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La Diciotti “sbarca” in Aula per il voto, ma i porti restano un tabù

Il Senato vota sulla richiesta del tribunale dei ministri di processare il vice premier. Per la Lega, l’arrivo della Mare Jonio a ridosso del voto a Palazzo Madama è sospetto. Franceschini: «Conte dica al suo vanitoso ministro che non si gioca sulla pelle dei disgraziati»
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«Non sarà un altro caso Diciotti». A ventiquattro ore dal voto con cui il Senato dovrà esprimersi sulla richiesta di autorizzazione a procedere per il ministro dell’Interno Matteo Salvini, Luigi Di Maio ripete che la vicenda della Mare Jonio non si trasformerà in un caso Diciotti bis. O almeno lo spera: «Per quanto mi riguarda si deve risolvere subito», precisa il capo politico del Movimento 5 Stelle, forse stanco di inseguire l’alleato di governo sul terreno della “sicurezza”. Soprattutto alla vigilia di un voto d’Aula, sul processo richiesto dal Tribunale dei ministri nei confronti del segretario del Carroccio, che vede i grillini spaccati, nonostante la base pentastellata abbia già deciso di salvare “il capitano” sulla piattaforma Rousseau.

Ma Salvini non ha alcuna intenzione di abbassare i toni su una vicenda che potrebbe ancora fruttare molto, in termini di consenso, a pochi mesi dalle elezioni europee. E se il titolare del Viminale invoca l’arresto nei confronti dell’equipaggio dell’imbarcazione italiana con 49 migranti a bordo, convinto si tratti di «favoreggiamento dell’immigrazione clandestina», i suoi “luogotenenti” non credono affatto alla buonafede dei soccorritori.

«La coincidenza temporale con il voto sulla Diciotti è sospetta e la nostra etica e la nostra morale ci impediscono di tacere», dice senza giri di parole il capogruppo della Lega alla Camera, Riccardo Molinari. Chi utilizza queste persone per fare una battaglia politica, chi chiede una mobilitazione nelle piazze, non è Salvini o il governo mai chi lancia una battaglia in vista del voto sulla Diciotti», aggiunge il deputato salviniano.

Ancora più esplicito è il collega di partito e sottosegretario alla Giustizia, Jiacopo Morrone, che parla di «voluta coincidenza» tra l’arrivo di fronte a Lampedusa della nave dei «centri sociali» Mare Jonio e «il procedimento in Senato sulla Diciotti». L’esponente leghista è convinto «che questa operazione rappresenti un vero e proprio ricatto politico allo Stato, organizzato sulla pelle di migranti sfruttati strumentalmente per obiettivi tutt’altro che umanitari». Di conseguenza, per Morrone «ha ragione il ministro Matteo Salvini. Se lo Stato cede oggi, potrebbe mettersi in moto un processo per cui chiunque si riterrebbe libero di condizionarne le politiche con mezzi illegali», aggiunge il sottosegretario.

Non solo, per Morrone la situazione sarebbe aggravata dalla presenza di Luca Casarini a bordo della nave, in qualità di capo missione: «Un soggetto», lo definisce il membro leghista del governo, che mette «tutta la vicenda su un piano ancora più scivoloso», spiega. «Non si può infatti sorvolare sui trascorsi di questo soggetto e sulle sue attività come antagonista, rappresentante dei “disobbedienti”, dei no global e dei centri sociali, condannato più volte per diversi reati», argomenta, addentrandosi, a sua volta, su un terreno parecchio scivoloso per qualsiasi forza politica, Lega compresa.

Ma il nuovo braccio di ferro sui migranti rischia di creare nuovi problemi a Di Maio, consapevole dell’impopolarità tra i suoi dell’intransigenza leghista. «Il governo al è al lavoro, stiamo verificando le condizioni delle persone a bordo perché i salvataggi sono la nostra priorità, le vite umane sono la nostra priorità», dice il ministro del Lavoro grillino, provando a differenziare la sua posizione da quella del socio di governo. Persino il presidente del Consiglio, che oggi sarà presente al Senato al momento del voto su Salvini, invita «tutti a non strumentalizzare il singolo caso, perché di fronte all’emergenza siamo tutti perdenti», dice Giuseppe Conte.

E se Forza Italia e Fd’I fanno quadrato attorno al capo del Carroccio su un tema così caro alla destra italiana, le opposizioni di sinistra si compattano contro la maggioranza. Dario Franceschini, dai banchi di Montecitorio, si rivolge direttamente al premier, chiedendo a Conte di dire «al suo vanitoso ministro dell’Interno che non si gioca a fare il duro sulla pelle dei disgraziati e che non si può usare la definizione di “nave dei centri sociali” per lasciare gente in mare», dice l’ex ministro dei Beni culturali. «Ci pare sia suo dovere politico e anche morale», a «esplicitare subito la posizione del governo rispetto a quanto sta accadendo al largo di Lampedusa», incalza Franceschini. «Alzi quel telefono che ha sul banco e dia l’ordine di far sbarcare quei profughi», dice il parlamentare dem al presidente del Consiglio. «Chieda, se necessario, una sospensione di cinque minuti ma faccia qualcosa e dimostri di essere il capo del governo».

E Nicola Fratoianni, di Sinistra italiana, mette nel mirino la direttiva firmata da Salvini: «È un impasto di propaganda inaccettabile su una vicenda come questa. Continuare a giocare un esercizio muscolare e di carattere propagandistico sulla vita di persone in carne e ossa è una assoluta vergogna».

 

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