di trasferire a carico di Consap l’onere del rimborso. Cioé trasferire alla società pubblica il miliardo e mezzo previsto dalla Legge di Bilancio per rimborsare in tre anni i risparmiatori. Così veniva traslato sulla società al 100% del Mef il rischio di onorare l’eventuale danno erariale; visto che anche in questo caso verrebbe completamente ignorato il rispetto delle norme europee in materia di arbitrato. Che verrebbero sostituite da una ipotetica commissione di 9 saggi ( figure che andrebbero qa sostituire il ruolo dei magistrati negli arbitrati) incaricata di verificare non se il singolo risparmiatore abbia o meno diritto al rimborso, ma aggregati per distretti: i truffati dell’Etruria, quelli delle Venete, e così via.

Nemmeno la formula di approvazione “salvo intese” riesce a salvare la forma che avrebbe permesso agli uffici legislativi dei diversi ministeri di lavorare nell’ombra ed intervenire per rendere digeribili a livello europeo ( e non solo) le misure contenute dal decreto. E magari affidare ad un altro provvedimento ( che magari non debba passare al consiglio dei ministri) anche una sorta di “grazia preventiva” per quei funzionari che dovessero firmare atti di rimborso.

Insomma, una specie di immunità anticipata in chiave anti Corte dei Conti. Ma al di là dell’approssimazione legislativa, inevitabilmente soggetta a logiche elettorali, i contribuenti italiani tutti saranno chiamati a rimborsare anche personaggi che sono al confine fra risparmiatori e speculatori. Quando una banca offre per le proprie obbligazioni rendimenti altamente sopra la media, è evidente che qualcosa non funziona. E’ come se avesse fatto “dumping” sul risparmio, attraendo capitali in modo poco trasparente. E molti risparmiatori innocenti ci sono caduti. Ma anche tanti speculatori che ora usano i vecchietti sprovveduti come “scudi umani” per ottenere indietro gli investimenti azzardati.

Un po’ come il governo. Ha scommesso su una crescita che non c’è ed ora vuole indietro la fiducia degli elettori. I numeri che potrebbero trovare spazio nel Documento di economia e finanza sembrano l’estremo atto di realismo di Giovanni Tria. Il pil dovrebbe crescere ( secondo Bloomberg) dello 0,1%, cioè lo 0,9% in meno delle previsioni; il deficit dovrebbe salire, di riflesso al 2,4% ( previsione ottimistica); il debito superare il 130 %.

Il problema sarà il 2020, quando dalle tabelle Def si scoprirà che il quadro a legislazione vigente incorpora un aumento dell’Iva e che per scongiurarlo ( tabella del quadro programmatico) bisognerà fare una manovra superiore ( e di tanto) ai 30 miliardi.

 

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