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Craxi e De Mita come Salvini e Di Maio? Ma la staffetta fallì

Era l'estate dell'83 e il segretario socialista e quello democristiano si incontrarono in gran segreto in un convento sull'Appia Antica
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L’esperienza fu tanto negativa da renderne il nome maledetto, quasi impronunciabile. Senza quel precedente, si può scommettere che molti, questi giorni, scommetterebbero proprio sulla ‘ staffetta’ come formula magica e risolutiva per appianare la divergenza tra Salvini e Di Maio su palazzo Chigi. Invece, solo a nominarla, l’ombra delle tensioni infinite tra i due leader che avrebbero dovuto passarsi il testimone, Bettino Craxi e Ciriaco De Mira, arriva come evocata per sortilegio a sconsigliare l’apparentemente ovvia via d’uscita.

La paroletta destinata a occupare paginate di giornale a raffica negli anni ‘ 80 del secolo scorso fu pronunciata in un convento sull’Appia antica nel corso di un colloquio segretissimo, e rimasto in effetti tale per decenni, tra il segretario della Dc Ciriaco De Mita e quello del Psi Bettino Craxi. A chiedere l’incontro, al riparo da cronisti indiscreti, era stato De Mita. Era l’estate del 1983. Il democristiano di Nusco guidava la balena bianca da un anno scarso e aveva alle spalle una cocente sconfitta nelle elezioni del 1983. Lo scudocrociato aveva perso oltre cinque punti percentuali alla Camera, qualcosina in più del 6% al Senato. «L’unico compromesso possibile è un governo guidato da te», andò giù piatto De Mita. Craxi rilanciò, consapevole che un dono simile, se non fosse stato blindato in qualche modo, sarebbe evaporato presto: «Metà legislatura a me e metà a te».

La staffetta, destinata a mai passare dal regno delle buone intenzioni a quello dei fatti concreti, nacque in quel momento, anche se il democristiano ci tiene a ricordare di aver voluto mettere subito i puntini sulle i: «Non importa che a palazzo Chigi vada io, dopo l’avvicendamento. Importa che sia un esponente della Dc, perché solo così si rinsalda la coalizione. Non è una questione personale» Il percorso che avrebbe portato per la prima volta un socialista a palazzo Chigi era iniziato un paio d’anni prima. Risolto lo stallo degli anni ‘ 70, quando la Dc era stata costretta ad avvalersi del sostegno del Pci dopo le elezioni del 1976 era nato nel 1981 il ‘ pentapartito’, formula che, con alti e bassi, avrebbe siglato l’ultima fase della prima Repubblica fino al suo tracollo nel 1992- 93. La pietra angolare era la ‘ pari di- gnità’ tra il partito maggiore, la Dc, e i soci di minoranza: prima di tutti il Psi, poi il Pri, il Psdi e il Pli. Per siglare la parificazione, per la prima volta nella storia repubblicana si era insediato un non democristiano: il leader del partito repubblicano Giovanni Spadolini, in carica dal giugno 1981 al dicembre 1982. L’incoronazione di Craxi, un non Dc, non era dunque una novità assoluta ma l’impatto fu lo stesso fragoroso. Determinato, energico e decisionista Craxi si impose come figura chiave nei primi due anni di governo. Tanto dilagante da spingere De Mita a correre ai ripari. Il governo fu sbalzato di sella proprio quando il suo premier i sentiva sulla cresta dell’onda. Craxi ottenne il reincarico, ma solo dopo una specie di ‘ ufficializzazione informale’ della staffetta. L’ossimoro dice tutto sull’ambiguità di quella formula, che prevedeva la permanenza del socialista a palazzo Chigi solo per un altro anno, al termine del quale avrebbe dovuto passare il testimone a un democristiano.

La staffetta ridipinta era ‘ ufficiale’ dal momento che l’intesa fu annunciata tra squilli di tromba e rullar di tamburi dal segretario della Dc. Ma era anche ‘ informale’ perché non c’era nulla di scritto e soprattutto perché Craxi, quando ne sentiva parlare, si limitava a mettere ambigui grugniti, attentissimo a non farsi scappare ua sillaba che confermare il patto. L’avellinese insistette. Craxi perse la pazienza e in diretta tv, intervistato da Minoli, disse forte e chiaro che non c’era nessun accordo su un avvicendamento. Uscendo dagli studi Rai sbottò: «Così abbiamo liquidato la staffetta».

Fu il turno di De Mita di perdere la pazienza. Provocò la crisi del governo Craxi e nuove elezioni. Ma nelle nuove camere l’ostracismo del vertice Dc contro un eventuale nuovo governo Craxi fu totale. Si passarono la palla tre Dc: Fanfani, Goria, poi lo stesso De Mita. Il socialista defenestrato non se ne restò però inerte brigò con i nemici di De Mita all’interno della Dc, Andreotti e Forlani, strinse un’alleanza a tre che avrebbe dovuto riportarlo a palazzo Chigi, bersagliò il governo De Mita fino a che la manovra a tenaglia non riuscì a scalzarlo sia da palazzo Chigi che dalla segreteria di piazza del Gesù.

Il duello non fu indolore per nessuno dei combattenti ed ebbe conseguenze esiziali. Con il mancato accordo tra Craxi e l’ultimo leader della Dc dotato di visione strategica e ambizioni politiche vaste l’ultima chance di restituire vitalità a una prima Repubblica in coma sin dai giorni del sequestro Moro venne meno.

 

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