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Odio, morti, razzismo: è la guerra del calcio

Giornata da cani a Milano prima di Inter-Napoli. Muore un tifoso, feriti e arresti
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In una fredda mattina di dicembre l’Italia si sveglia con un altro morto del calcio. Si chiamava Daniele Belardinelli. Aveva 39 anni, era un capo ultras del Varese e aveva “atteso”, insieme con gli amici della curva nerazzurra, i tifosi del Napoli mercoledì sera, prima che iniziasse la gara fra Inter e Napoli a San Siro. Lo ha travolto un suv, proprio mentre il gruppo di violenti dava l’assalto a una carovana di partenopei, in arrivo a bordo di auto e pulmini. È la tragedia che rende tremenda una vera e propria crisi di sistema, impazzita in mille traiettorie tutte originate dallA notte di Milano. In pochi minuti: l’assalto dei teppisti in cui muore Belardinelli, tra i leader del gruppo ultras di Varese Blood & Honour, di simpatie fasciste; poi gli ululati razzisti al difensore del Napoli Kalidou Koulibaly, splendido atleta 27 enne di colore, nato in Francia ma senegalese per famiglia e per scelta; quindi la partita che degenera anche perché all’arbitro, Mazzoleni, non viene in mente di sospenderla, e dunque la rabbia dei giocatori del Napoli, dello stesso Koulibaly che abblaude il direttore di gara e viene perciò espulso, del capitano Lorenzo Insigne che urla insulti a partita finita ( e persa 1 a 0 dal suo Napoli). Fino alle polemiche di ieri, alle promesse del ministro Salvini e del presidente Figc Gravina di un calcio ripulito dai violenti, la giornata di serie A prevista per domani e confermata nonostante il tifoso deceduto e gli appelli a fermare tutto. Una partita, una notte tragica, spalanca le porte di un incubo.

IL SISTEMA CALCIO CHE PERDE LA TESTA

La reazione del sistema, sportivo e politico, è nervosa. «Non ci fermiamo, la serie A andrà in campo», annuncia appunto il presidente della Figc Gabriele Gravina. Che dichiara l’ennesima guerra ai violenti e ai razzisati. «Chiederò al prossimo consiglio federale norme più chiare che consentano di sospendere le partite in caso di cori discriminatori», assicura. E dice anche di voler sentire il ministro dell’Interno Matteo Salvini. Ma proprio il leader della Lega dice di voler «lasciare al calcio l’autonomia della decisione» in caso di ululati contro i giocatori di colore. Sono ore concitate, in cui arriva intanto la decisione del giudice sportivo: due giornate a porte chiuse per l’Iter, con il divieto di accesso previsto per la sola curva Nord, quella degli ultras nerazzurri, nella terza delle prossime gare casalinghe. Ma c’è anche la paradossale squalifica di Koulibaly: due goornate, una per il fallo da ammonizione commesso sull’interista Politano e l’altro per l’applauso polemico rivolto all’arbitro Mazzoleni un istante dopo. Il forte difensore francese di origini senegalesi posta uno splendido nessaggio in cui si dice fiero del colore della propria pelle e di essere «francese, senegalese, napoletano: uomo». Ma non

gli vale la “grazia” in ambito sportivo. Non ce n’è neppure per il capitano dei partoneopei, Lorenzo Insigne: due giornate anche per lui. Inviperito l’allenatore degli azzurri, Carlo Ancelotti: «Avevamo segnalato tre volte alla Procura federale gli ululati razzisti, la prossima volta saremo noi a uscire dal campo». E proprio la dichiarazione di Ancelotti svela la terribile fragilità del sistema. Perché anziché mettere al primo posto la battaglia contro le discriminazioni, ancora il capo della Federcalcio Gravina se n’esce con una paternale senza senso: «Il risultato sarebbe negativo per quella squadra, se non vengono rispettate le procedure previste dalle regole: capisco tutto, capisco l’esigenza di dare tutela alla dignità degli uomini e la volontà di evitare queste pagine negative del mondo del calcio, ma non dimentichiamo che esistono le regole, dobbiamo migliorarle e pretenderne l’applicazione». Insomma Gravina è, come dire, comprensivo sulla questioncella della dignità umana, ma non al punto da metterla al primo posto.

LO STADIO SVELA LA VIOLENZA DIFFUSA

E la sceneggiata del calcio non risparmia neppure il presidente degli arbitri. Nicchi. Al procuratore federale Pecoraro che dichiara di ritenere «giusta la sospensione di Inter- Napoli», il capo dell’Aia suggerisce di «fare il procuratore» perché «alla sospensione delle partite ci pensiamo noi», cioè gli arbitri, «e i responsabili dell’ordine pubblico». Che infatti mercoledì hanno consentito il becerume di San Siro, finché a Koulibaly sonmo saltati i nervi, con la beffa capolavoro dell’espulsione ( probabilmente decisiva per la sconfitta del Napoli).

Spettacolo indegno quasi quanto quello offerto dai teppisti. E qui ad essere chiamata in causa è anche la politica. Salvini dice di voler convocare al Viminale non solo i club di serie A ma anche «i capi delle tifoserie», perché non si può morire «mentre si va a una partita» e i violenti devono essere tenuti fuori.

Originale e forse persino apprezzabile idea di “concertazione” applicata alla violenza negli stadi. Ma per esempio, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Giorgetti è un po’ più drastico del leader e prefigura «la chiusura degli stadi in cui si verificano episodi di razzismo». Intanto il questore di Milano Cadorna sciorina il bollettino del mercoledì nero: tre arresti, nove Daspo pronti ad essere affibbiati ad altrettanti ultras dell’Inter, «una risposta durissima» che arriva grazie ai filmati. La banda di scalmanati dell’Inter si era alleata con gli ultras neofascisti del Varese, tra cui il povero Belardinelli, con 2 Daspo alle spalle, e quelli del Nizza, che cercavano «vendetta» contro i napoletani. A due chilometri da San Siro l’assalto della triplice alleanza alla carovana partenopea. Poi il Suv che arriva dall’altra corsia e travolge il 35enne tifoso arrivato da Varese. Su tutto, il contrasto in apparenza insensato fra i dati degli incidenti negli stadi, calati nei primi 3 mesi di campionato addirittura del 50%, e l’esplosione improvvisa del becerume bestiale, fuori e dentro il Meazza. Come se i rigurgiti vilenti e razzisti covati da una parte della società si liberassero in quella dimensione affrancata dalle regole che il tifo calcistico ancora rappresenta. Una rivelazione inquietante, che costringe ora calcio e politica a contromisure proprio per quell’universo rabbioso che i fatti di mercoledì paiono aver improvvisamente portato alla luce.

 

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