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Quando la Dc ordinò l’assalto a Bankitalia

Le sfide tra palazzo Koch e palazzo Chigi hanno attraversato la prima e la seconda Repubblica
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«L’ assalto dei politici alla Banca d’Italia è paragonabile all’agguato delle Br in via Fani», scrisse il New York Times nel marzo 1979. Il commento basta a chiarire quanto violento fu in quell’occasione lo scontro tra potere politico e banca centrale. Il conflitto in corso è serio e minaccioso ma sembra una scaramuccia a confronto di quando la guerra divampò davvero, con tintinnar di manette. Era il 24 marzo 1979 e per definire l’arresto il solito termine ‘ eccellente’ non basta: finì in carcere il vicedirettore della Banca centrale con delega alla vigilanza bancaria Mario Sarcinelli ma solo l’età salvò dall’umiliazione dell’arresto il governatore Paolo Baffi, incriminato anche lui come il suo vice dalla procura di Roma per non aver trasmesso alla magistratura i risultati di un’ispezione sul Credito Industriale sardo, istituto che finanziava il gruppo chimico SIR, oggetto di indagine da parte della stessa Procura.

A firmare l’ordine di arresto era il giudice istruttore Antonio Alibrandi, neofascista conclamato, da sempre di area missina, ma anche vicino ai Caltagirone. Giocava di sponda più con la Dc che il partito di Almirante. Lo scontro tra Dc e Bankitalia proseguiva già da un anno. La prima bordata era partita dal governo. Il ministro del Tesoro Stammati e il sottosegretario alla presidenza del consiglio Evangelisti, entrambi andreottiani di ferro, avevano convocato per due volte Baffi e Sarcinelli chiedendo di ‘ sistemare’ l’esposizione di Caltagirone nei confronti di Italcasse. I vertici della banca non avevano ceduto. Non paghi di avere sciolto il cda di Italcasse, principale feudo Dc nel settore bancario, avevano disposto l’ispezione presso il Banco ambrosiano di Roberto Calvi e impedito il salvataggio degli istituti di Michele Sindona, il cui commissario liquidatore era Giorgio Ambrosoli. L’incriminazione d Baffi e Sarcinelli era la risposta durissima del potere politico.

Un plotone composto dai migliori economisti italiani scrisse una lettera di protesta. Molti tra i leader dell’epoca, incluso Berlinguer si schierarono con gli accusati. Andreotti preferì restare in silenzio. I due dirigenti furono prosciolti nel giugno 1981. Baffi, che non si riprese mai dal colpo, si dimise nell’agosto 1979. Un mese prima Ambrosoli era stato ucciso su mandato di Sindona. Da allora di scintille tra palazzo Chigi e palazzo Koch ce ne sono state parecchie, anche in tempi recenti. Nel 1994 Tomaso Padoa Schioppa sarebbe dovuto diventare direttore generale, postazione seconda solo a quella del governatore. Il governo Berlusconi si oppose e Padoa Schioppa fu dribblato da Vincenzo Desario. Quando nel 2011 Draghi diventò presidente della Bce, Fabrizio Saccomanni, direttore generale, avrebbe dovuto sostituirlo come governatore. Non incontrava il favore del governo e a prendere il timone fu Vincenzo Visco, attuale numero 1.

Tra il governatore Antonio Fazio e il secondo governo Berlusconi la guerriglia fu senza tregua. Il ministro dell’Economia Giulio Tremonti rinfacciava al governatore di tutto e di più: il mancato rimborso dei bond argentini che nel gennaio 2002 lasciò esposti per 14 mld 450mila risparmiatori, il crack della Cirio poi, soprattutto, quello della Parmalat. Tremonti denunciò di fronte alle commissioni congiunte Finanze e Attività produttive di Camera e Senato di non vigilato su Parmalat. Tra le fine del 2003 e l’inizio del 2004 la tensione arrivò ai massimi livelli, con Fi che chiedeva la dimissioni di Fazio, uno scambio di scortesie tra il governatore e il presidente del Senato Marcello Pera ai limiti del conflitto istituzionale. Tremonti fu costretto a dimettersi dopo una serie di conflitti altrettanto permanenti con Fini. Al suo posto subentrò Domenico Siniscalco.

Un anno dopo lo stesso Siniscalco chiese a gran voce la testa di Fazio, coinvolto nel frattempo nello scandalo ‘ Bancopoli’ per aver permesso l’acquisizione della Banca popolare di Lodi da parte d Antonveneta nonostante il parere di illegittimità dell’operazione emesso dalla stessa Vigilanza di Bankitalia. Berlusconi si oppose alla richiesta di Siniscalco, che si dimise riaprendo le porte del Mef a Tremonti nel settembre 2005. Tre mesi dopo gettò la spugna. Dopo le sue dimissioni le norme che regolano la guida della banca centrale sono state cambiate: non più governatorato a vita ma mandato di sei anni rinnovabile una sola volta. Meno di un anno e mezzo fa, nell’ottobre 2017, fu il Pd renziano a presentare una mozione di sfiducia contro la riconferma di Visco alla guida di Bankitalia. In sede di commissione parlamentare d’inchiesta sulle banche il Pd muoveva allora al direttorio della banca centrale e ai vertici di Consob esattamente le stesse accuse che partono ora da Lega e M5S: il non aver vigilato sulla situazione delle banche poi fallite o salvate in extremis dal governo, ma non a costo zero. E’ certo che l’offensiva del Pd, poi finita in nulla di fatto, cercasse di parare l’inestimabile danno d’immagine inflitto a Renzi proprio dai fallimento bancari ma l’accusa era probabilmente fondata lo stesso ed era ovvio che i soci del nuovo governo la riprendessero, tanto più dopo la durissima opposizione di Bankitalia alle manovre inserite nella legge di bilancio. Ma avere deciso di scatenare l’attacco in un momento di massima fragilità, con previsioni di crescita raso terra e il rischio di sentirsi chiedere dalla Ue una manovra correttiva monstre a breve potrebbe rivelarsi una pessima idea.

 

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