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Miserie, gaffe e smentite…Storia dei fuorionda rubati

Il labiale del premier con Merkel è solo l'ultimo di una lunga serie. Tante le vittime illustri
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Era il 6 novembre 2009, il centrodestra era per la seconda volta al governo da quasi due anni e Gianfranco Fini leader di An, presidente della Camera, ancora indicato come delfino del monarca di Arcore, presenziava alla giornata finale del premio Borsellino a Pescara. Inevitabili due chiacchiere col vicino di posto, il procuratore Nicola Trifuoggi. Solo che invece di parlare del più e del meno il discorso finì a bomba sul già chiacchieratissimo capo del governo, Berlusconi Silvio e l’alleato numero uno ci andò giù leggero: «Confonde il consenso popolare con una sorta di immunità da qualsiasi autorità di garanzia e controllo». Poi, rincarando: «Confonde leadership e monarchia assoluta. Ma io in privato gliel’ho detto: ricordati che gli hanno tagliato la testa». Poi, saltando di palo in frasca, il terzo cittadino dello Stato affrontò le dichiarazioni del pentito Spatuzza, che coinvolgevano ex vertici dello Stato nella storiaccia della trattativa Stato- mafia: «E’ una bomba atomica. Speriamo che controllino i riscontri con scrupolo». Nulla di strano. Sono le chiacchiere che costellano la giornata dei politici, dall’ultimo peone ai leader di governo. Quella volta però i bisbigli furono registrati in fuori onda e poi divulgati al colto e all’inclita meno di un mese dopo. Fu di colpo chiaro a tutti che dopo 15 anni di alleanza il sodalizio tra Berlusconi e Fini era alla frutta, vicino al momento del conto. Fu chiaro anche a Berlusconi e i rapporti tra i due non se ne giovarono. Un anno dopo arrivò la rottura, insanabile, con la mozione di sfiducia contro l’alleato voluta da Fini e respinta di misura grazie alla campagna acquisti di Arcore.

Giuseppe Conte, insomma, non è il primo a incappare nell’incidente della chiacchiera rubata. E’ l’ultimo per ora in una lista lunghissima. Forse il primo caso davvero eclatante risale a 25 anni fa tondi, quando furti del genere ancora non erano la norma. Rocco Buttiglione, da pochi mesi segretario del Ppi neodemocristiano, stava organizzando con D’Alema e Bossi quel ‘ ribaltone’ che di lì a poche settimane avrebbe disarcionato il Cavaliere dopo pochi mesi di governo. Sul dopo però il filosofo si faceva pregare e corteggiare: forse con la sinistra, forse con la destra, non lo so e se lo so non ve lo dico, civettava quotidianamente. Poi si trovò in in uno studio del Tg4, in attesa di andare in onda, fianco a fianco con un Antonio Tajani già allora nelle grazie del sovrano azzurro. Rocco non perse l’occasione e bisbigliò all’allora portavoce di Fi la sua avance: scaricate Fini e ci presentiamo insieme alla politica. Le telecamere interne registrarono, il video spopolò, la sinistra interna al Ppi affilò le armi e quando, pochi mesi dopo, Buttiglione tentò davvero il colpaccio sottoponendo al voto del consiglio nazionale l’alleanza con Berlusconi, che peraltro a scaricare Fini non ci aveva pensato per niente, lo mandò in minoranza.

Certo il bello della diretta inconsapevole sono soprattutto i giudizi espressi con insolita franchezza, fuori dai denti. Cassini su Buttiglione, parlando con Emilio Fede: «Ha il dono dell’ubiquità: in 24 ore è capace di fare tutto e il contrario di tutto». Tremonti su Brunetta e anche in sede solenne, ministero dell’Economia, presentazione ufficiale della legge di bilancio, Brunetta a illustrarne una parte. Con poca soddisfazione dal parte del secondo divo Giulio che commenta caustico: «E’ cretino. Ma è proprio scemo?». Finì con un abbraccio ma più a uso telecamere che sincero. Nessun abbraccio neppure di facciata tra Alessandra Mussolini la meteora Bertolaso candidato a sindaco di Roma, con la nipotissima sorpresa a commentare mentre l’ex re della Protezione civile straparlava: «Nun va, nun va nun va… Nun se po’ candida’ sto cojone».

