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Zingaretti sogna il Prodi I ma teme il Prodi II…

La coalizione in vista delle elezioni europee. Il nuovo segretario del Pd prepara l’apertura a sinistra. A cominciare dagli scissionisti di Leu che però, nel frattempo, non esiste più. Pronto anche il dialogo con “+ Europa”
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La richiesta della base, dell’elettorato sembra chiara. La disponibilità del nuovo segretario del Pd c’è tutta e va nella stessa direzione: niente più ‘ vocazione maggioritaria’, terra bruciata intorno, partito inteso come strumento nelle mani del leader ma al contrario partito aperto alle coalizioni all’esterno e plurale all’interno. Il modello, o forse il miraggio, è il glorioso Ulivo del 1996. Il rischio, anzi l’incubo, la fallimentare Unione del 2006.

L’ostacolo, forse quello principale, è che per costruire una coalizione ci vogliono dei referenti credibili, con una qualche struttura, in grado di trovare elementi di coesione tra loro. In caso contrario il rischio è quello dell’Unione del 2006, un’armata folta di sigle incompatibili tra loro, rissosa, condannata nella migliore delle ipotesi alla paralisi.

Da questo punto di vista la situazione è però molto peggiore di quanto non fosse nel 2006. La frammentazione, la confusione, la moltiplicazione delle reciproche incompatibilità, sul lato sinistro dello schieramento politico, non erano mai arrivate a un grado simile e rischiano di aver traversato già il confine dell’irreversibilità. Orizzontarsi è impossibile ma anche solo tracciare una mappa dell’arcipelago appare proibitivo.

LeU, la formazione nata appena un anno fa dall’incontro tra Sinistra italiana, ex Sel, e Articolo 1- Mdp, il movimento di Bersani e degli scissionisti del Pd al quale aveva però aderito una parte della stessa Sel, sulla carta esiste ancora. Ha un gruppo parlamentare alla Camera e una componente del gruppo Misto al Senato. Ha un leader, che formalmente è Piero Grasso, l’ex presidente del Senato, e un simbolo. Pura apparenza. LeU non esiste più, le anime originarie, come un composto chimico che non può amalgamarsi, sono di fatto già divise. Per Mdp l’obiettivo è riavvicinarsi progressivamente alla casa madre, a un Pd che senza Renzi non avrebbero mai lasciato. La missione richiede delicatezza, le resistenze dei renziani nel Pd non possono essere ignorate ma sulla direzione di marcia non ci sono dubbi e se alle europee il Pd di Zingaretti si presenterà in una più ampia lista aperta difficilmente Mdp se ne terrà fuori.

Le europee saranno occasione di convergenza anche per altre figure che provengono in qualche misura dall’esperienza di Sel, come l’ex sindaco di Milano Giuliano Pisapia, che in un Ulivo del terzo millennio potrebbe incarnare il nuovo Prodi, e la ex presidente della Camera Laura Boldrini.

Per Sinistra italiana l’indirizzo è più incerto. Il partito guidato da Nicola Fratoianni ha intavolato nei giorni scorsi trattative, in vista delle europee, sia con i Verdi di Angelo Bonelli che con la Rifondazione comunista di Maurizio Acerbo, tra loro incompatibili. Il dialogo con i Verdi non ha portato a niente. Il partito di Bonelli sarebbe probabilmente più interessato a una lista comune don Più Europa, la formazione di centrosinistra europeista.

Rifondazione, a propria volta, si è imbarcata in una estenuante e lunghissima discussione con la lista di Potere al Popolo, all’interno della quale si era presentata alle politiche dell’anno scorso. Una decina di giorni fa l’accordo sembrava concluso. Poi ci si è messa di mezzo l’Europa, che tra tutti gli elementi di frizione che flagellano la sinistra radicale è oggi il più deflagrante. PaP, all’interno del quale è determinante il peso della Eurostop di Giorgio Cremaschi considera il Prc non abbastanza determinato nel contrastare le regole della Ue e l’intesa sembra ormai tramontata.

Si e Prc, entrambe provenienti dalla scissione di Rifondazione del 2008, sembrano ora pronte a una lista comune, insieme a quel che resta di Sinistra europea, il cartello che si presentò alle europee precedenti riuscendo a superare il 4% ma cosa sia oggi Sinistra europea non è chiarissimo. Dovrebbe farne parte l’area dell’ “Altra Europa per Tsipras” ma pochi sanno chi detenga oggi il simbolo, necessario per presentarsi alle europee senza dove raccogliere le firme.

PaP, dal canto suo, insiste per una discesa in campo del sindaco di Napoli de Magistris. L’ex magistrato, dopo lunghissime esitazioni, ha però deciso di non candidarsi, almeno per questa tornata elettorale. Proprio perché mira a unificare quanto più possibile un’area ridotta ormai in frantumi, il sindaco si rende conto di potersi candidare solo con un’adesione compatta di tutti i soggetti politici alla sinistra del Pd, o almeno della maggior parte di questi.

Proprio l’impossibilità di raggiungere l’obiettivo stavolta lo ha convinto alla fine a soprassedere, nonostante le insistenze di PaP che in questa situazione sceglierà probabilmente di non presentare la propria lista.

Su un accordo tra tutte le forze di sinistra guidato da De Magistris scommetteva anche la formazione transnazionale dell’ex ministro dell’Economia greco Yanis Varoufakis, Diem 25. Senza quella lista unitaria, Diem si prepara ad appoggiare dall’esterno sia la lista verde che quella ‘ rossoverde’ che dovrebbe essere composta da Si, Prc, Sinistra europea e dal gruppo Possibile di Pippo Civati. In questa condizione disastrata per la sinistra è difficile sperare in un esito positivo delle elezioni europee e senza un cambio radicale di passo anche per le elezioni politiche i pronostici resterebbero poco fausti.

 

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