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Furlan: Sono troppe le donne discriminate nei luoghi di lavoro»

8 marzo la segretaria generale della Cisl rilancia il tema della parità salariale
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«Anche quest’anno l’ 8 marzo sarà una grande giornata di denuncia contro ogni forma di violenza nei confronti delle donne ma anche contro i ritardi sociali, economici e culturali che ostacolano una vera parità tra uomo e donna. Noi pensiamo che ci siano ancora tante ragioni per mobilitarsi”. Non ha dubbi Annamaria Furlan, la leader nazionale della Cisl, rilancia in questa intervista a ‘ Il Dubbio’ la necessità di politiche specifiche a favore delle donne.

Eppure tante donne oggi occupano importanti cariche nelle aziende o sono impegnate ad alto livello nella vita pubblica. Che cosa manca per una effettiva parità di genere?

Guardi, purtroppo, nonostante tante battaglie civili e sindacali, la donna è ancora un soggetto fortemente discriminato, sfruttato a volte in maniera inaccettabile. Le donne hanno pagato anche il prezzo più alto della crisi economica di questi anni: sono state le prime a precipitare nell’area della povertà. Ecco perché il lavoro resta il primo diritto di cittadinanza e di emancipazione che bisogna ancora conquistare. In Italia solo il 49% delle donne ha un lavoro. Molte di loro sono precarie, costrette ad emigrare o come accade nelle campagne del nostro Sud sono le prime vittime del caporalato. Per non parlare del fenomeno delle tante ragazze minorenni perseguitate e costrette alla prostituzione che incrociamo tutti i giorni nelle strade delle nostre città. C’e’ tanta ipocrisia, tanto silenzio su questa piaga così aberrante. Nonostante i progressi degli ultimi anni, ci sono ancora omissioni e ritardi culturali di fronte ai continui casi di violenza, di femminicidio e di stupri, spesso anche tra le mura domestiche.

C’è anche il tema della disparità salariale tra uomini e donne.

È vero. Le donne guadagnano in Italia molto meno rispetto agli uomini. Uno dei motivi è che le donne hanno più difficoltà a conciliare impegni di lavoro e familiari. Di conseguenza, sono loro, soprattutto, a scegliere il lavoro a tempo parziale ed ad interrompere continuamente la propria carriera, con conseguenze dirette sui salari e soprattutto sulle future pensioni, più basse del 30 % rispetto agli uomini. Per questo abbiamo chiesto che fosse riconosciuto alle donne un anno di contributi in più per ogni figlio. La maternità viene vista ancora come un ostacolo all’ingresso ed alla progressione di carriera. Non è un caso se in fatto di natalità il nostro paese è tra gli ultimi posti in Europa come hanno confermato i dati dell’Istat.

Perché le donne italiane non fanno più figli?

Sicuramente pesa il dramma della disoccupazione, soprattutto nel Mezzogiorno e dell’enorme precarietà del lavoro. Una donna su 3 poi lascia il lavoro in Italia dopo la nascita del primo figlio. In molti casi la rinuncia alla maternità va collegata direttamente anche all’inadeguatezza di servizi a sostegno della genitorialità. In Italia solo il 18% dei bambini trova posto negli asili nido pubblici. Il nostro sistema sanitario non è uguale ed efficiente in tutte le aree del paese e questo è un problema in più anche per tante mamme costrette a portare i propri figli in ospedali lontano dal proprio lavoro. Mancano politiche finalizzate alla conciliazione tra tempi di vita e tempi di lavoro, allo smart working, alla flessibilità negli orari. Non è solo un problema di leggi da far rispettare. Noi facciamo tanto come sindacato con la contrattazione di genere ed in tanti accordi nazionali, aziendale e nei territori, stiamo ponendo le condizioni per una valorizzazione ed una specificità del lavoro femminile. Ma occorre fare molto di più.

Il taglio del cuneo fiscale per il lavoratori e per le imprese. Può essere una strada giusta?

È un tema che vogliamo discutere con le imprese e con il Governo. Abbiamo bisogno di una svolta sul piano dei salari che possa favorire la crescita complessiva del paese. E speriamo che ? anche ? l’ 8 marzo?? possa diventare il viatico per aprire finalmente un confronto con il Governo su nuove misure fiscali e contributive, per far costare meno l’occupazione stabile, soprattutto delle donne e dei giovani, per favorire la conciliazione tra lavoro e famiglia ma anche per cambiare decisamente la politica economica di questo esecutivo. Lo Stato deve investire molto di più in innovazione, ricerca, formazione. E bisogna sbloccare non solo i cantieri ma anche le assunzioni nel pubblico impiego, nelle università, nella sanità dove mancano medici ed infermieri.

È vero che il lavoro femminile va a discapito della famiglia?

È esattamente il contrario: il lavoro è lo strumento per sostenere concretamente la formazione di giovani nuclei familiari e quindi la maternità. Il problema famiglia/ lavoro deve essere affrontato nella consapevolezza che si tratta di un investimento per lo sviluppo del nostro paese e non di un costo per la società.

 

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