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Le detenute sono il 4%, recluse in strutture pensate per gli uomini

Si è svolto ieri al Cnf il convegno “Donne e carcere" con gli interventi di Mauro Palma, Carla Marina Lendaro e Daniela Paijardi,
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Si è svolto ieri nella sede del Cnf il convegno “Donne e carcere”. A fare gli onori di casa il Presidente del Cnf, Andrea Mascherin: «Quello delle donne in carcere è un tema di grandissimo interesse in questo particolare contesto storico, in cui è necessario affrontarlo soprattutto dal punto di vista culturale attraverso una profonda riflessione sul senso della pena». E dando la parola a Mauro Palma, Garante Nazionale dei Detenuti, ha precisato che «solo nell’avvocatura e in una magistratura illuminata il dottor Palma può trovare una sponda per affrontare queste questioni». Per il Garante, «il modello di detenzione, così come è concepito, contrasta con il femminile, al di là della condizione delle mamme con bambini. Le strutture detentive sono pensate solo per gli uomini, essendo in numero maggiore». E poi ha evidenziato il problema della questione geografica: «Le detenute sono poche e se recluse nelle carceri femminili sono spesso lontane dalle famiglie, se invece sono nelle sezioni femminili di istituti maschili sono vicine a casa ma in carceri pensati per gli uomini». In generale, ha concluso Palma, «occorrerebbe un istituto di pensiero su questo tema. Anni fa c’era nel Dap un ufficio legato alla detenzione femminile. Bisognerebbe ricostituirlo». In Italia esistono solo 5 istituti dedicati esclusivamente alle recluse: Pozzuoli, Trani, Empoli, Rebibbia, Venezia Giudecca. Ha preso poi la parola Carla Marina Lendaro, Presidente dell’Admi – Associazione Donne Magistrato Italiane – che ha illustrato la normativa sul trattamento delle donne detenute, presentando i dati condivisi alla tredicesima conferenza biennale “Women and girls in detention” che si è tenuta a Washington. In Italia – si legge nella sua relazione – al 31 marzo 2016 le donne detenute erano poco più del 4% del totale della popolazione penitenziaria, 2.198 su un totale di 53.495 detenuti. Sono pochissime poi le detenute madri che scelgono di mantenere con loro in carcere i figli fino ai tre anni: solo 38 con 41 figli a seguito. In fase di indagine, se è prevista la custodia cautelare in carcere essa può essere evitata se la donna è incinta o ha un figlio non maggiore di 6 anni, a meno che non ci siano esigenze cautelari di eccezionale rilevanza. Invece in caso di condanna definitiva occorre prendere in considerazione l’età e lo stato di salute del figlio. Per una donna incinta o con un figlio di massimo un anno l’esecuzione della pena è rinviata. I figli fino a tre anni possono rimanere in carcere con la madre. Per i figli fino a 10 anni se la pena da scontare è sotto i quattro anni ed è esclusa la pericolosità sociale della donna allora essa può essere scontata fuori dal carcere in strutture ad hoc. La professoressa Daniela Paijardi, dell’Università di Urbino, ha illustrato le tematiche affrontate nel testo di cui è co- autrice, “Donne e Carcere”: «L’urbanistica moderna colloca il carcere, in genere, nelle periferie estreme delle città. Potremmo dire che risponde anche alla sua collocazione negli interessi della società civile: è generalmente tenuto lontano dalle priorità sociali, conosciuto attraverso stereotipi e immagini trasmesse dai mass- media, diventa centrale solo a fronte di emergenze della cronaca in termini, di solito, sanzionatori. Quando il carcere riguarda la donna, poi, questa situazione diventa ancora più evidente».

 

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