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Nel popolare quartiere romano di Cinecittà è nata una Biblioteca interculturale rivolta a stranieri e migranti grazie agli operatori dell'ong Cittadini del mondo
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Roma, quartiere di Cinecittà, una popolazione pari a una cittadina italiana di media grandezza. Una periferia storica  che, come in altri luoghi della Capitale, vive tutte le contraddizioni riportate ogni giorno dalla cronaca. E allora il lavoro che non c’è, i servizi zoppicanti, la mancanza di case e naturalmente l’immigrazione. Ma si tratta comunque di un tessuto vivo dove esistono realtà che non sono rassegnate ad essere relegate nel dimenticatoio e ogni giorno tentano di spezzare il muro del silenzio.

E’ da qui che si riparte per capire che succede, ma l’ingrediente principale per dare forza a questa esigenza è la comunicazione. Spezzare la cortina dell’indifferenza nei confronti di quello che accade. Rientra in questa l’iniziativa portata avanti dalla biblioteca interculturale e dagli operatori di Cittadini del mondo. Lo spiega bene Marianna Maggi durante un’iniziativa, intitolata il Silenzio Rimbombante, che si è tenuta tre giorni fa: « L’idea è che come biblioteca e come centro interculturale sentiamo l’esigenza di far partire un’informazione reale su quello che sta succedendo da chi lo vive in prima persona».Si tratta cioè di mettere in connessione con la popolazione quelle realtà che lavorano sul territorio e che in prima persona possono fungere da megafono.

E’ il caso di Yodit Estifanos che lavora con Médicins du Monde, organizzazione impegnata nel campo dell’immigrazione e che dalla Calabria è ora arrivata anche a Roma. Racconta Yodit «abbiamo iniziato da gennaio un progetto legato all’accesso alla salute però  non più rivolto ai migranti che sono nel circuito dell’accoglienza ma quelli che ne sono usciti. Quindi principalmente persone che vivono negli insediamenti informali tra cui un palazzo occupato a Romanina e l’insediamento informale del Baobab». Situazioni limite dunque, realtà nascoste, abbandonate ma che avrebbero molto da dire se non esistesse la mancanza di informazione che poi genera pregiudizio.

«Le informazione dirette sarebbe bene riceverle dai migranti stessi, che però vengono esclusi dai tavoli. Io e i miei colleghi possiamo però fare lo stesso lavoro» conferma l’operatrice di Médicins du Monde. Roma però è solo una tappa di arrivo per i migranti che prima hanno dovuto affrontare l’odissea del viaggio nel mediterraneo. E allora invece che vedere la tv forse è bene sentire da chi opera salvataggi in mare quello che veramente succede.«Dall’anno scorso con la criminalizzazione delle organizzazioni non governative e soprattutto dopo il codice di condotta di Minniti, che noi ci siamo rifiutati di  firmare, una delle due imbarcazioni che avevamo a disposizione per fare il soccorso l’abbiamo fermata e abbiamo continuato a collaborare con SOS Mediterrane solo dal punto di vista medico».

La voce è quella di Loris De Filippi, presidente di Medici senza Frontiere Italia, che ha un punto di vista privilegiato per bucare quella cappa di silenzio che ora sembra gravare sulle tragedie degli sbarchi e i naufragi. Una situazione che diventando ogni giorno più difficile.

«Ci sono state delle dichiarazioni molto forti della guardia costiera libica che si dice pronta ad arrestare le imbarcazioni italiane nel caso non ci sia una piena collaborazione. Speriamo di poter continuare a salvare le persone ma soprattutto speriamo che l’Europa  inizi a mettere in mare un’iniziativa di soccorso in mare – racconta De Filippi. Vogliamo fare la nostra attività nel migliore dei modi, ma non vogliamo che le organizzazioni non governative siano gli unici attori in mare, deve essere la comunità internazionale a prendere l’iniziativa ma noi continueremo a denunciare gli abusi che continuano ad avvenire».

Esiste quindi una necessità forte di parlare, narrare e denunciare alle persone che non esiste l’oblio o la mancanza di informazione. La realtà è quasi sempre diversa da come la si racconta, ciò non emergerebbe se non esistessero i testimoni diretti.

«C’è un governo che fa degli accordi con una guardia costiera e con un altro paio di governi  in Libia, non sono ne stabili ma addirittura considerati pericolosi dalla nostra stessa magistratura – spiega De Filippi. In questo senso è sicuramente una novità , ma dal punto di vista delle operazioni non cambia molto, non ci sono tante imbarcazioni che fanno quel tipo di soccorso e benché ci siano meno persone che partono ne muoiono di più.  In questo senso penso che sia doveroso stare in mare e portare la nostra assistenza dove possibile e dove è importante denunciare».

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