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I garantisti silenziosi di “Malanni di stagione”, il romanzo di Oreste Lo Pomo

La copertina di "Malanni di stagione", il romanzo pubblicato da Oreste Lo Pomo per Cairo
Esce per Cairo una storia amara sulle tante “Mani pulite” di questi anni, tra pm vanitosi e direttori di giornale pusillanimi. Ma anche sull’afasia di chi ne è disgustato. E forse sta per venire allo scoperto
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Ma l’idea del garantismo, la controstoria della giustizia, comincia a farsi strada, almeno un po’, o resta sempre schiacciata dall’Italia del rancore? Forse comincia a passare. Forse, ma forse, ma sì, come dice la magnifica Sally di Vasco Rossi. Si esce con un misto di rabbia e di coraggio, dalle pagine fresche di Oreste Lo Pomo, capo della redazione Rai di Potenza in libreria da qualche settimana con un romanzo, Malanni di stagione (162 pp., 13 €) edito da Cairo, che del processo mediatico fa un report attualissimo anche se ambientato in un tempo, forse una ventina d’anni fa, in cui Grillo riempiva ancora i teatri anziché le urne. Davide, il protagonista/voce narrante, scrive di giudiziaria per un quotidiano locale. Gli arrestano l’amico più caro, impiegato del Comune in una città in cui le vite sono tutte troppo sovrapposte a quelle degli altri. Di fatto è un’esca nelle mani dei pm che puntano a bersagli molto più grossi, e rigirano tra le dita l’esistenza altrui. Il direttore del giornale tiene Davide lontano dalla vicenda per tenersi buono il capo della Procura: sa che il suo cronista stavolta lascerebbe il cinismo e cercherebbe una verità diversa da quella che piace ai magistrati. E si va avanti così, in fretta, in un incrocio di umanità distratta, di languore, meschinità. E, soprattutto, di silenzio: prerogativa determinante del racconto anche se spetta quasi solo al protagonista. Lui, abituato a maneggiare le parole per mestiere, nel privato lascia alla moglie il compito di raccontare. È lei, caustica ma determinata, legatissima alla moglie dell’arrestato, che illustra al lettore la tragedia dell’innocente preso in ostaggio dai pm.

Ecco, Del Pomo ci interroga proprio sul silenzio amaro, disgustato, del suo Davide. Lo usa per inquietarci con una scenografia che abbiamo tutti ben fissa nella memoria, così precisamente ispirata a Mani pulite. Ci accompagna nelle sue pagine tra le piccole debolezze del procuratore, che si inorgoglisce perché l’anchorman del posto si congratula per il titolo dato all’indagine, e le distratte ipocrisie della sua sostituta, che invece si commuove troppo tardi.

È spietato, il romanzo, nel rievocare il dramma delle manette usate con disinvoltura. Ma lo è anche nel castigare il dolore. Inespresso, come è forse d’obbligo per un bravo cronista. L’afasia però resta rivelatrice. Ci spiega tutto. Ci dice perché lo sguardo garantista è ancora minoritario. È così perché gli manca la sfacciataggine ciarliera. Quella che non manca al veterocomunista messo in scena, tra i comprimari, da Del Pomo, presto riconvertito in «neogiacobino moralizzatore» ed eletto alla Camera. Invece il cronista nauseato dall’ingiustizia inflitta all’amico al massimo annuisce alla compagna di liceo divenuta penalista. È a lei che Davide, anzi l’autore, lascia il compito di fotografare lo squilibrio del processo penale, in un’istantanea che vale all’epoca della storia come ai giorni nostri: «C’è un clima di giustizialismo imperante. Non c’è equilibrio tra accusa e difesa. Lo dico sempre ai miei colleghi. L’avvocatura è perdente. Occorre che la Camera penale avvii una rigorosa riflessione». E il sempre disilluso cronista ammette che l’amica «non ha tutti i torti».

Ora, è vero che un giornalista di giudiziaria non può ribellarsi, proprio lui, alla dittatura giustizialista. Non può infrangere la legge del sistema che è pur sempre chiamato a rappresentare. Ma non è solo questo. Davide è abbastanza ribelle per infischiarsene dello schema, in fondo. È che quell’afasia ha un’altra origine. Fa parte di un codice non scritto: chi diffida della religione manettara quasi mai riesce a farsi profeta di confessioni alternative. Preferisce appunto non parlare, e al massimo lancia il nastro di un’intervista sporca di sangue nel cestino della redazione.

E però appunto, alla fine delle pagine di Malanni di stagione uno spiraglio resta. Perché intanto la denuncia è presentata con tutti i crismi: i tipi umani, l’insostenibile leggerezza dei magistrati in missione per conto di Dio, i direttori di giornale pusillanimi, i difensori indignati ma fatalmente soli. E poi c’è quell’idea di un fronte che non è ancora maggioranza, ma è silenzioso per natura e forse sta per smettere di nascondersi. Forse il Davide del romanzo è meno diradato di quel che si pensi, aspetta solo l’occasione per raccontare la nausea di una giustizia malata. E per aprire gli occhi ai nostalgici di tutte le vecchie e nuove Mani pulite.

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