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29 luglio ’83, Cosa nostra uccide il giudice Rocco Chinnici

Trentacinque anni fa un'autobomba esplose sotto la casa del magistrato che creò il pool antimafia
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Negli anni più duri, la storia di Palermo è una staffetta continua sul filo della morte, un testimone passato di mano in mano, un funerale dietro l’altro, a chiedersi continuamente chi sarà la prossima vittima. Succede anche trentacinque anni fa, il 29 luglio 1983, quando un’autobomba esplosa sotto la sua casa di Palermo uccide il giudice Rocco Chinnici, l’ideatore del pool antimafia, nella prima strage mafiosa di stampo terroristico.

Con il magistrato, rimangono uccisi il maresciallo dei carabinieri Mario Trapassi, l’appuntato Salvatore Bartolotta, e il portiere dello stabile, Stefano Li Sacchi.  Uomo schivo e gentile, magistrato determinato e rigoroso, Chinnici ha attraversato la storia della Sicilia, occupandosi della strage di viale Lazio e diventando Consigliere Istruttore nel 1979, dopo la morte di Cesare Terranova.

Ed è lui a scegliere Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, come uomini di punta del suo pool di magistrati e a indirizzarli nel metodo investigativo che avrebbe portato all’istruttoria del maxiprocesso, nel 1985, e poi allo storico dibattimento, lungo due anni, finito con 19 ergastoli e 2665 anni di carcere per oltre 300 mafiosi. « Un mio orgoglio particolare è una dichiarazione degli americani secondo cui l’Ufficio Istruzione di Palermo è un centro pilota della lotta antimafia, un esempio per le altre magistrature d’Italia. I magistrati dell’Ufficio Istruzione sono un gruppo compatto, attivo e battagliero», dichiarò orgoglioso Chinnici.

E la battaglia contro Cosa nostra nasceva da una consapevolezza profonda del fenomeno mafioso: «La mafia è stata sempre reazione, conservazione, difesa e quindi accumulazione della ricchezza. Prima era il feudo da difendere, ora sono i grandi appalti pubblici, i mercati più opulenti, i contrabbandi che percorrono il mondo e amministrano migliaia di miliardi. La mafia è dunque tragica, forsennata, crudele vocazione alla ricchezza. […] La mafia stessa è un modo di fare politica mediante la violenza, è fatale quindi che cerchi una complicità, un riscontro, una alleanza con la politica pura, cioè praticamente con il potere. Se lei mi vuole chiedere come questo rapporto di complicità si concreti, con quali uomini del potere, con quali forme di alleanza criminale, non posso certo scendere nel dettaglio. Sarebbe come riferire della intenzione o della direzione di indagini», spiegò il magistrato in una lunga intervista a I Siciliani.

Profetico il suo “addio alla vita”: « La cosa peggiore che possa accadere è essere ucciso. Io non ho paura della morte e, anche se cammino con la scorta, so benissimo che possono colpirmi in ogni momento. Spero che, se dovesse accadere, non succeda nulla agli uomini della mia scorta. Per un Magistrato come me è normale considerarsi nel mirino delle cosche mafiose. Ma questo non impedisce né a me né agli altri giudici di continuare a lavorare».

Il racconto della vita di Chinnici si intreccia con gli anni più duri di Palermo, e  incontra gli uomini dello Stato che sono caduti per combattere la mafia, uno dopo l’altro, da Emanuele Basile a Pio La Torre, da Carlo Alberto Dalla Chiesa a Gaetano Costa, da Boris Giuliano a Cesare Terranova. ùù

La Rai ricorderà  Chinnici con il documentario “Palermo come Beirut”, in onda sabato 28 luglio alle 22.10 su Rai Storia.  Alle 21, a Partanna, nella corte del castello Grifeo, sara proiettato il film ‘E cosi lieve il tuo bacio sulla fronte, prodotto da Rai Fiction e tratto dall’omonimo libro della figlia del magistrato, Caterina Chinnici

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