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Della Bella: «Neanche chi uccide per difendersi può rimanere impunito»

Intervista ad Angela Della Bella, professoressa di diritto penale all’Università statale di Milano sulla legittima difesa
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«Non credo proprio che una modifica del genere possa superare il vaglio di costituzionalità», dichiara Angela Della Bella, professoressa di diritto penale all’Università statale di Milano.

L’Associazione italiana dei professori di diritto penale ha divulgato questa settimana una nota in cui «si esprime profonda preoccupazione per le iniziative parlamentari in corso sulla legittima difesa e per i messaggi ingannevoli che sul tema si stanno diffondendo nell’opinione pubblica».

Sono attualmente all’esame della Camera dei deputati diverse proposte di legge che mirano a riformare l’articolo 52 del codice penale sulla legittima difesa. Due presentate da Forza Italia, una dalla Lega ed una da Fratelli d’Italia.

Queste proposte sono sostanzialmente accomunate da due fattori: l’eliminazione del requisito di proporzione tra offesa in atto e l’attività di difesa; la volontà di sottrarre alla giurisdizione la responsabilità di accertare in concreto se vi sia stata o meno legittima difesa.

Professoressa, i docenti di diritto penale italiani sono scesi in campo contro queste proposte di legge. Cosa non condividete?

Le modifiche proposte smantellano i pilastri dello Stato di diritto. Penso, ad esempio, al- l’articolo 2 della Costituzione, cioè l’inviolabilità della vita.

Si creerebbe il Far west?

Certamente. La causa di giustificazione della legittima difesa non ha mai avuto nulla a che fare con una licenza di uccidere, poiché la legittimità della difesa è stata sempre subordinata a precisi requisiti: primo fra tutti la necessità di difendersi, in assenza della quale non si parlerebbe più di difesa, ma di offesa. Nel requisito della necessità è implicita un’idea di proporzione della difesa rispetto all’offesa, poiché una difesa volutamente sproporzionata cesserebbe di essere difesa e assumerebbe i contenuti di un’offesa.

I proponenti, però, fanno l’esempio di chi, in tempo di notte, dopo aver sparato per difendersi dal rapinatore che è entrato in casa, deve subire un processo con il rischio di essere condannato.

La questione consiste nello stabilire quando ricorra il requisito della proporzione e sia scusabile un eccesso di difesa. E’ un problema da sempre avvertito come assai delicato. In questo caso sono fondamentali accertamenti rigorosi.

Altre punti controversi?

Una legge del genere certificherebbe che lo Stato è incapace di difendere i proprio cittadini.

L’Italia come gli Stati Uniti?

Non penso sia una bella prospettiva. Le cronache americane sono piene di persone morte a causa dell’utilizzo delle armi da fuoco. E poi c’è un problema di comunicazione.

Cioè?

Il messaggio che viene dato al cittadino è errato. I cittadini devono infatti essere informati che, se si uccide o si ferisce qualcuno, nessuna riforma potrà mai assicurare che non vengano svolti accertamenti penali. A meno che il Parlamento non intenda davvero approvare una legge illegittima, che voglia mandare assolto l’aggredito che si difende a prescindere da ogni necessità e proporzione. Ma tale aspetto sarebbe palesemente contrario ai principi costituzionali, convenzionali e internazionali.

C’è una emergenza sicurezza da giustificare queste modifiche?

Non ho dati precisi, ma tutte le statistiche parlano di reati in calo. Oggettivamente non credo ci siano i numeri per giustificare una legge simile.

E’ un problema di “percezione”?

Penso proprio di si. Ma qui il discorso si fa molto più complesso. Quando si parla alla pancia della gente entrano in gioco dinamiche difficile da spiegare sul piano logico.

Da penalista quale sarebbe stata la riforma più attesa?

Sicuramente quella sull’Ordinamento penitenziario che, invece, è finita su un binario morto.

Il ministro della Giustizia vuole inasprire le pene e costruire più carceri: più pene e più carcere uguale più sicurezza.

Io rispondo invece che più carcere significa più recidiva.

 

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