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La sottile linea rossa che unisce Cgil e Cinquestelle

La segretaria Camusso non blocca il "decreto dignità" di iniziativa grillina
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Non sono proprio applausi ma neppure pollici versi. Si potrebbe dire che alla sinistra, intesa come LeU e Cgil il decreto Dignità «non dispiace». «Pur andando nella direzione giusta non è un intervento organico», sentenzia la segretaria della Cgil Camusso. «Ci sono norme condivisibili e interessanti, ma per ricostruire quanto distrutto dal Jobs Act serve un intervento organico molto più organico e vasta». La capogruppo di LeU al Senato Loredana De Petris riconosce un «primo passo verso il licenziamento per giusta causa del Jobs Act», anche se aggiunge che fino a che non ci sarà il reintegro dei lavoratori licenziati senza giusta causa non si potrà parlare di superamento del Jobs Act. «Siamo pronti a dialogare in Parlamento», conferma Roberto Speranza.

Il Pd, almeno ai vertici, è di parere opposto e bersaglia il primo decreto partorito dal governo gialloverde: «Irrigidisce il mercato del lavoro». L’intera destra, inclusa la Lega che pure il decreto lo ha controvoglia approvato, almeno in materia è in realtà molto più vicina alle posizioni di Maurizio Martina che a quelle di Di Maio. Tanto che Salvini promette di «migliorare» il testo in sede di conversione, senza specificare quelli particolari intenda modificare, e provoca così la reazione immeditata del collega vicepremier a cinque stelle: «M5S sarà argine a tentativi di annacquare le norme». Fi, che già cerca un modo per far saltare la maggioranza col miraggio di sostituire i 5S, soffia sul fuoco. Non è per coincidenza che proprio ieri il partito azzurro ha presentato il ddl sulla reintroduzione dei voucher, una legge che è tanto difficilmente accettabile per i 5S quanto quasi impossibile da respingere per il Carroccio.

Il decreto, in realtà, è di portata limitata e non differisce molto dalle proposte della ex ministra Fornero. Il cuore del Jobs Act non viene scalfito, la stretta sui contratti a termine è parzialmente disinnescata dal fatto che molti di questi sono inferiori a 12 mesi, le stesse misure contro le delocalizzazioni sono temperate dal limite dei cinque anni, di fatto concordato con le aziende, e dal testo finale sono spariti i riferimenti, presenti invece nella prima bozza, allo Staff Leasing. Definirlo una scatola vuota sarebbe ingiustificato, dal momento che contiene in effetti alcune misure significative, come il cospicuo aumento dell’indennizzo e dei costi. Ma è altrettanto vero che non si tratta di una riforma deflagrante, come si direbbe dalle reazioni di Fi, che lo taccia di essere stato dettato dalla Cgil, e dello stesso Pd.

In buona misura lo scontro è politico: il decreto Dignità è l’avvio della campagna dei 5S per avanzare ulteriormente nella conquista dell’elettorato di sinistra, nel quadro di quella edificazione della Terza Repubblica centrata sull’alternativa tra i due partiti che oggi coesistono grazie a un programma «contrattato» nella maggioranza. Il problema è che la spartizione dell’elettorato non procede affatto in modo simmetrico. La Lega sta effettivamente occupando a distesa l’intero campo della destra ma per i 5S la missione è più ostica per almeno due motivi: il primo è che il coinvolgimento nelle scelte del Carroccio in materia d’immigrazione è per una parte congrua dell’elettorato di sinistra proibitivo, il secondo è che per un’altra parte della base di sinistra, quella che comunque si riconosce nelle scelte del Pd renziano, quella proposta non è affatto appetibile.

Alla fine a fare la differenza tra Lega e M5S, a tutto vantaggio della prima, è il fatto che mentre la prima dispone di una sponda a destra sia come terreno di conquista sia come possibile alleanza alternativa, il secondo è isolato sia sul piano della cultura politica che su quello delle alleanze. E’ evidente che una rottura della maggioranza è temuta solo dai 5S, che non avrebbero alternativa a elezioni già ipotecate dalla destra a trazione leghista. Se potessero contare su una possibile alleanza con il Pd ed evitare così le elezioni anche in caso di rottura con la Lega i rapporti di forza tra i soci contraenti sarebbero ben diversi. E’ una strada possibile e forse l’unica che M5S possa percorrere. Prima però è fondamentale che il Pd risolva esca dal labirinto in cui si è rinchiuso, trovi una leadership e ricominci, o forse cominci, a fare politica.

 

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