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Il figlio di Rocco Greco:«Lo Stato ha fatto più danni di Cosa nostra e mio padre ha pagato questa follia»

Parla Francesco Greco, figlio dell'imprenditore che si è tolto la vita mercoledì mattina, incapace di reggere il peso impostogli dallo Stato
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«Lo Stato, forse, ha fatto più danni di quanti ce ne abbiano fatti i mafiosi. Non avevo mai conosciuto la mafia prima, l’ho conosciuta due giorni fa, quando ho raccolto mio padre da una pozza di sangue». La voce di Francesco Greco è tesa, cerca di nascondere il dolore enorme che da due giorni si porta dentro e che diluisce in ogni telefonata che lo costringe a spiegare come tutto si sia sbriciolato. Suo padre Rocco, che tutti chiamavano Riccardo, si è tolto la vita mercoledì mattina, incapace di reggere il peso impostogli dallo Stato. Lo Stato che ha aiutato, denunciando i mafiosi che gli chiedevano il pizzo, e che poi lo ha abbandonato. «Lo hanno portato a questa decisione», dice al Dubbio Francesco. Che racimola la forza per non cambiare senso di marcia sulla strada percorsa dal padre, di cui ancora parla al presente. «Consiglierei sempre di denunciare, questo è l’insegnamento di mio padre. Però gli ho fatto una promessa: non lascerò che la sua voce rimanga inascoltata e che altri subiscano gli stessi torti che ha subito lui».

Vi aspettavate un gesto del genere?

Da qualche mese era molto sofferente, questo è certamente fuori di dubbio. Però mio padre è sempre stata una persona molto discreta, molto razionale in tutti i suoi atteggiamenti e anche per le cose più banali cercava di riflettere per prendere la decisione migliore e più ragionevole. Forse sono stati fatali cinque minuti, cinque minuti in cui è uscito fuori di sé.

Crede sia colpa dello Stato?

Penso sia stato portato a quel punto, ovviamente. Siamo stati trattati con paurosa superficialità, perché nessuno ha avuto la pazienza di ascoltare la nostra storia, di leggere i nostri ricorsi. L’informativa fatta a nostro carico è del tutto infondata, perché non c’erano i requisiti della concretezza e dell’attualità dei fatti. È stata una storia strana, dall’inizio alla fine. L’informativa è uno strumento di massima anticipazione sociale, dovrebbe essere usato nella maniera più opportuna dai prefetti, perché le aziende che si trovano in una situazione del genere sono a rischio chiusura. La prima cosa che ho detto al mio avvocato una volta notificata è stata: qui ci sono le chiavi della Cosiam, le diamo al prefetto e ci pensa lui in questi mesi, mentre riusciamo a dimostrare che siamo delle brave persone.

E non si poteva fare?

Una cosa del genere non è prevista in Italia, se non nel caso di superiore interesse pubblico, come per le aziende che fanno la raccolta dei rifiuti o gli impianti idrici. Quindi, sostanzialmente, un’azienda di mafiosi che viene sequestrata o confiscata può continuare a lavorare con un ufficiale giudiziario, mentre un’azienda che ha un’informativa, che dovrebbe essere uno strumento molto più fumoso, ha molte più ripercussioni e molto più gravi. Noi abbiamo perso 50 operai, 20 commesse e un papà.

Suo padre si è pentito di aver denunciato la mafia?

Mai, nonostante tutto. Però ho ascoltato parole che fanno un po’ paura, anche da avvocati e giudici e in ambienti in cui non si dovrebbero ascoltare parole del genere.

Che parole?

Del tipo: “forse era meglio non denunciare, guardate dove siete ora”. Ho ricevuto un sacco di solidarietà da parte di gente che ci è vicina o che sta vivendo situazioni analoghe a quella che stiamo vivendo noi. Ma il rischio è che passi il messaggio che non conviene denunciare la mafia, perché altrimenti si finisce per stare peggio.

Quindi si sente di dire che ne vale la pena, nonostante quello che è successo a suo padre?

Consiglierò sempre di denunciare, perché è quello che mi ha insegnato mio padre e che mi ha lasciato come monito. Però le dico che fidarsi delle istituzioni, oggi, è davvero molto difficile. Quando è arrivata l’informativa non abbiamo voluto fare gesti clamorosi, non abbiamo fatto scioperi, non siamo andati con degli striscioni dal prefetto. Mio padre, a quel tempo, era il titolare e quindi io gli davo dei consigli, ma lasciavo sempre a lui l’ultima parola. Probabilmente io non avrei gestito così la situazione. Ho capito che solo chi grida viene ascoltato in questo Paese. Chi segue le istituzioni, chi cerca di rispettare le regole e si limita ad opporsi ad un’informativa non ottiene nulla. Fai un ricorso di 100 pagine, che poi non leggono, poi sbagliano… Non è una strada facile, mettiamola così.

Che conseguenze ha avuto la denuncia di suo padre?

Ha contribuito molto a cambiare Gela, si è portato dietro altri imprenditori e insieme sono stati i primi a combattere contro le estorsioni. Gela e la Sicilia erano molto diverse prima. Posso dire di non aver mai conosciuto la mafia, l’ho conosciuta due giorni fa, quando ho raccolto mio padre da una pozza di sangue e l’ho messo in un’ambulanza. Non conoscevo niente della mafia prima: mai una persona sospetta in ufficio, mai una telefonata strana… La nostra azienda era una bomboniera, piena di giovani, di professionisti, tutti con un entusiasmo bellissimo. Mio padre era riuscito a coinvolgere un sacco di persone. E ce l’hanno portata via.

Cosa vi siete detti l’ultima volta che vi siete visti?

La sera prima chiacchieravamo, eravamo anche abbastanza allegri, anche se il suo sguardo mi ha fatto pensare che non fosse troppo sincero. Però non potevo immaginare che sarebbe andata così. L’unica cosa che voleva era far lavorare i figli senza strascichi a causa della sua situazione. Lo ha confessato a mia madre: le aveva detto “se mi levo io è tutto a posto”. Ma non è stato uno scambio equo.

Ora cosa farete?

Adesso abbiamo iniziato questa battaglia, vediamo cosa riusciamo a fare, dove ci porterà. È ancora tutto troppo presto per capire. Spero soltanto che altri non soffrano quello che ha sofferto lui, perché mio padre ha davvero subito un’ingiustizia fuori dal comune. E io gli ho promesso che la sua voce non rimarrà inascoltata.

 

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