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Il paradosso della “congiunzione astrale”: più l’M5S precipita, più Salvini resta solo

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La “favorevole congiunzione astrale” evocata nelle intercettazioni del M5S Marcello De Vito ha prodotto un doppio effetto: da un lato ha consentito a Matteo Salvini di uscire vittorioso dal voto del Senato sul no all’autorizzazione a procedere per la vicenda Diciotti e dall’altro ha affondato in maniera definitiva la presunzione di diversità che tante fortune (e voti) ha portato ai Cinquestelle.

Che succede ora? A prima vista sembra che il vicepremier leghista sia il vincitore assoluto. E le reazioni scomposte del MoVimento, con Luigi Di Maio che espelle su due piedi il presidente del Consiglio comunale di Roma come fosse un appestato, lo confermano. Tuttavia, e al di là dello sconcerto che pervade l’opinione pubblica non solo pentastellata per una vicenda ancora da chiarire ma che ripropone la disarmante immagine di un sistema incapace di fuggire alle sirene della corruzione, un’analisi appena più approfondita squaderna un quadro politico sempre più in bilico.

Se infatti i Cinquestelle perdono voti nelle competizioni elettorali e consistenza nell’immaginario collettivo, è l’intera coalizione gialloverde che ne risulta azzoppata. Salvini può giovarsi di un alleato debole ma a patto che non lo diventi troppo. In quel caso il pericolo è che l’incerto equilibrio di governo collassi costringendo il vicepremier leghista a volgersi verso FI dovendo nel contempo ammettere che la scommessa sottoscritta con Di Maio si è rivelata un errore. E gli errori si pagano.

Non è ciò che il titolare dell’Interno predilige, e non è casuale che nel discorso a palazzo Madama prima del voto il leader del Carroccio abbia riconosciuto che per fare le cose, a partire dall’azione di governo, “bisogna essere in due”. Quello che non cambia è il dato di fondo: fare le cose ok, ma quali e con quale forza? Sotto questo profilo il voto del Senato è indicativo non tanto per il risultato abbondantemente scontato nei numeri quanto perché allo stato rappresenta l’unico terreno che vede Lega e M5S andare a braccetto senza litigare. S tutto il resto, infatti, la diatriba è continua: e più l’alleanza si sbilancia a favore di uno dei due partner più risulta pencolante e precaria. Il paradosso è che più Salvini si rafforza, più si isola. Il problema vero ( e irrisolto) suo e di tutto il Paese si chiama economia.

La linea dura del Viminale sul contrasto all’immigrazione clandestina ha raschiato il fondo del barile. Con l’arrivo della bella stagione i gommoni pieni di disperati alla deriva nel Mediterraneo si moltiplicheranno e non ci sarà sempre un Casarini contro cui scagliarsi e a consentire gioco facile al vicepremier. Il tutto senza che il dramma libico sia stato arginato: ma finché l’ex feudo del colonnello Gheddafi resterà la piattaforma di lancio dell’immigrazione dall’Africa, il commercio di anime degli scafisti continuerà. La politica estera italiana è in grado di intervenire efficacemente? Non pare proprio.

Però più il tema dell’immigrazione mostra la corda, più la variabile economica è destinata a diventare prioritaria. Se i due sottoscrittori del Contratto di governo litigano su tutto come potranno mettersi d’accordo su misure di forte impatto come quelle necessarie per tenere i conti pubblici sotto controllo e stilare la prossima legge di Bilancio? E se non lo fanno, con quale schema e quali alleanze si andrà ad inevitabili elezioni anticipate? Nessuno lo sa, magari neanche i due Dioscuri. Con un corollario non da poco. Se l’accordo economico non arriva, si va al voto in concomitanza o subito dopo le Europee: a settembre, per capirci. Col rischio di avviare l’Italia su un sentiero di massima incertezza con la speculazione in agguato pronta a colpire. Se invece l’accordo arriva, è facile immaginare che Lega e M5S allontaneranno le urne per evitare di pagare il prezzo di misure impopolari appena varate. Ma su quali basi d’intesa si ricostruirà un canovaccio fin troppo sfilacciato?

Domande che, almeno al momento, non hanno risposta. Mentre invece risposte dovranno essere fornite, e a breve, sul capitolo della riforma delle Autonomie. I capisaldi leghisti del Nord – Lombardia e Veneto in prima fila e non è detto che non si aggiunga anche il Piemonte – premono. Finora l’M5S ha frenato. Chissà se portà continuare.

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