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Non ero marxista ma grazie a Marx ho capito il lavoro

Un sindacalista cattolico racconta la sua vita nel movimento operaio
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Non sono mai stato marxista ma certamente attento al suo pensiero. Nella mia gioventù lessi diversi suoi testi: Il manifesto, Critica dell’economia politica e Il Capitale. Nonostante tutte le difficoltà di comprensione, rimasi sorpreso di come Marx fosse attento alla “vita reale” dei lavoratori, ma questo non bastò a convincermi che quella, parzialmente delineata, fosse la prospettiva. Nonostante i dubbi sono stato molto attento al pensiero di Carlo Marx e ne sono stato indirettamente influenzato come del resto, per adesione o contrasto, tutti coloro che hanno militato nel movimento operaio e sindacale. Ho dovuto fare i conti con lui. Da questo punto di vista il suo pensiero continua a aggirarsi tra noi. Sebbene il comunismo bolscevico sia fallito, Marx rimane presente nel nostro linguaggio e nel nostro modo di pensare. Anzi penso che il fallimento disastroso del bolscevismo sovietico ci consenta oggi di discuterne con maggiore libertà e fuori da ogni dogmatismo e di poter assumere il marxismo alla stregua di altre ipotesi politiche e sociali, così come il movimento operaio non può essere pensato solo come marxista.

Il movimento operaio è stato un fenomeno sociale molto importante e certamente con la sua esistenza ha segnato in profondità l’evolversi delle società industriali e della democrazia. Va però tenuto presente che è stato un movimento plurale in cui hanno convissuto, scontrate e organizzate diverse componenti culturali ed ideali dando vita a forme organizzative estremamente diversificate con mezzi e finalità con sempre conciliabili. Personalmente anche se non ero marxista mi sono sempre sentito parte di questo movimento. Lo sono stato principalmente ed esclusivamente da sindacalista.

Parlare oggi di soldi, lavoro, classe o di governo molte volte significa ricorrere, utilizzare, dialogare o entrare in dialettica con il linguaggio di Marx.

Le nostre menti sono state disciplinate e addestrate dal sistema in cui viviamo, e sicuramente Marx e stato uno, anche se non l’unico, che ha contribuito a darci i mezzi per pensare, valutare e analizzare il sistema economico nato con la rivoluzione industriale. Ci aiutato a definire il capitalismo come modello e sistema economico e sociale, e ha ricercare gli strumenti per esaminarlo. Sono anche convinto che Marx, senza volerlo, abbia contribuito a renderci compatibili con il capitalismo.

A 15 anni, quando sono stato assunto dalla grande fabbrica tessile, le condizioni di lavoro erano pesanti e non solo sul piano della fatica fisica e psicologica, ma sul terreno della libertà. Dominava un regime autoritario e di completa subordinazione. Ero un ragazzino che era entrato in fabbrica con un certo entusiasmo, ma presto aveva dovuto fare i conti con un sistema organizzativo fortemente gerarchico che non lasciava nessun spazio per la libertà individuale. Il senso di insoddisfazione mi ha facilitato l’incontrarmi con i compagni comunisti, poiché in fabbrica le tensioni della competizione ideologica perdevano di consistenza dovendo tutti fare i conti con la durezza della realtà: obbligati a lavorare in ambienti malsani, a fare turni di 12 ore al giorno, ad essere costantemente sottoposti ai capi e capetti di vario tipo e umore. Oggi si parla molto di Adriano Olivetti, ma non tutti abbiamo lavorato ad Ivrea. Sono state queste condizioni che mi hanno spinto sulla strada dell’impegno sindacale. Non ho incontrato marxisti ma persone che aderivano al Pci o alla Cgil, la cui adesione al partito più che fondarsi sulla teoria marxista era l’espressione di un forte desiderio di giustizia e di libertà. Eravamo poco interessati ad immaginare le alternative possibili al capitalismo, ma volevamo individuare strade e azioni per migliorare i salari, le condizioni di lavoro e riformare in senso solidale e di giustizia sociale la società. Ho sempre avuto l’impressione che più il comunismo predominasse in tutti noi una forma di laburismo. Ed era questo clima che consentiva al sottoscritto di essere democristiano e nello stesso di avere profondi rapporti di amicizia, di collaborazione, di lotta e negoziazione con i “compagni”.

