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«Prescrizione: no alla riforma». Stavolta lo dicono le toghe

Il parere del Csm chiesto da Bonafede stronca lo spazza-corrotti
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Primo dato: addio leggenda. Addio leggenda dei cinquestelle avamposto politico delle Procure. Altri segnali lo avevano suggerito. A cominciare dalla nomina di David Ermini a vicepresidente del Csm, voluta da due importanti correnti togate, Unicost e Magistratura indipendente, a dispetto del governo.

Adesso la conferma arriva con il parere che demolisce il ddl Spazza corrotti. Un documento che ha in sé qualcosa di clamoroso: è stato richiesto formalmente allo stesso Csm proprio dal ministro della Giustizia, e rileva le innumerevoli criticità della legge. Secondo la sesta commissione di Palazzo dei Marescialli, ci sono profili di incostituzionalità nel cosiddetto Daspo per i corrotti. E soprattutto, spiega la delibera che sarà votata fra pochi giorni in plenum, la prescrizione

abolita dopo il primo grado trasformerebbe molti processi in una neverendig story.

Com’è possibile? Come può – verrebbe da chiedersi – il potere dello Stato ritenuto più vicino ai cinquestelle, addirittura visto come consustanziale al partito di maggioranza, abbattersi con una spietata bocciatura proprio sulla legge- simbolo di quella forza politica? C’è un motivo principale, semplicissimo: quella legge è fatta male. Gronda offese alla Costituzione da ogni articolo ( meglio, da ogni comma, visto che è stata deturpata pure dalla riduzione a maxiemendamento di un solo articolo). Lo aveva già messo per iscritto il Consiglio nazionale forense, nel lungo e dettagliatissimo documento che il suo presidente Andrea Mascherin aveva affidato alla commissione Giustizia della Camera. E infatti gran parte dei rilievi coincidono: tra le vittime più bersagliate dal testo dello “Spazza corrotti”, l’articolo 27, sia riguardo alla presunzione di non colpevolezza, sia per la strage fatta della finalità rieducativa della pena.

A metterlo per iscritto è la commissione del Csm, la sesta come detto, preposta appunto a formulare pareri sui provvedimenti in materia di giustizia. La presiede uno dei più autorevoli esponenti della sinistra giudiziaria, quel Giuseppe Cascini che è stato segretario dell’Anm ed è “togato di punta” di Area, la corrente progressista. Relatori della delibera che fa a pezzi il ddl Anticorruzione sono Paola Braggion, di Magistratura indipendente, la “destra giudiziaria”, e Michele Ciambellini, della centrista Unicost. Come a dire che la stroncatura è bipartisan, trasversale nel senso più assoluto del termine.

E allora: prima di tutto la legge è fatta male e un giurista serio non può negarlo. Poi c’è un altro aspetto, che riguarda in particolare lo stop alla prescrizione, ed è meno scontato ma importantissimo: svela perché la magistratura mai e poi mai cambierà idea sulla prescrizione in salsa cinquestelle. Va detto che l’idea di bloccare la decorrenza del termine di estinzione del reato dopo la sentenza di primo grado ha conosciuto un suo momento di gloria anche fra le toghe, quando presidente dell’Anm era Piercamillo Davigo. Ma ora la stragrande maggioranza dei magistrati ha capito, e lo ha capito per primo l’attuale numero uno dell’Anm Francesco Minisci, che lo stop alla prescrizione è una trappola. Una volta in vigore la norma, non ci sarà alcun effetto benefico sulla durata dei processi. Anzi i tempi si allungheranno. E nella maggior parte dei casi in cui intervengono oggi, le prescrizioni arriveranno comunque. Quasi l’ 80 per cento delle prescrizioni viene dichiarato, infatti, quando la sentenza di primo grado non è ancora stata pronunciata. Visto che in una fase iniziale gli uffici giudiziari tenteranno di mandare avanti più fascicoli di quanto non provino a portarne a dibattimento oggi, il primo effetto ( ma fra 6- 7 anni almeno) consisterà in un ingolfamento ancora più cronico della macchina. A quel punto i pasdaran del giustizialismo diranno: ah, ma allora la colpa è dei magistrati. Ecco, è questo il legittimo incubo dei pm, e dei giudici: passare, tra qualche anno, per l’anello malfunzionante della giustizia. Adesso dicono che è tutta colpa degli avvocati perché ricorrono in appello anche quando il caso è disperato e lo fanno solo affinché il loro assistito abbracci la prescrizione. Fra qualche anno si scoprirà che non è così. Perciò l’Anm e il Csm insistono nel dire proprio quanto hanno detto, per primi, i presidenti del Cnf, Mascherin, e dell’Unione Camere penali, Gian Domenico Caiazza: qualunque intervento sul processo deve partire da una riduzione dei tempi ottenibile non certo con lo stop alla prescrizione. Il Movimento cinquestelle ha avvicinato ancor di più avvocati e giudici. Basterà a farlo desistere?

 

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