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Quando Craxi disse: «Non tornerò in Italia neanche da morto…»

Il 19 gennaio del 2000 moriva in esilio il primo presidente del consiglio socialista
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Come rimetto piede per l’ennesima volta all’aeroporto di Tunisi- Cartagine, insieme con la Fondazione Craxi, per le iniziative organizzate ogni anno ad Hammamet da Stefania Craxi per l’anniversario il 19 gennaio della scomparsa del padre, il primo ricordo stavolta che si riaffaccia alla mente, ancora con doloroso sentimento di imbarazzo come italiana, sono le due più lunghe ore di Craxi in sala operatoria. Pioveva quella mattina di martedì 30 novembre 1999 su Tunisi. Uscì un timido e breve sole verso le 11 quando “Bettino” fu portato in sala operatoria, dove gli fu asportato il rene destro (colpito da un vasto tumore maligno), dopo una lunga e complicata preparazione all’anestesia per via del cuore mal messo. Che neppure nella Francia dell’allora primo ministro socialista Lionel Jospin vollero operare. E questo dopo un secco rifiuto opposto dal nostro e suo Paese al “paziente italiano”, chambre numero 1 dell’Hopital Militare, il meglio che la Tunisia potesse mettere a disposizione di Craxi.

In Italia la magistratura gli aveva fatto sapere: torna, ma con due carabinieri dietro la porta d’ospedale. Lui: «Io in Italia non tornerò né da vivo né da morto, ma solo da uomo libero». Prima di entrare in sala operatoria lo statista socialista, ospite come rifugiato politico dello Stato tunisino, aveva probabilmente già ordinato alla famiglia la scritta da apporre sulla sua tomba nel piccolo cimitero cristiano di Hammamet: «La mia libertà equivale alla mia vita». Furono toccanti e angoscianti quelle due ore anche per noi inviati speciali sul caso Craxi, anche per quelli irruviditi da guerre e missioni internazionali, anche per quelli che filo- craxiani non erano. Anzi, l’opposto. Ci scambiavamo sguardi apprensivi in particolare con Gianni Pennacchi, Gigi Fenderico, Marco Sassano, il “maestro” che teneva a bada le nostre ansie di giornalisti ma anche di amici di Craxi. Aspettavamo, essendoci impedito l’accesso anche di fronte all’Hopital Militaire, nella hall dell’albergo, tra telefonate un po’ nervose dei rispettivi direttori dall’Italia, mentre la radio diffondeva musica italiana degli anni ’ 60, con la carinissima Anna Identici di «Quando mi innamoro». Craxi fu operato su un lettino arrugginito e con un infermiere che teneva ferma la lampada penzolante ( come scrisse Fabio Cavaliera per Il Corriere della sera) da un équipe, coadiuvata dagli ufficiali sanitari tunisini, del S. Raffaele di Milano, coordinata dal professor Patrizio Rigatti, atterrata a Tunisi il giorno prima su un aereo privato messo a disposizione da Silvio Berlusconi. Craxi, come scrissi nel mio reportage per L’Unità, si comportò da Craxi anche poco prima di andare sotto i ferri: «Tanto non gliela do vinta», furono le ultime parole. «Forse – raccontò poi a operazione riuscita Stefania – è stata la prima volta in vita sua che ha avuto un po’ di paura». In quelle due interminabili ore, che tennero anche l’Italia politica con il fiato sospeso, è racchiusa tutta la tragedia di “Bettino”, della sua famiglia, del suo partito sfaldatosi sotto il maglio di “Mani pulite”. Dall’Hopital Militaire uscirono per primi i figli Bobo e Stefania, più tardi la signora Anna, moglie dell’ex premier socialista. Una famiglia di colpo trovatasi sola. Confortata e aiutata da uno Stato amico, ma straniero.

Quando “Bettino” si risvegliò dopo ore dall’operazione, ancora tutto intubato, al di là del vetro fece alla moglie un gesto sbrigativo, girò il dito indice della mano per dirle: appena posso parliamo. Più tardi, le prime parole furono: «De l’eau, s’il vous plait». La notte seguente noi inviati ci svegliammo di soprassalto perché qualcuno ci disse che Bobo era stato visto in lacrime tornare all’Hopital Militaire. E pensare che Craxi all’inizio della sua crisi, quando ebbe un malore verso la fine di ottobre del 1999, dopo la prima assoluzione per Giulio Andreotti ( che commentò con grande soddisfazione per “Giulio” ma anche con parole amare per la sua sorte: «Qui alla fine resto solo io il malfattore…» ) non voleva proprio ricoverarsi. A me nell’ultima telefonata in cui sentendo la sua voce molto rauca gli chiesi se si sentisse bene rispose: «No, no una bronchitella. Mi ci metto giù vedrai, con la biro come Pietro Nenni, l’intervista la facciamo».

A sua figlia Stefania, che raggiunta all’aeroporto di Nizza dalla notizia del malore del padre organizzò il primo ricovero nella piccola clinica più vicina a casa Craxi, sentendosi dire che doveva trasferirsi a Tunisi all’Hopital Militaire, Craxi rispose secco: «Vacci tu…». Il cuore mal messo non resse, come purtroppo i medici avevano temuto. Craxi ha resistito fino al pomeriggio del 19 gennaio 2000. L’unico che sfidò tutti andandolo a trovare su un aereo di linea e senza scorta pochi giorni prima dell’ultimo Natale di Craxi fu il presidente emerito Francesco Cossiga. Ero al seguito con altri colleghi quando alla dogana disse con aria un po’ spavalda: «Vado a trovare un caro amico…». La Fondazione Craxi giunta in Tunisia con “Gli amici del Garofano”, dell’ex sindacalista socialista Roberto Giuliano, con la presenza immancabile dell’ex parlamentare del Psi Saverio Zavettieri, lo ricorda quest’anno con la mostra “Garibaldi a Tunisi”, alla presenza delle autorità tunisine. Spiega Stefania Craxi: «Ricordiamo mio padre anche con i suoi scritti sull’esilio tunisino di Giuseppe Garibaldi. Un personaggio della nostra storia, cui dobbiamo l’esistenza del nostro stesso Stato nazionale, ma sempre più spesso dimenticato e bistrattato». Stefania, senatrice di Forza Italia, vicepresidente della Commissione Esteri di Palazzo Madama, sottolinea: «Vogliamo rinnovare come di consueto, il nostro messaggio di vicinanza ed incoraggiamento al popolo e alla democrazia tunisina». Qui Bettino Craxi era e resterà sempre “Monsieur le President”. E in Italia a quasi vent’anni dalla morte?

 

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