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Quel giorno di aprile di 40 anni fa quando la politica si consegnò ai Pm

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Quarant’anni fa, il 7 aprile del 1979, è nata quella che oggi conosciamo come democrazia giudiziaria. Tangentopoli era ancora lontana. La Dc e il Psi erano partiti forti, il Pci usciva appena dall’esperienza del compromesso storico. Cinque giorni prima erano state sciolte le Camere, proprio perché l’esperienza del compromesso storico era andata male. Il ministro dell’Interno era un uomo pacifico e serio come Virginio Rognoni. Pacifico, serio, ma non fortissimo. Il ministro della Giustizia si chiamava Tommaso Morlino, uno scudiero di Aldo Moro, orfano di Moro e anche lui abbastanza in ombra. Chi prese l’iniziativa fu un magistrato padovano che portava il nome di un filosofo liberale: Calogero. Lo seguirono alcuni giudici romani. Rasero al suolo tutto il vecchio gruppo di Potere Operaio, che era stato una delle colonne del sessantotto italiano, guidato da Toni Negri, Franco Piperno e Oreste Scalzone. Lo rasero al suolo nel senso che sbattono tutti in prigione, tranne i fuggiaschi che ripararono in Francia. Piperno riuscì a scappare, perché mentre si stava recando nella redazione di Metropolis ( la rivista del gruppo), siccome era in ritardo, si fermò ad un telefono a gettone e chiamò il giornale. Scalzone riuscì a rispondere – almeno, così si racconta – e disse: ti aspettiamo, Franco, c’è anche la polizia… Le accuse – gravissime – erano tutte infondate. La magistratura sosteneva che quelli di Potere Operaio e dell’autonomia operaia fossero la mente vera della lotta armata. Prove, indizi? Il tono degli articoli che quelli di Potere Operaio scrivevano sui giornali. Tutto qui. Come racconta molto bene Paolo Delgado alle pagine 8  e 9 , al processo si dimostrò che non era vero niente. Ma intanto quei poveretti si erano fatti vari anni di prigione, qualcuno, come Negri, aveva anche partecipato a una rivolta in carcere e si era beccato svariati anni supplementari di condanna, anche se, in realtà, in quel carcere della rivolta non avrebbe dovuto esserci. Il problema però non fu soltanto l’ingiustizia verso alcune persone. Fu anche che in quella occasione la magistratura ottenne la certificazione della delega in bianco che aveva ricevuto dalla politica. Dal Pci, soprattutto, che era il partito più esposto nella lotta all’estremismo di sinistra e al terrorismo ( categorie alquanto distanti, ma in quegli anni venivano accostate o anche sovrapposte, dai partiti e dall’informazione), ma non solo dal Pci. La politica si sentiva messa all’angolo dalla lotta armata ma anche dai movimenti giovanili, impetuosi, ribelli, talvolta anche violenti. E non trovava la soluzione. Allora cercò la soluzione nella magistratura. La quale, in cambio, come era logico, chiese qualcosa. Cosa? Leggi di emergenza e, nella sostanza, sospensione almeno di alcune parti dello Stato di diritto. Nell’inchiesta del 7 aprile, lo Stato di Diritto fu sospeso del tutto. Si stabilì che un teorema politico, una ipotesi sociologica o investigativa, poteva tranquillamente diventare atto di accusa e giustificare arresti e processi e prigione. I partiti accettarono queste condizioni. E accettarono che la magistratura attuasse la sua nuova strategia: colpire l’estremismo di sinistra, anche se non armato, per togliere ossigeno alla lotta armata. La pesca a strascico, si dice ora, la strategia del napalm, del bombardamento a tappeto, del diserbante, si diceva allora. Le conseguenze furono due. La magistratura fu mandata in prima linea, e pagò un prezzo anche molto alto ( come, in situazione analoga, lo pagò qualche anno dopo nella lotta alla mafia), soprattutto in termini di sangue, di vite umane. La seconda conseguenza fu il ribaltamento dei rapporti di forza ( e delle competenze) tra politica e magistratura. La magistratura assumendo il comando ( e l’esclusiva) della lotta al terrorismo ( e poi alla mafia) metteva fuori gioco la politica, la quale accettava di buon grado, in cambio del servizio svolto dai Pm. Senza accorgersi che quel processo che si era aperto rischiava di diventare irreversibile. Era più di un rischio. Le leggi speciali diventarono ordinarie, le leggi sui pentiti stravolsero il funzionamento della giustizia e dei processi, la magistratura vide il suo prestigio crescere in modo esponenziale, mentre in modo esponenziale decresceva il prestigio della politica. Quando, un po’ più di 10 anni dopo, arrivò Tangentopoli, i tempi erano maturi per il completo ribaltamento dei ruoli e per l’invasione di campo definitiva del potere giudiziario, che diventò un potere sovraordinato rispetto al potere rappresentativo ed esecutivo. Provate a mettere a confronto il processo sette aprile con il processo sulla presunta trattativa stato mafia, che si svolge in questi anni. L’impianto è identico: niente indizi, niente prove, ma una suggestione letterario- politica, cioè una ipotesi, un racconto, sostenuto dai Pm con l’aiuto, scarso, di qualche brandello di deposizioni di pentiti assai poco credibili. La differenza tra allora e oggi? Allora, comunque, il tribunale smantellò il teorema Calogero, anche se questo non ebbe nessuna conseguenza politica. Oggi il tribunale rende omaggio ai Pm e condanna. Senza prove, senza una logica, senza nemmeno qualche riscontro storico, ma condanna. Scalzone fu sbattuto in cella, allora, con Negri, Vesce e tanti altri. Poi presero anche Piperno. So – scrivendo quello che sto per scrivere – di urtare gli uni e gli altri, ma trovo grandi somiglianze tra quelle retate e il processo e la condanna e l’arresto di Roberto Formigoni. Piperno e Formigoni: il capo del sessantotto e il fondatore, negli stessi anni, del movimento ultracattolico che tentò – con qualche successo – il controsessantotto. Cosa hanno in Comune? La persecuzione giudiziaria.

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