Il Dubbio di oggi

Il Dubbio del lunedì

Luciano Benetton, quella maglia gialla fu l’inizio

Finito nel mirino dei 5Stelle, Luciano Benetton è il padre fondatore dell’impero. Tutto ebbe inizio con un maglione giallo e un’intuizione geniale
Share on facebook
Share on twitter
Share on linkedin

Per elencare le partecipazioni dell’impero Benetton e riassumerne le peripezie servirebbe un’enciclopedia. Riducendo all’’ osso si può dire che la famiglia trevigiana, attraverso Edizione srl, possiede il 100% di Benetton Group, il 50,1% di Autogrill, il 30,25% di Atlantia che a propria volta detiene il 100% di Aspi, Autostrade per l’Italia, e il 95,2% di Aeroporti di Roma. Non mancano quote di Generali ( 0,94%) e Mediobanca ( 2,16%). I trevigiani non hanno dimenticato la campagna: possiedono il 100% dell’azienda agricola Maccarese e sempre il 100% della Compania de tierras sud argentino, che opera in Patagonia: 900mila ettari di terreno che fanno della famiglia il principale proprietario terriero argentino. Uno zampino nell’edilizia è d’uopo: la holding Edizione Property ha un patrimonio di 112 immobili, valore sul miliardo e mezzo di euro. La raccolta delle presenze nei cda di peso li vede nel gruppo di testa se non primi assoluti: i Benetton campeggiano in ben 125 consigli d’amministrazione. Senza contare le entrate e uscite da Rcs e Pirelli.

Re Luciano è stato senatore, per il Partito repubblicano, una sola volta, nella breve legislatura 19921994. Ma come industriale non ha preferenze. Nel 2006 distribuì 150mila euro per uno a tutti i quattro partiti dell’allora Cdl, il centrodestra, e ai tre del centrosinistra. Ci scapparono pure 50mila euro per l’Udeur di Mastella e 20mila ( poi restituiti) per l’IdV di Tonino Di Petro.

Il motore di questo impero in via di ampliamento permanente è Luciano Benetton: dal gennaio scorso è tornato, alla bella età di 82 anni, a dirigere Benetton Group, dopo aver lasciato progressivamente il timone, tra il 2003 e il 2013, insieme ai fratelli Gilberto e Carlo e alla sorella Giuliana, alla nuova generazione. Nei primi anni ‘ 60 Luciano sbarcava il lunario da commesso, mentre la sorella lavorava a maglia per un piccolo negozio. Non era una famiglia povera. L’autonoleggio del padre a cavallo tra i ‘ 30 e i ‘ 40 andava alla grande, e senza l’avventura coloniale, nella quale l’uomo si lanciò morendo poi di malaria nel 1945, i quattro Benetton non avrebbero avuto problemi. Il miracolo fu un regalo di Giuliana e Luciano, un maglione giallo, e un’intuizione geniale del destinatario del coloratissimo presente. Di maglioni simili nell’Italia di allora non se ne trovavano. Luciano concluse che, se tutti gli invidiavano il capetto, voleva dire che c’era un mercato già pronto. I fratelli si misero insieme, inizialmente producendosi da soli i variopinti maglioni, con vendita porta a prota affiancata poi da un negozio- bugigattolo a Belluno: 32 colori, tutti squillanti, costo contenutissimo. Tempo un anno e la famiglia apriva un secondo negozio, stavolta a Cortina. Quello fu il trampolino di lancio. All’inizio dei ‘ 70 la produzione di jeans si aggiunse a quella dei maglioni, e l’azienda si lanciò alla conquista dei mercati esteri: a partire da Parigi, negozio aperto già nel 1969 per sfondare a Madison Avenure, New York City, nel 1980. Nel ‘ 74 Benetton aquisiva la Sisley, da affiancare a United Colours of Benetton. Alla fine del decennio il 60% della produzione era venduto all’estero.

In realtà, come ricorda Guglielmo Ragozzino, di idee geniali Luciano e i suoi fratelli ne avevano avute due. La prima era la scoperta delle potenzialità dei colori squillanti a basso costo. La seconda, forse ancora più essenziale, era l’individuazione del modo di produzione che permetteva lo smercio a basso costo. I Benetton davano la produzione in appalto a migliaia di famiglie locali, “distribuendolo a domicilio”. E anche così dovevano arrancare per stare dietro alla richiesta crescente. La terza mossa vincente porta la firma di un nome che, pur non essendo della famiglia, è ormai indissolubilmente legato a quello dei Benetton: il fotografo e pubblicitario Oliviero Toscani. Arrivò nel 1982 e lanciò immediatamente un modello di pubblicità sino a quel momento del tutto inedito: non puntava sulla magnificazione del prodotto ma sulla sensibilizzazione sociale, sui temi che a lui, radicale e oggi presidente onorario dell’associazione contro la pena di morte “Nessuno tocchi Caino”, stavano più a cuore. Fu un successone e i tre campionati mondiali vinti da Benetton Formula, guidata da Briatore non guastarono.

Negli anni ‘ 80 i Benetton mollano gli ormeggi e, pur mantenendo l’abbigliamento come core- business, si lanciano in un arrembaggio a tutto campo. A volte gli va bene, a volte meno bene ma la partita delle privatizzazioni si rivela una gallina dalle uova d’oro. Oggi l’azienda ricava il 25% dei profitti dall’abbigliamento, con 5mila negozi sparsi per il mondo, 120 paesi nazione più nazione meno e il resto dalle varie e diversificate attività. Le Autostrade sono una delle più redditizie, con gli utili in costante aumento. Aumento che però non riverberava sui controlli: per quelli, invece, gli investimenti erano in calo.

 

Ultime News

Articoli Correlati