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Paola Nugnes: «Orban mi preoccupa Il nazionalismo non appartiene ai 5S»

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Franca e battagliera, tra i leader dell’ala ortodossa vicina a Roberto Fico, la senatrice del Movimento 5 Stelle Paola Nugnes non ha risparmiato strali alle politiche contro i migranti messe in atto in questi primi mesi di governo da Salvini. Innome dei diritti umani.

Senatrice, è ancora molto forte e accesa la polemica sul caso dei migranti trattenuti a bordo della Diciotti per giorni, minori e donne stuprate comprese. Trova leciti i metodi adottati dal ministro degli Interni?

Sui metodi del ministro mi sono già ampiamente espressa. No, non ho condiviso. In ogni modo, al di là di valutazioni di opportunità, esistono competenze e modalità di intervento che non sono state a quanto sembra rispettate.

Il caso segnala peraltro una netta differenza tra il M5s e la Lega: voi pentastellati avete sempre difeso il diritto d’asilo che nel caso della Diciotti sembra essere stato violato. L’alleanza con Salvini ha travolto i vostri valori guida e gli accordi in materia di immigrazione presenti sul contratto di governo?

Nel contratto di governo con cui questa coalizione si è presentata alle Camere per chiedere la fiducia è posto un obiettivo che condividiamo: ridiscutere il regolamento di Dublino, e arrivare ad azzerare la questione annosa degli sbarchi che sottendono disperazione, sfruttamento e messa in pericolo della vita di tanti migranti. Sono punti importanti del nostro stesso complesso e approfondito programma sulla migrazione. Ma come arrivare a realizzare questi obiettivi, se attuando le nostre proposte o mettendo in atto dei continui bracci di ferro con l’Europa a mezzo di gente che vive disagi fisici e psichici importanti non è assolutamente la stessa cosa.

Orban ha chiarito letteralmente: «Non vogliamo che il nostro colore, le nostre tradizioni e la nostra cultura nazionale si mescolino con quelle degli altri». Il M5S riuscirebbe mai a digerire un’alleanza con un politico che si dichiara apertamente razzista, e che ha come eroe Salvini? Le europee incombono e il Movimento dovrà fare una scelta di campo.

La politica di Orban è quanto di più lontano dalla nostra cultura: la sua democrazia illiberale e ipernazionalista mi preoccupa e mi spaventa. Non può essere questa la risposta a un’Unione che pure ha fallito i suoi obiettivi di Europa dei popoli. È la risposta diametralmente opposta alle nostre aspettative. Ricordiamoci che sono stati soprattutto i paesi di Visegrad a non accettare la redistribuzione dei richiedenti asilo.

Roberto Fico ha richiamato Salvini al rispetto dei diritti umani, ricevendo come risposta un duro «il ministro sono io». Forse sì, ma i principi costituzionali non sono invece di tutti?

La Costituzione è la nostra roccaforte, il nostro fortino. Fortunatamente gli italiani l’hanno difesa e riconfermata il 4 dicembre 2016 con un vero e proprio plebiscito. Sono troppi gli attacchi che le vengono da più parti, e da molto tempo. Va difesa e attuata, questo deve essere l’obiettivo.

Nel programma è indicato come obiettivo anche la democrazia diretta: è davvero attuabile alla luce di molti accadimenti, che dall’impeachment in poi, hanno manifestato spesso un progressivo scivolamento sui social per fare politica, che talvolta ha messo in discussione le regole base della democrazia rappresentativa?

La democrazia diretta deve essere un’evoluzione della democrazia rappresentativa e da questa deve partire,allargando la partecipazione. Il nostro modello di riferimento erano le meeting town che grazie ai sistemi informatici permettono la discussione di ampie parti della popolazione su temi importanti che riguardano la collettività. Sono sistemi già attuati in molte parti d’ Europa che vanno ampliati e rafforzati. Naturalmente la discussione deve tuttavia basarsi sulla possibilità di avere accesso a tutte le informazioni e deve prevedere un tempo congruo per svilupparsi.

Ha fatto molto discutere il fatto che solo poco tempo fa Luigi Di Maio chiese le dimissioni del ministro Alfano indagato, ma che lo stesso trattamento non è stato riservato adesso a Salvini. Il Movimento ha abbracciato i valori garantisti perché ha capito che il periodo del Vaffa è finito, come dice Grillo, o è solo opportunismo come dice l’opposizione?

La mia posizione in generale è sempre stata garantista. Ma ritengo che il Senato, se si troverà nella condizione di dover decidere debba dare la possibilità alla magistratura di procedere. Lo facemmo anche per un nostro collega al Senato. La nostra posizione è sempre stata questa e non credo che il M5S ritenga di fare diversamente ora.

Altro tema caldo è il Meridione. La ministra Lezzi ha parlato di investimenti per il Sud pari al 34%, ma l’idea si scontra con i progetti della Lega che è seriamente intenzionata a concedere piena autonomia fiscale a Lombardia e Veneto. Non si corre così il rischio di drenare ulteriori risorse verso Nord e di ampliare il divario già mortificante che separa i servizi essenziali del Meridione da quelli del Settentrione?

Ho molta fiducia nelle politiche che la ministra Lezzi vuole mettere in atto per il meridione. Il 34% per il Sud è dovuto, politi- che per gli enti territoriali sono già state avviate da questo governo e sono tra i temi del nostro programma su cui puntiamo di più, tra i più significativi per la gente. Non credo che si cederà sul punto fondamentale della perequazione regionale. È una sfida molto importante su cui ci giochiamo molto. Togliere i contributi per tre anni alle aziende meridionali che assumono è un obiettivo ambizioso e assolutamente in linea con quanto abbiamo sempre sostenuto. Il Sud ha bisogno di rilancio, e lo Stato deve fare la sua parte per fermare l’emorragia migratoria dei giovani che senza speranza lasciano questo territorio.

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