Certamente sulla formazione del mio pensiero sociale e sindacale ha fortemente influito il dibattito interno alla Cisl che vede, negli anni 60 del secolo scorso, il passaggio, non senza duri contrasti interni, da un sostanziale moderatismo anticomunista a una visione aperta e progressista con tratti di critica al capitalismo o, come si diceva allora, al neo- capitalismo. Ciò che più convinceva era l’idea dell’autonomia sindacale e delle incompatibilità tra incarichi politici e sindacali. Militare nel sindacato non ci richiedeva di passare attraverso un processo rigido di acquisizioni ideologiche e di conseguenti declinazioni organizzative ( cinghia di trasmissione) che legavano il sindacato al partito. La nostra non era una via al socialismo, ma il ricercare una democrazia radicale che dalla politica potesse estendersi anche verso l’economia, il lavoro, l’autogestione e la partecipazione.

Questa libertà culturale e la lezione della dottrina sociale cristiana, mi hanno spinto alla scoperta di uno spazio libero da ogni integralismo e competitivo e messo nella condizione di poter avere una particolare attenzione verso il marxismo che non consideravo, pur avendo delle profonde riserve sul comunismo e in particolar modo verso la versione sovietica, un idea nemica ma come una diversità con la quale, chi militava dentro il movimento operaio anche di ispirazione cristiana, dovesse necessariamente fare i conti. Così divenni lettore di Franco Rodano e poi di Giulio Ghirardi e molte delle loro analisi e riflessioni mi chiarirono molte cose sul marxismo.

Ho sempre avuto l’impressione che Marx non fosse un visionario, ma piuttosto un analista, un critico, un classificatore delle contraddizioni che vedeva e studiava nella vita reale dello svolgersi della società industriale. Non sono mai riuscito a capire ciò che secondo lui dovesse essere il comunismo, mentre invece lo vedevo concentrato sull’analisi e la critica del sistema capitalista che sentiva avanzare ovunque e che stava penetrando nella vita e nei pensieri delle persone, oltre che nel mondo reale. Nel marxismo si è posta molta enfasi sulle “forze produttive”, ma resto convinto che se la storia camminasse solo in virtù di queste forze potrebbe a una totalizzazione della tecnica, che finirebbe per sottomettere tutti gli ambiti della società, svalorizzare il lavoro e le relazioni umane.

Da Marx ho imparato a comprendere che il sistema capitalista industriale sarebbe stato onnipresente e per molti versi la sua affermazione come modello sociale oltre che economico, ineluttabile. Da qui la convinzione che bisogna cercare di contenere la sua onnipotenza attraverso un sindacato capace di lotta e di contrattazione e far vivere ed estendere al suo interno spazi di libertà sociale in grado di condizionarne l’estensione di potere.

La lettura delle opere di Marx mi ha insegnato che il primo passo per cambiare le cose è quello di comprendere il mondo in cui viviamo, coglierne le contraddizioni e le evoluzioni e impegnarsi a trasformarle. Oggi ci rendiamo conto di come il capitalismo ha forgiato il mondo che ci circonda, ma anche il mondo dentro di noi. Molti dei nostri pensieri, delle azioni e iniziative che interferiscono quotidianamente nella vita sono condizionati dal capitalismo e come, a loro volta, vengono capitalizzati dal capitalismo. Oggi, è l’intelligenza artificiale e l’automazione che incombono e ci pongono molte domande e che si propongono di rendere tutto flessibile e di mutare tutte le relazioni stabili e consolidate. Non si deve avere paura dell’innovazione poiché essa può contribuire a migliorare la vita delle persone. Mentre celebriamo i successi della tecnica non possiamo ignorare gli elementi di dominio e di subordinazione che possono introdurre ecco perché non è inutile tenere sempre presente la differenza tra coloro che possiedono e impiegano le nuove tecnologie, quelli che le progettano e le sviluppano e coloro che devono operare e lavorare con loro.

Il cambiamento tecnologico costringe a pensare in modo critico proprio perché incide sui rapporti sociali, sull’organizzazione del lavoro, sulla distribuzione della ricchezza e del potere e tende a far emergere un nuovo modello sociale. Economisti, sociologi, giornalisti e politici ci spiegano, non senza ragioni, che la globalizzazione ha spostato milioni di persone dalla povertà estrema alla povertà relativa, ma poco ci dicono del crescere delle disuguaglianze, dell’avidità degli azionisti e dei finanzieri, del cambiamento climatico e dell’avanzare nelle nostre democrazie di forme autoritarie Liberato dalle catene del sovietismo, dal dogmatismo e secolarizzato come tutti i grandi pensatori, Marx può dire ancora molte cose, anche a chi come il sottoscritto non è mai stato marxista. Soprattutto può essere un invito a non abbandonare mai l’esercizio critico del pensiero.

PIÙ CHE IL COMUNISMO PREDOMINAVA IN NOI UNA FORMA DI LABURISMO. QUESTO CLIMA MI CONSENTIVA DI ESSERE DEMOCRISTIANO E AL CONTEMPO DI AVERE PROFONDI RAPPORTI DI AMICIZIA CON I “COMPAGNI”

 

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