Molte scene rubate sono in realtà minori, come Il Berlusconi che nel 2013 si fece beccare mentre illustrava a Barbara D’Urso le domande che la solerte gli avrebbe dovuto fare nella imminente intervista embedded o il l D’Alema dei bei tempi registrato mentre se la prende con il portavoce Velardi per la ‘ sedia floscia’ in un talk show. E qualche volta capita pure che siano davvero baci rubati e non schiaffoni. Come quando Grillo si fece sorprendere ad affermare che «Napolitano mi pare più sveglio ultimamente. Dobbiamo smettere di chiamarlo Morfeo». O quando Renzi ammise che nella campagna per le primarie Bersani gli aveva ‘ fatto un culo così, ma alla fine era un po’ spompo».

Il fuorionda presenta numerose variabili. Quella davvero inestimabile è la conversazione rubata da un singolo cronista, che somma al piacere del voyeurismo la medaglia dell’esclusiva. Capitò al cronista che riuscì a origliare un’animata discussione fra tre colonnelli di An, Matteoli, La Russa e Gasparri, ricca di commenti salaci sul capo: «E’ malato, dimagrito, gli tremano le mani». «Mica possiamo far fare a lui la trattativa sul partito unico». «Una campagna elettorale con lui alla guida non ce la possiamo permettere». Il giornalista forte d’udito annotò e pubblicò. Fini se li magiò crudi: «Aspettatevi conseguenze». I reprobi dovettero scrivere un’imbarazzante lettera di scuse. Un incidente del genere capitò anche a Berlusconi, in questo caso nel più classico tra i fuori onda. Protagonisti Mariastella Gelmini e Giovanni Toti, ai tempi dell’amore sbocciato tra il signore d’Arcore e il ragazzo di Rignano, Matteo Renzi. «E’ intrappolato nell’abbraccio mortale di Renzi», «Come parcheggiato», si lagnano i due, senza avvedersi delle telecamere. Berlusconi, tipo notoriamente generoso, la prese molto meglio di Fini.

Altra variabile è quella del fuorionda indotto. Arte discutibile nella quale si è distinto il programma radiofonico Un giorno da pecora, con le finte telefonate a personaggi pubblici che credendo di parlare con un amico o conoscente si sono spessi lasciati andare, e in tv la Piazza pulita di Formigli, che adoperava l’espediente di mandare dal politico di turno un giornalista- molestatore con la telecamera a poca distanza a riprendere le reazioni e nei casi più ghiotti qualche commento meno superficiale del rituale vaffa. Se lo ricordano in pochi ma anche in questo campo il pioniere, capace però di mantenersi sempre su livelli infinitamente meno triviali, è stato Augusto Minzolini. Nel 1998 aveva una rubrica nel programma di Simona Ercolani Passioni nella quale Minzolini chiacchierava con i politici con un microfono nascosto dietro il bavero e una troupe che riprendeva senza farsi notare. Capitò che Berlusconi, volendo confidare al noto cacciatore di scoop un commento senza farsi sentire si chinò proprio sul bavero con annesso microfono per sussurrarlo con la dovuta discrezione.

In parte il fuorionda deriva da quel tipo di giornalismo di cui il recentemente scomparso Guido Quaranta è stato il fondatore e lo stesso Minzolini il massimo protagonista, centrato sulla capacità di rubare notizie se del caso anche camuffandosi, come faceva Quaranta, o sfruttando un’innata capacità di farli parlare sino a dire molto più di quanto non vorrebbero, come nello stile di Minzolini. Proprio lui riuscì nel 1994 a farsi raccontare da Augusto Del Noce, allora responsabile informazione di Fi, come palazzo Chigi stesse intervenendo sulle nomine Rai proprio mentre il premier Berlusconi dichiarava: ‘ Di nomine Rai non mi sono mai occupato’. Del Noce fu rimosso seduta stante. La frase più devastante però non ci fu bisogno di rubarla o strapparla. L’allora ministro degli Interni Claudio Scajola decise in primissima persona di dire ai giornalisti che lo avevano seguito a Nicosia che il giuslavorista Marco Biagi, appena ucciso dall’ultima incarnazione delle Br nel 2002, «era un rompicoglioni che voleva il rinnovo del contratto di consulenza». Lo sfogo era probabilmente dovuto alle polemiche per la mancata assegnazione a Biagi di una scorta, sollecitata dall’allora ministro del Lavoro Maroni. A Scajola costò comunque il posto.

Poi naturalmente ci sono le intercettazioni che sono in realtà l’opposto del giornalismo ‘ avventuroso’ di Quaranta e Minzolini e differiscono profondamente anche da quello ‘ avvoltoiesco’ dei fuorionda, perché in questo caso quel che trapela è deciso e spesso dispensato col contagocce da fonti spesso interessate a far circolare notizie specifiche. Ma nel complesso qualche dubbio su un giornalismo e su una politica ridotti a spiare dal buco della serratura è lecito nutrirlo.

 

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